Una storia vera

di Augusto Guidoni

Indice:

- 1970

- La Cartiera

- Giovannino

- I pericoli

- Il Babbo

- I Tedeschi

- La Guerra

- Marta

- 1948

- Lampi di luce

- Anche Ivana!

- La folla

- L'impronta del tappo

- Estasi controvoglia

- Clausura

- La suora affogata

- La signosina Carlomagno

- De Gasperi

- La fuga

- La chiusura della Grotta

- 1962

- Giulio

- Isola Martana

- Grazie Giulio

- In cerca d'imbarco

- Il Previdence

- Cipro

- Mitragliati!

- L'avaria

- Sbarco in massa

- Incendio a bordo

- Il compleanno di Felipe

- La sbornia

- Il pollo

- Casablanca

- Ghana

- Odessa

- Stolbovaja

- Kwame Nkrumah

- Atti di egoismo

- Mathelda

- Juliana

- Il Golpe

- Ex marittimo

- Alta tensione

- Tutto in un attima

- Sete di sapere

- 1987

- Transfert

- La Madonna del Monte

 

 

1970

Come un insetto caduto nella ragnatela, rimasi invischiato in quella trappola mortale, con la mano destra attaccata ai cavi dell'alta tensione e la sinistra appiccicata alla lunga scala metallica appoggiata al muro. All'inizio cercai rabbiosamente di staccarmi, ma non riuscivo a scollare nessuna delle due mani. La sinistra sembrava fosse saldata alla scala e la destra, piuttosto che ubbidire alla mia volontà, mi tirava verso l'alto, catturata da un campo magnetico che sembrava risucchiare tutto il mio corpo. La mia pelle, le mie ossa, le mie viscere vibravano  con la stessa frequenza della corrente che le attraversava, mentre un ronzio alternato martellava le mie tempie. Immerso nel buio più cieco, sentivo il mio corpo  accartocciarsi come un otre svuotato e rinsecchito. Ero ormai alla consapevolezza della fine, quando mi sentii catapultato all'interno di una luce bianchissima e contemporaneamente rivissi il mio passato, tutto in un istante.  Un film lungo 28 anni, che cercherò di narrare in questo libro.

La Cartiera

Sulla strada che porta a Tuscania, ai confini della Maremma romana, a tre chilometri  dal lago di Bolsena, se si volge lo sguardo verso l'angusta valle del fiume Marta, si può vedere una vecchia fabbrica diroccata. E' ciò che resta della Cartiera, quella che fu l'unica industria di Marta. Quel luogo, oggi spettrale, è stato il primo ambiente che ho conosciuto alla mia nascita. Quando scendo da Milano per vacanza o per altre ragioni e mi capita di passare da quelle parti (sempre più raramente, purtroppo) sento una stretta al cuore. Lì ho mosso i miei primi passi, ho sentito i primi odori, i primi rumori. Lì ho rincorso le prime farfalle, che non si facevano mai prendere e le lucertole, immobili al sole, ma scattanti  appena mi avvicinavo. Le coccinelle invece si facevano prendere. Dalla mano salivano su, su, lungo il braccio.

Ivana, la maggiore delle mie sorelle, conosceva una formula magica che sussurrava dietro alla coccinella (detta da noi "rondinella"): "Rondinella, rondinella, insegnami la strada di Toscanella" e prima di raggiungere la spalla, la piccola amica spiccava il volo in direzione del fantastico paese di Toscanella.

Collocata fra il fiume, la macchia e le cave di pietra, la Cartiera, con il suo aspetto tenebroso, offriva sensazioni forti per un bambino che si affacciava a quel mondo con la purezza delle sue curiosità. Fra i primi odori che ho respirato ci sono quello intenso del finocchio selvatico e quello delicato dei papaveri. Il profumo di mentuccia, l'odore della paglia secca alla trebbiatrice e quello della paglia macerata per fare la carta. E l'odore acre dell'acido cloridrico, usato per la pulizia delle reti metalliche. Ancora oggi, se giunge al mio naso un'esalazione di acido cloridrico, provo una strana sensazione di familiarità. Forse perché alla Cartiera ci ho anche lavorato come operaio, dall'età di 16 anni fino all'arruolamento in Marina, a poco meno di 20 anni. In quel luogo ho ascoltato le prime melodie: il canto dell'usignolo  primeggiava su quello di tutti gli altri uccelli. Il verso della cicala, insistente e soporifero nelle ore di calura. Le serenate del trio notturno, composto dal grillo, il gufo e la civetta. Il babbo aveva un mandolino, ma ci faceva sempre la stessa canzone.

Giovannino

Abitavamo al piano terra della palazzina padronale, occupata al lato opposto dalla famiglia di Giovannino, un operaio che come mio padre non era nativo del luogo. Al piano superiore c'era la famiglia del signor Dante, unico dei quattro fratelli toscani proprietari della Cartiera, ad avere scelto quella dimora. Gli altri stavano in provincia di Lucca. Con Giovannino avevamo un rapporto di parentela, perché era suocero di zia Matilde, sorella del babbo e io lo chiamavo "nonno". Aveva un calesse e un asinello e quando si recava in paese faceva la spesa anche per noi. Più raramente per il signor Dante, che possedeva un sidecar ed era più autosufficiente del babbo che aveva solo la bicicletta. Viaggiare a fianco di nonno Giovannino per me era il massimo e quando lui non riusciva a liberarsi dalle mie insistenze, mi concedeva di prendere posto sul calesse. Era un viaggio di tre chilometri all'andata e tre al ritorno, che io ricordi, mai noioso. Per un po' si costeggiava il fiume, poi avevamo ai nostri lati vigne, frutteti e orti coltivati, senza seguire alcun ordine geometrico.

Lungo la strada incontravamo qualche contadino che ci salutava a bordo del suo carretto o a dorso d'asino e mi ricordo di uno che si recava in campagna a cavallo di un toro. Doveva essere proprio bravo, perché ne ho visti tanti cavalcare asini e cavalli, ma sul toro c'era solo lui. Portava un cappello nero a tesa larga. Cavalcava in posizione eretta e aveva un aspetto fiero. Non ho mai capito perché lo chiamassero "Il Gobbo".

Giovannino conosceva molte storie, che amava raccontarmi stradafacendo. Quella che più amavo ascoltare era la storia (che poi non era una sola) di Bertoldo. Entrati in paese e attraversata la piazza, si apriva ai nostri occhi lo scenario azzurro del lago, che quasi lambiva le case e a volte raggiungeva la piazza stessa, allagando l'osteria di Gino dell'Adelaide, dove oggi c'è una rivendita di sali e tabacchi. Gli avventori, scalzi o con gli stivali,  continuavano comunque a giocare a carte. Erano in massima parte pescatori e c'era anche qualche operaio turnista della Cartiera.

Quando la mia famiglia si trasferì in paese, tornavo ancora ad aspettare Giovannino insieme a Livio, il figlio di zia Matilde, di due anni più giovane di me. Giovannino usava parcheggiare il calesse nella piazzetta del Crocefisso. Dopo aver salutato e chiesto le solite cose al nipote, legava l'asino all'anello appeso al muro e ci lasciava lì a far la guardia,  mentre lui andava per negozi a far la spesa. Se quell'asino avesse avuto il dono della parola chissà come si sarebbe lamentato con nonno Giovannino! Io e Livio ci divertivamo a puntare l'impugnatura del frustino sotto la coda del malcapitato animale, provocando sonore flatulenze e ragli di protesta. Gli altri bambini, ai quali non era permesso toccare il somarello, ci invidiavano per questa facoltà concessa soltanto ai nipoti di Giovannino (che bontà sua era all'oscuro di tutto).

I pericoli

Quasi tutti i rumori alla Cartiera venivano associati al pericolo. Raggiungevano così i miei sensi, tradotti dalle apprensioni dei miei genitori. Quello che indicava maggior pericolo era il rumore delle grandi mole di pietra, che riducevano la paglia già macerata dalla calce viva a fine impasto, pronto per passare alle macchine e diventare carta.

Successe che due giovani, il molazziere e una ragazza operaia,  si mettessero a scherzare seduti sul bordo della vasca di cemento dove avveniva l'impasto. Persero l'equilibrio e finirono stritolati dalle implacabili mole. Mio padre, che come capo fabbrica era  responsabile di quanto succedeva sul lavoro, per quel fatto dovette scontare due mesi di reclusione nel carcere di Santa Maria in Gradi a Viterbo.

C'era poi il rumore della turbina, che traeva energia dal fiume e trasmetteva il moto a tutte le macchine attraverso un gioco di pulegge e cinghie, che scorrevano minacciose in alto sulle teste e in basso ad altezza di bambino. Altro pericolo veniva segnalato dal fragore della cascata, attraversata da un ponticello di legno, al quale non dovevo assolutamente avvicinarmi. Per non ascoltare i genitori un bambino, anni addietro, era finito nel fiume e il suo corpo fu ripescato a valle dopo lunghe ricerche. Si chiamava Livio. Era il figlio di Giovannino. Lo zio Angelino chiamò Livio il suo primo figlio maschio, come il fratellino scomparso.

 

Padroni e operai

 

Il Babbo 

Durante la guerra mio padre aveva preso in gestione le attività della Cartiera. Gli era stata data in affitto dai fratelli Ricci, che nell'incertezza dei tempi, avevano preferito dare in mano la fabbrica a una persona terza dal sodalizio di famiglia.

Era un esperto nel campo della cartapaglia, babbo Virgilio, che nell'ambiente delle cartiere ci era cresciuto, al seguito del padre. Nonno Augusto, chiamato a dirigere varie cartiere in Toscana e nel Lazio, aveva fatto fare alla famiglia una vita nomade. Mio padre ne seguì le orme e il destino. Come capo fabbrica peregrinò per varie cartiere. Durante la permanenza alla cartiera  di Conca (Cisterna di Latina) conobbe Augusto Imperiali, il buttero che vinse la sfida con il leggendario Buffalo Bill.  "Agustarello" amava raccontare (e mio padre lo ascoltava affascinato) di William Frederick Cody (Buffalo Bill), quando nel 1890 venne a Roma con il suo circo. L'eroe del Far West sapeva fare tanti giochi con il lazo e riusciva a spegnere una candela con la pistola dalla cavalcatura in corsa. Mentre i suoi cow boys si esibivano nella doma dei cavalli bradi. Nacque una scommessa fra Buffalo Bill e alcuni nobili romani, che fecero venire per la doma i butteri del vicino Agro Pontino, i quali pretesero per la sfida i cavalli bradi maremmani.

I cow boys  non erano preparati alla furia di quella razza di cavalli autenticamente selvaggi. Li legavano con quattro funi, tenute da quattro uomini, mentre il quinto vi montava sopra <<Così si tosano le pecore!!>> gli gridavano dietro i maremmani presenti allo spettacolo.

Con la spavalderia di chi è sicuro di sé entrò in pista il venticinquenne Augusto Imperiali. Saltò in groppa a un cavallo in corsa afferrandolo per la coda. Riuscì a domarlo dopo  una lotta spettacolare, che mandò in visibilio il pubblico.

Mio padre me ne parlò più volte con tale ammirazione, che non ho mai capito se devo il mio nome al nonno Augusto o a quel buttero.

La nonna Maria era figlia extraconiugale del ricco Basilio Ferretti, parente di Pio IX, Mastai Ferretti. In virtù del vigente nepotismo, mio padre fu assunto come aiuto giardiniere al Vaticano, all'età di 17 anni, sotto il pontificato di Pio XI. Ma resistette soltanto qualche mese al clima ipocrita che lì si respirava, per tornare a seguire il lavoro del padre.

Alla nonna era stato intestato un cascinale con abitazione a Grottaferrata, ai Castelli romani. Quel caseggiato, in assenza dei nonni,  impegnati per lavoro in altri luoghi, restò in uso ai parenti per più di trent'anni. I miei nonni fecero in tempo a morire, senza minimamente preoccuparsi della  proprietà ai Castelli. Ne venimmo a conoscenza negli anni '50, quando il babbo, zia Matilde e gli altri due fratelli di Roma furono chiamati da un avvocato per definire le pratiche di cessione degli immobili per usucapione. Riscattare tutta la proprietà non era ormai più conveniente. Si concluse così una vicenda di pura noncuranza. Del resto alla famiglia Guidoni ha fatto sempre difetto  il senso degli affari.

Con la gestione della Cartiera mio padre aveva accumulato un discreto gruzzolo, che finì tutto in carta straccia. Chissà chi gli aveva passato la dritta secondo cui, una volta finita la guerra, la lira sarebbe aumentata di valore? Gli americani erano sbarcati ad Anzio, i tedeschi cominciavano a risalire la Penisola. La guerra volgeva al termine e noi saremmo diventati ricchi! Ma non sempre il mondo va come si desidera. Finì la guerra e gli americani inondarono il Paese di AM-lire, la moneta di occupazione, che  inflazionò a tal punto la lira, da rendere irrisoria la riserva monetaria del babbo apprendista speculatore.

Quell'errore a mio padre è stato rinfacciato per tutta la vita dalla mamma, che gli aveva sempre consigliato di convertire i soldi in beni materiali. Uno dei rimproveri  più ricorrenti durante i litigi era quello di non aver voluto comprare la casa di Giulio d'Attilio, che gli veniva offerta a 700.000 lire. Il contante mio padre ce l'aveva, ma non lo mollava, perché all'arrivo degli americani sarebbe lievitato in maniera esponenziale. Avvenne tutto il contrario. Forse il suo vizio del gioco nacque in seguito a quella  sconfitta,  come tentativo di rivincita  sulla sorte. 

I tedeschi

Della guerra ricordo l'ultimo periodo, quando i tedeschi occuparono la Cartiera e il comando s'insediò al piano superiore della palazzina, stringendo gli spazi del signor Dante. A casa non si parlava più ad alta voce, per timore di dire qualcosa che i tedeschi avrebbero potuto interpretare a loro ostile. E neanche si parlava sussurando, per non dare l'impressione di complottare. Si viveva in un'atmosfera tesa. La mamma,  incinta dell'ultima figlia, Mariella, si sfogava durante la notte singhiozzando sotto le lenzuola. Un giorno il capitano era spaparazzato sul prato, a dorso nudo. Stava godendosi il sole, come in una tranquilla vacanza. Federico, il figlio del signor Dante, inseguiva una gallina con la fionda. Fece un tiro e il sasso andò a colpire il capitano in pieno petto. Le urla riecheggiarono per tutta la valle. Il tedesco, raccolse il fucile e ruggendo come un leone ferito correva qua e là alla ricerca del ragazzino, che in un baleno si era dileguato.  <<Kapitalist kaputt!>> erano le parole che ricorrevano con maggior frequenza, mentre si avvicinava alla palazzina. Sarebbe finita in tragedia, se mio padre non avesse provveduto a nascondere Federico e non si fosse messo a implorare quell'ossesso, che il ragazzino non lo aveva fatto apposta e che il padre non c'entrava niente con i giochi del figlio. Prudentemente, Dante e Federico si resero invisibili per qualche giorno.

La mattina di Pasqua i tedeschi bussarono alla nostra porta. La mamma, all'ultimo mese di gravidanza, reagì come avrebbe reagito una chioccia. Strinse i tre figli a sé, mentre il babbo andava ad aprire. Sulla soglia, un gruppo di soldati con il berretto sottobraccio intonava un coro. Erano venuti a darci la Buona Pasqua. Vollero che tutta la famiglia venisse a ricevere gli auguri. In un piatto portavano delle uova di gallina sode, tutte decorate attorno con disegnini colorati. Uno di loro mi prese in braccio, porgendomi un uovo, che io esaminai incuriosito. Quindi si mise a volteggiare per la stanza cantando:<<Augustin, Augustin....>>

La guerra

Da Roma gli Alleati stavano avanzando verso nord. Se avessero saputo dell'insediamento tedesco alla Cartiera, avremmo dovuto aspettarci un bombardamento sulle nostre teste. Ci furono bombardamenti a Viterbo,  combattimenti a Tuscania, a Tarquinia e in altri luoghi del viterbese, ma sulle nostre teste non piovvero bombe. Anche se uno spavento ce lo prendemmo all'arrivo della flotta aerea americana. Un'immensa nube, accompagnata da  un brontolio cupo che si faceva  sempre più assordante, avanzava minacciosa fino a oscurare il cielo sopra noi. Uomini, uccelli e ogni altro animale, andarono a nascondersi. Prima che qualcuno mi tirasse dentro, io, con un piede sulla soglia della porta, l'altro fuori e la manina sulla testa (per ripararmi dalle bombe!) feci in tempo a vedere quella sterminata nube nera rombante che oscurava il sole e tutto attorno divenne grigio e freddo.  Non ci furono preparativi per la fuga. In un baleno i tedeschi erano già pronti. A qualcuno si leggeva il panico negli occhi. Un'espressione che non prometteva nulla di buono, perché fra i timori che circolavano da tempo alla Cartiera c'era quello che la fabbrica venisse distrutta dai tedeschi in fuga, per lasciare terra bruciata dietro di sé. Una sola nota di calore stemperò le apprensioni. Venne a salutarci il tenente e aveva gli occhi lucidi mentre stringeva la mano al babbo. Soltanto al babbo, perché l'avversione degli occupanti nei confronti del "Kapitalist" Ricci restò pericolosamente immutata fino all'ultimo. Ma chi lo avrebbe detto che proprio quell'ufficiale tutto di un pezzo, inflessibile, inespressivo, avesse dei sentimenti umani? Lo stesso tenente che un giorno, mentre saliva le scale della palazzina, inciampò all'ultimo gradino. Con determinazione ridiscese tutte le scale, si fermò e le salì di nuovo. Volle così autopunirsi per l'errore commesso.

Marta

Marta il lago

Finite le incertezze della guerra i fratelli Ricci si accordarono per lasciare che fosse Dante  a occuparsi della Cartiera. Mio padre tornò a fare l'operaio. La nostra famiglia si trasferiva a Marta, nella casa dei nonni materni, che si erano stabiliti a Montefiascone, dove nonno Vincenzo aveva il molino del grano. Lo ricordo sempre tutto bianco di farina dalla testa ai piedi, nonno Vincenzo, che tuttavia alla festa sapeva essere elegante: un vestito di lana,

 

Nonno Vincenzo e nonna Annunziata

catena dell'orologio fuori dal taschino del panciotto, un Borsalino per cappello e un bastone di ciliegio per compensare la gamba più corta, ferita nella Grande Guerra del '15-'18. Era di origine ebrea, ma non ne fece mai menzione.

Avevo cinque anni quando vidi per la prima volta tanti bambini tutti insieme. Affollati sulle scale dell'asilo, mi osservavano con curiosità. Mia sorella Veris mi consegnò alle suore, poi mi lasciò per andare a scuola. Era di tre anni più grande di me e frequentava la terza elementare. Solo, di fronte a quella turba di bambini vocianti, ero impacciato, dentro il mio grembiulino a quadretti, tutto pulito, pettinato con il ricciolino in fronte  e il canestrino con la merendina. Molti ridevano, qualcuno mi prendeva in giro. Dietro di me si era richiuso il cancello e non avevo vie di fuga. La tonaca nera di suor Anna mi faceva paura, ma non quanto quella folla ostile. E poi suor Anna aveva uno sguardo buono. Come ultimo rifugio mi aggrappai ad essa. Più di una volta sono tornato a casa con qualche livido e con la faccia graffiata. Rimpiangevo i miei giochi solitari alla Cartiera, nonno Giovannino e gli amici operai che mi volevano tanto bene.

1948

 

Un pomeriggio del mese di Maggio Veris si era allontanata da casa per andare a curiosare alla cantina della "Barbera", dove una sua compagna di scuola, Maria Antonietta, insieme alle amiche Brunilde e Ivana (un'altra Ivana, non mia sorella), dicevano di avere visto la Madonna. Era l'ora di fare i compiti e Veris non si vedeva. La mamma mandò Ivana a cercarla. Si faceva tardi, ma le due sorelle non facevano ritorno. Finché alcune donne vennero sotto la nostra finestra :<<Angelina!>> Chiamavano  mia madre  <<Corri alla cantina della Barbera, che la Veris è andata in estasi!>> La mamma accorse subito sul posto e trovò Veris inginocchiata sulla soglia della grotta, con le mani giunte, la testa reclinata all'indietro e gli occhi rivolti al cielo. Ivana era lì che la guardava attonita e non sapeva cosa fare, perché quando aveva cercato di scuotere la sorella, non aveva raggiunto alcun risultato. Veris era insensibile a ogni stimolo esterno e non rispondeva ad alcun richiamo.

Quando finalmente uscì dallo stato catalettico si guardò attorno come un agnellino spaventato. Si vide circondata da curiosi che le chiedevano:<<Cosa hai visto?>> e lei corse fra le braccia della mamma. A casa fornì qualche timida risposta alle domande che le venivano rivolte dalla mamma, dal babbo e da Ivana. Disse che le era apparsa una signora tutta vestita di bianco, con il mantello e una fascia attorno alla vita di colore celeste azzurro. Aveva dodici stelle che le facevano corona attorno alla testa e i piedi nudi. Le aveva detto:<<Io sono l'Immacolata Concezione.>> I miei genitori  erano fra gli scettici che non avevano preso sul serio le prime apparizioni, ma adesso non potevano dubitare della figlia. Veris non recitava. A volte veniva rapita dall'estasi in casa, giungeva le mani in segno di preghiera, alzava la testa e gli occhi verso il cielo e in quella scomoda posizione si avviava verso la grotta, scendendo le scale ripide di casa, senza guardare i gradini, come se ci fosse un custode invisibile a guidarle i passi.

 Nessuno poteva fermarla. Mio padre la seguiva preoccupato. Quando non poteva, per motivi di lavoro, il compito di seguire Veris veniva affidato a Ivana, che non accettava troppo volentieri quell'incarico. Aveva 15 anni, si sentiva osservata come tutte le ragazze di quella età e temeva i lazzi dei suoi coetanei, mentre accompagnava la sorella in estasi. Ma non immaginava quanto più drammatici fossero gli eventi che il destino le stava preparando.

Lampi di luce

Mia madre, non potendo lasciare soli i due figli più piccoli: me di 6 anni e Mariella di 4, evitava di avventurarsi in mezzo alla folla per seguire Veris, specialmente nei giorni festivi, quando affluivano a Marta  migliaia di forestieri, chiamati dalle notizie sulle apparizioni che avevano letto sui giornali.

Tenendomi per mano e con Mariella in braccio si recava alla grotta in quelle occasioni dove c’era meno confusione. Ma, piccola o grande che fosse, non mancava mai la calca di gente che dovevamo penetrare, per avvicinarci a mia sorella in estasi, mentre qualcuno si premurava di gridare: << Fate passare l’Angelina, la mamma della Verise>>.

La cantina, che da quegli avvenimenti prese il nome di Grotta della Madonna, era stretta, per accogliere quelle ondate di fedeli e l’aria si faceva subito pesante. Ne ricordo ancora il tanfo umidiccio prodotto dalla muffa tipica delle cantine laziali, dal fiato umano, dall'acqua marcita dei fiori, dal fumo di candela, misto all’odore delle tasche dei grandi che arrivavano all’altezza del mio naso. Le tasche dei pescatori sapevano di pesce, quelle dei contadini avevano un odore più indecifrabile, ma ugualmente intenso. A volte la mia faccia finiva schiacciata fra le gonne di qualche anziana donna e sentivo odore di urina.

Ogni tanto qualcuno lanciava un’esclamazione:<<Lo vedo, lo vedo, c’è un cerchio di luce in fondo alla grotta!>> e si alzavano alte le avemaria del rosario dalla voce di Mario di Priamo, sempre presente, che conciliava il duro lavoro di pescatore con quello di custode volontario della grotta.

Una sera ho visto anch'io uno strano bagliore squarciare il buio su Marta. Ero affacciato alla finestra di casa insieme alla mamma, per assistere al passaggio di Veris, che veniva dalla grotta a mani giunte e occhi al cielo, diretta verso la chiesa parrocchiale. La seguiva una marea di gente, arginata a fatica da robuste corde, che i carabinieri, aiutati da  alcuni giovanotti volenterosi, tendevano per transennare il percorso. Salite le scale della chiesa, Veris  si girò verso la folla e impartì la benedizione. In quell’istante  una luce bianca  illuminò a giorno tutto il paese. Non fu il lampo di un fulmine, perché il cielo era stellato e non fu seguito dal tuono che annuncia il temporale. Era una luce inspiegabile che fece gridare al miracolo la folla sterminata e piangere i più emotivi, mentre s’innalzava un coro di inni alla Madonna.

Anche Ivana!

Il 13 giugno, tra le sette e le otto e mezza di sera, eravamo tutti raccolti attorno al tavolo.  Avevamo l'abitudine di cenare a quell'ora  perchè i turni degli operai alla Cartiera, dove lavorava mio padre, si avvicendavano dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle venti e dalle venti alle quattro del mattino. Non ricordo se avevamo già cenato o se ci apprestavamo a farlo, ma ricordo

Veris e Ivana bambine

 perfettamente, come se fosse oggi, quello che successe. All'improvviso Ivana si alzò in piedi, volse gli occhi e la testa in alto, come avevamo visto fare più volte a Veris, e a mani giunte si diresse verso la porta. <<No!>> esclamò sgomento mio padre <<anche Ivana, adesso!>> e corse a pararsi tra lei e la porta, per impedirle di uscire.  Ma Ivana con un semplice gesto della mano, quello che si fa scostando una tendina, lo scaraventò a terra. La porta era chiusa dal "catarcione", un  catenaccio di ferro e sbarrata  in diagonale da una robusta stanga di legno, precauzioni del tempo di guerra che non erano state ancora abbandonate. Ivana sfilò via il catenaccio, buttò giù la stanga e si avviò per le scale. A mio padre non restò che seguirla fino alla Grotta. Intanto altri  giovani e adulti (anche Peppino, il figlio di Barbara, proprietaria della cantina) si aggiunsero al gruppo dei veggenti. 

Soltanto le prime tre ragazzine non videro più la Madonna.

Giugno 1948 -  Marta - Veggenti alla Grotta

La folla

La notizia delle apparizioni si diffuse rapidamente. Se ne occupò anche il Cinegiornale dell'Istituto Luce, che riprese in primo piano Ivana, in un tentativo d'intervistarla. La "Settimana Incom" era il notiziario che veniva proiettato a ogni inizio di spettacolo cinematografico. Quel documentario aggiunse le immagini filmate (le più efficaci, come ci dimostra oggi la televisione) alle notizie già diffuse sul territorio nazionale dai giornali e dalla radio. Da ogni parte  cominciarono ad affluire a Marta folle di fedeli e di curiosi. Il paese non aveva le strutture per accogliere quel fiume di gente che ogni giorno lo sommergeva. Tra la folla che si assiepava spintonandosi attorno ai veggenti, ogni tanto qualcuno veniva travolto o perdeva i sensi e per queste emergenze fu improvvisato un pronto soccorso sotto la pergola della vicina casa dell'Italia del "Ragnetto" (a Marta ci si conosce più per soprannome che per cognome), nei pressi della grotta: qualche benda per le fasciature, alcool e aceto da mettere sotto il naso delle persone svenute. Un omino usava anche l'ammoniaca, ne portava sempre con se una bottiglietta. La nostra abitazione si trasformò in una vera e propria meta per giornalisti,  preti, e fedeli che invocavano grazie. Era diventato ormai di casa Don Gennaro, un sacerdote napoletano paraplegico,  che aveva fatto allestire da un ragazzo torinese,  suo accompagnatore e chierichetto, un altare di fortuna  nella nicchia sotto il lavandino della cucina, per poter officiare la messa ad altezza di carrozzella. Pregava Ivana di farsi mediatrice con la Santa Vergine, per riottenere l'uso delle gambe. Messe, rosari e cantici alla Madonna riempivano i nostri giorni.

Assidua frequentatrice della nostra casa era pure una certa signorina Bertuetti, bergamasca, che non ho mai capito con quale autorità riuscisse a indurre mia madre a gestire la casa secondo le proprie direttive. Eppure la mamma aveva un carattere forte, incline al comando. Ma questo personaggio si comportava come fosse lì per mandato divino, come fosse il braccio casalingo della Madonna. Con il suo modo svelto di fare e di parlare riusciva a imporsi a mamma Angelina, forse già provata dal fatto di avere due figlie veggenti.

 E che dire di mio padre, che fino a qualche settimana prima era non credente, scettico, anticlericale e ora si trovava con le figlie in estasi, con la gente che veniva a dire il rosario  nella sua casa,  un prete a dire la messa e quella Bertuetti venuta dall'Alta Italia a impartire i suoi punti di vista? Gli fece  persino comprare una cucina economica a legna, roba da rigattiere, che ci presentò come il moderno sistema di riscaldamento. Anche lui era rimasto scioccato da quanto ci era successo in famiglia e non sembrava più lo stesso. Certi fatti prodigiosi, inaspettati, che ti capitano fra capo e collo, possono farti andare in crisi,  fiaccare le tue convinzioni e consegnarti in balia di altre volontà. Finché succede agli altri, puoi dire che sono "tutte montature", "suggestioni", "isterismi", che "qualcuno ci marcia".  Ma dopo aver visto la figlia Veris, ragazzina timida e certamente non esibizionista,  impartire la benedizione alla folla, accompagnata da una luce strana. Dopo essere stato scaraventato a terra dalla figlia quindicenne, che non avrebbe mai potuto avere quella forza.

Dopo averla vista alla grotta, cadere a faccia avanti, da posizione eretta senza piegare le ginocchia e rialzarsi incolume, soltanto con un po' di polvere sulla punta del naso. Dopo questi e altri fatti misteriosi, mio padre non era più lo stesso di prima.

L'impronta del tappo

Vennero a trovarci parenti mai visti, come quelli del ramo di mio nonno materno Vincenzo De Benedetti, dalla Ciociaria, dove si diceva che anche da quelle parti fosse apparsa la Madonna.  Veniva a Marta anche il "Saponaro", con il suo camion, a vendere il sapone. Passando davanti alla grotta, andò in estasi, lasciò camion e mercanzia per aggiungersi al gruppo dei veggenti. Di lui abbiamo conservato per anni il ricordo: l'impronta di un tappo di latta dell'aranciata San Pellegrino sulla tovaglia di tela cerata che copriva il tavolo della cucina. Il senso dell'ospitalità non è mai venuto meno  in casa nostra e, pure se non mancavano mai gli ospiti, c'era sempre sul tavolo qualcosa da bere.

Il "Saponaro",  alto, con un paio di baffi alla Amedeo Nazzari e una voce che ricordo profonda e suadente. seduto a capotavola, parlava giocherellando con il tappo dell'aranciata fra le dita e nella tovaglia rimase quel cerchio dentellato, marrone scuro come una bruciatura, come se il tappo fosse stato rovente.

Estasi controvoglia

Ad alcuni giornalisti sarebbe piaciuto poter pubblicare lo scoop sulla Madonna della Grotta come una spettacolare mistificazione e mettevano alla prova i veggenti avvicinando ai loro occhi la fiamma di una candela o pungendoli con uno spillo. C'ero anch'io dentro la grotta, quando mio padre sferrò una sberla al giornalista che si era messo a pungere le mani di Ivana. Nessuno meglio di noi poteva sapere quanto Ivana avrebbe preferito restare una ragazza normale e non cadere in quello stato d'incoscienza, che la prendeva suo malgrado. Al suo risveglio restava sempre taciturna e scontrosa. Non amava parlare delle sue visioni, al contrario di Veris, che cercava timidamente di descriverle, con gli occhi assorti, come quando si vuol ricordare un sogno lontano. La Madonna le parlava del  Male che minacciava l'umanità e una volta  le mostrò l'Inferno, con i dannati tra le fiamme  e, cosa che le rimase impressa, fra i dannati  anche alcuni sacerdoti.

Nei giorni successivi alle apparizioni, i veggenti erano chiamati all' adunanza da don Tommaso, un gesuita, cognato della signora Barbara. Ivana ci andava malvolentieri a quelle adunanze e soltanto perché spinta al "dovere" dalla mamma, ormai convinta che a chiamare le figlie fosse la Madonna stessa. L'ho sentita più di una volta protestare : <<Io all'adunanza non ci voglio andare. Don Tommaso mi fa paura>>, per obbedire poi piagnucolando. 

Clausura

Da Roma veniva a trovarci anche un certo don Vidoni, dalla parlantina molto accattivante, che vantava una sua parentela con noi perché (diceva lui) secondo l'araldica, il suo cognome sarebbe derivato da Guidoni. Convinse i miei genitori a mandare Ivana in convento. <<E' una santa>> diceva <<deve seguire la strada che le ha indicata la Madonna>>. E Ivana fu chiusa nel convento delle suore Benedettine di Montefiascone, un ordine monastico di clausura. Eppure, fra tutte le veggenti, Ivana era quella più recalcitrante. Quando l'effetto dell'estasi cessava, lei non voleva più sentirne di preti e di madonne. Non sapeva cosa le accadesse, ma rifiutava tutto ciò con fastidio. Fu suo malgrado votata alla beatificazione. Noi famigliari potevamo vederla attraverso il vetro del parlatorio, una volta alla settimana, alla domenica, senza poterla toccare. Ci passava i santini dalla ruota girevole. Una volta mi passò un caleidoscopio che aveva  costruito lei per me. Quanto ho fantasticato osservando le mutevoli fioriture colorate in quel cilindro magico!

Suor Marcellina era l'unica persona con la quale Ivana poteva avere contatti nel convento. La precedeva sempre nelle nostre visite. Durante il colloquio le stava alle spalle come un angelo custode. Al termine la riaccompagnava nella sua cella. Poi usciva in parlatorio per aggiornarci sulla vita di Ivana. Aveva un alito che l'avrebbe fatta riconoscere anche a distanza e al buio. Era una divoratrice di aglio, che portava sempre in tasca e sbucciava persino durante le orazioni in chiesa (così mi raccontò quattro anni più tardi mia sorella).  Un giorno, la mamma volle sapere da suor Marcellina come mai mia sorella fosse tanto pallida:<<Forse non mangia?>> domandò con la naturale preoccupazione di ogni mamma. <<Vostra figlia è una santa>> rispose con tono grave suor Marcellina. <<Dovete sapere che ogni venerdì rivive la passione di Gesù Cristo. Al giovedì sera comincia a sentirsi male e al venerdì peggiora fino a delirare.

Io le sto sempre vicina. A notte vuole essere accompagnata alla cappella, va a pregare sotto all'altare, accusando forti dolori ai polsi, poi cade svenuta e nei polsi appaiono due fori sanguinanti. Al sabato resta sempre coricata al letto, perché è troppo debole. Le stimmate scompaiono a poco a poco. Avete fatto caso come Ivana tenga le maniche della tonaca tirate giù fin sopra le mani? Per nascondere i polsi. Perché i segni delle stimmate potrebbero non essere scomparsi del tutto alla domenica mattina. Ma non dovete assolutamente parlare di queste cose con lei, ne potrebbe morire>>.

Rivelazione scioccante, della quale mai più se ne parlò in famiglia da quel giorno. Cose troppo grandi per noi. Per me ha costituito l'immane segreto che mi sono portato dentro per una vita.

La suora affogata

Poi mia sorella fu trasferita a Roma, nel collegio delle suore Benedettine  in via Maffeo Vegio a Montemario,  da dove scappò nel 1952. Quella fuga non fu presa bene in casa e in paese. Ormai mancava poco a Ivana per prendere i voti. A Montemario era già novizia e aveva assunto il nome di suor Elena. La condusse a Marta un certo Gastone e la fuga dal collegio passò per fuga d'amore, ma, come poi vedremo, non fu così. Non avendo con chi confidarsi (i miei genitori non l'avrebbero capita, Veris aveva rimosso la sua storia e non l'avrebbe rivangata con la sorella, Mariella era ancora chiusa in collegio a Montemario), Ivana si sfogava raccontando a me la sua vita monastica, durante le lunghe passeggiate che facevamo sulla riva del lago. Quello trascorso al convento di Montefiascone, raccontava, fu il periodo più terribile per lei, ragazza sedicenne, costretta all'isolamento. Unico contatto era suor Marcellina. A Ivana era negato persino di incontrarsi e di giocare in giardino con le sue coetanee. Le era consentito di recarsi in giardino solo  quando non c'era nessuno. Una sera,  seduta sul bordo della fontana in mezzo al giardino, stava dialogando con il firmamento. Quando è sereno, il cielo da quelle parti è un immenso schermo fra i più belli d'Italia.  Per chi lo sa leggere, ha le costellazioni lì, a portata di mano, limpide. Chi ama fantasticare, può penetrarlo fino a  oltrepassare le stelle più fioche e lontane, per immaginare mondi  diversi, più evoluti e più giusti. Amava trascorrere così la sua ora all'aperto, mia sorella Ivana, costretta a promettersi sposa di Gesù. Sotto lo stesso cielo, dieci chilometri più a valle, dove l'acqua del lago lambisce quasi le case, le sue coetanee a Marta  forse  si rincorrevano con i ragazzi in quei giochi non più da bambini, ma comunque innocenti. Di solito si divertivano a prendersi in giro e poi ridevano insieme. Ridevano insieme. Lei aveva come sole amiche le stelle  e quella sera anche la luna.  Con loro fantasticava, desiderando di volare fino a raggiungerle.  Lei e Veris mi avevano insegnato una filastrocca che si recitava scrutando il faccione della luna piena: <<Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle, vedo la tavola apparecchiata, vedo Caino che fa la frittata>>. Io ero convinto che lassù ci fosse veramente Caino con le sue frittelle e la tavola apparecchiata. Non riuscivo a intravedere la scena, nonostante aguzzassi lo sguardo fra gli occhi, il naso e la bocca della luna. Ma se i grandi la vedevano vuol dire che loro sapevano guardare meglio di me.  E forse anche Ivana ci credeva ancora. Il silenzio del giardino era rotto dallo scroscio vellutato dell'acqua che scendeva nella vasca come un sommesso dialogo fra comari. Ivana si divertiva a schiaffeggiare l'acqua per entrare in quel  chiacchiericcio.  Poco al disotto del pelo dell'acqua toccò qualcosa di metallico. Era un crocefisso, lo afferrò e dietro al crocefisso venne la corona e dietro alla corona una tonaca nera. Bocca aperta e due occhi sbarrati. Il corpo di una monaca affogata.

Terrorizzata, corse da suor Marcellina, che la riaccompagnò subito nella sua cella. Della suora affogata non se ne seppe più nulla. Non si fecero funerali. Non se ne parlò mai in convento.

Una notte le venne in sogno un uomo. Era un contadino di Marta che lei conosceva vagamente per averlo visto nelle processioni trasportare sulle spalle la statua della madonna. Nel sogno le apparve sull'uscio del convento, in fondo alle scale, mentre la chiamava con insistenza:<<Scappa da questo convento, Ivana, corri, vieni via con me!>>.

Raccontò il sogno a suor Marcellina e, chissà perché, le sembrò che le sue parole avessero scatenato un terremoto. Stranamente, contro ogni regola di clausura, la domenica successiva dettero il permesso ai miei genitori di condurla a Marta, dove apprese che quel contadino era morto proprio la stessa notte in cui era venuto a trovarla in sogno. Accompagnata dalla mamma e dal babbo, fu condotta in visita alla vedova,  che le mostrò una foto del marito ritratto durante una processione, con la Madonna sulle spalle. Le chiesero se fosse l'uomo venutole in sogno. <<Sì, è proprio lui!>>. Ivana lo riconobbe e svenne.

Non si sa per quale ragione dopo poco tempo fu trasferita nel collegio di Montemario. Era un collegio gestito dalle suore Benedettine per figlie di famiglie benestanti. La retta era di 30.000 lire al mese, l'equivalente dello stipendio di mio padre. Eppure, su richiesta dei miei genitori, nel 1950 il collegio accolse gratuitamente Mariella, la minore delle mie sorelle, che lì iniziò la scuola elementare. Ivana, che ora si chiamava "suor Elena", non era segregata come a Montefiascone. Al collegio lavorava come tutte le altre, anche a servire i blocchetti di tufo ai muratori che stavano ristrutturando le stalle. Mi raccontò che in fondo alle stalle fu eretto un muro per nascondere cosa c'era al di là: un magazzino pieno

di ogni ben di dio. Un giorno fu chiamata a sostituire una delle suore incaricate per la spesa, costretta al letto dalla febbre. A bordo di una Lancia Ardea, guidata da una spericolata sorella benedettina, andò a fare provviste per Roma insieme ad altre due suore. Ci rimase male, quando si trovò a fare il giro degli ospedali romani per la raccolta del pane avanzato ai malati. Le suore dicevano alle infermiere che quel pane serviva per fare il pastone ai maiali. Ivana sapeva invece che finiva nel  pentolone del brodo, servito poi alla mensa delle studentesse.  

La signorina Carlomagno

A Montefiascone aveva avuto suor Marcellina, come unica confidente, a Roma una certa signorina Carlomagno. Una spilungona segaligna, sui 30 anni, che diceva di trovarsi nel convento di quel collegio perché aveva perduto il fidanzato, del quale conservava la foto in un medaglione che le era permesso di tenere appeso al collo. Amava esercitarsi nell'equitazione. Il collegio infatti era dotato di un maneggio, con cavalli di razza e di un parco per galoppare. Lei diceva di appartenere a una nobile famiglia, discendente diretta del re Carlo Magno. Andava in mensa portandosi dietro le sue posate d'argento, dove era incisa l'effige del grande antenato. A Ivana diceva di voler scrivere un libro sulla sua vita di veggente e prendeva appunti su tutte ciò che riusciva a scucirle dalla bocca, solitamente avara di risposte sull'argomento. Ciononostante riuscì a conquistarne la fiducia e a farsi trattare come un'amica. Una volta la chiamò per dirle:<<Suor Elena, tu oggi sei entrata nella mia stanza.>> <<Sì, è vero>> rispose mia sorella <<sono entrata per prendere un libro, ma tu come fai a saperlo?>><<Guarda qui>> le disse, avvicinando una grossa lente alla maniglia della porta <<Queste sono le impronte delle tue dita. Nessuna persona ha le righe dei polpastrelli uguali a un'altra>>. Allo stupore  della ingenua novizia, la Carlomagno spiegò che quella era una tecnica della polizia americana e che gli americani avevano inventato tante altre cose.

<<Per esempio>> disse <<ti soffiano una minuscola freccetta del diametro di un capello dietro all'orecchio e poi da lontano sono in grado di farti fare ciò che vogliono loro.>>

De Gasperi

Alla festa annuale del collegio veniva allestito uno spettacolo, nel quale recitavano insieme studentesse e novizie. Le famiglie delle ragazze erano invitate e i miei genitori, che di figlie in quel collegio ne avevano due, partecipavano con il resto della famiglia.

Era una domenica di carnevale, ricordo e per le strade di Roma si vedevano passare damine, principesse, piccoli cow boys in maschera e ragazzi che strombazzavano lanciandosi coriandoli. Mi sembrava di essere nel paese di Bengodi, quello del libro di Pinocchio, che la maestra ci leggeva a puntate nell'ultima mezz'ora di scuola.  Io avevo soltanto una scimitarra. Me l'aveva regalata Dario, il figlio dello zio Umberto Guidoni, che passammo a salutare. Dario aveva  una libreria-cartoleria, con tanti giocattoli. Io ero orgoglioso di avere un cugino così importante a Roma.

Quando entrammo nel collegio a Montemario, ci venne incontro una billa (tacchino detto alla martana) maestosa, mai vista prima. Più tardi Mariella mi disse che si trattava di un pavone. Si avvicinava a noi per mostrarci meglio la ruota della coda sfolgorante di colori. A Roma era tutto più grande e più bello. Le case, le strade, i giocattoli e persino le "bille" non erano come quelle di Marta.

Anche gli invitati che stavano affluendo per la festa non erano come la gente di Marta. Non sembravano operai, contadini o pescatori. Avevano tutti una carnagione bianca levigata, come quella dei preti. Fra gli ospiti c'era anche il capo del governo, Alcide De Gasperi.

Suor Elena (Ivana) si esibì fra le collegiali, cantando alcuni brani di opere liriche. Aveva una bella voce mia sorella, forse da soprano o mezzosoprano. Nella Mimì  della Boheme e nella Violetta della Traviata, sembrava che cantasse sé stessa. Il palcoscenico le dava l'occasione per tirare fuori tutta l'angoscia che aveva dentro.

E era bella, con i suoi capelli sciolti, senza la cuffietta monacale, con i suoi occhi castani dallo sguardo dolce, vero, profondo. E l'ovale del volto mediterraneo.

Finita la recita fu subissata di applausi e le sue gote pallide si colorarono improvvisamente di rosso. Non si aspettava tanto calore di pubblico.

Fu avvicinata da De Gasperi, che si complimentò con lei e si mostrò interessato alla sua storia di veggente (chissà chi lo aveva informato?). Quella storia era diventata per Ivana un vero e proprio incubo, che le stava rubando i migliori anni della gioventù e voleva soltanto dimenticarla.

Un signore che stava sempre a fianco a De Gasperi, insisteva nel farle domande, perché asseriva di volere scrivere un libro sulla sua vita. Il fatto che più persone fossero interessate a scrivere un libro sulla sua vita, la infastidiva. Da quando fu portata via da Marta non aveva avuto più apparizioni e questa era l'unica consolazione. Ma le persone che la circondavano non le davano il tempo di rimuovere i ricordi. L'uomo, che si era presentato come il segretario di De Gasperi, notando l'imbarazzo della giovane, forse pensò non fosse quello il momento adatto per fare interviste e le promise di ritornare un altro giorno. Infatti tornò alla carica ancora una volta, quando De Gasperi venne a inaugurare il nuovo padiglione del collegio, con il giardino e le stalle. Anche quella volta Ivana riuscì a sfuggire alle domande di quel segretario troppo curioso. Non evitò però quelle della signorina Carlomagno, che una volta ottenuto quanto voleva sapere, si diede da fare per aiutarla ad evadere dal collegio.

La fuga

Gastone, il capomastro della squadra di muratori padovani addetti alle ristrutturazioni, aveva le chiavi della porta carraia e poteva entrare e uscire dal collegio a qualsiasi ora. Fu scelto come complice.

Un sabato sera della primavera 1952 Gastone prese con sé l'emozionatissima suor Elena, già pronta ad aspettarlo, con le poche cose sue in un sacco, vestita con un giacchetto di lana su una lunga gonna. Abiti troppo grandi, procurati per lei dalla Carlomagno. Giunse così a Marta. Ai miei genitori Gastone raccontò la verità che sapeva: che Ivana non voleva farsi monaca, che si era ammalata e che una sua amica molto influente lo aveva pregato di ricondurla a casa. Quella notte dormì nella mia stanza. Il giorno dopo pranzò con noi poi se ne andò e non lo abbiamo più rivisto.

L'avvenimento suscitò la curiosità morbosa dei paesani. Come mai Ivana, quasi monaca, quasi santa, era tornata a casa con un uomo? E si dettero subito la risposta: "E' stata una fuga d'amore". Mia madre, che ci teneva a non sfigurare più di tanto all'occhio della gente, assecondò suo malgrado quella motivazione. Parlava di questo Gastone, geometra, persona a modo e benestante, che era andato a Padova per dare la notizia del fidanzamento ai genitori. Ma in casa non faceva altro che rimproverare Ivana per aver tradito le suore e la famiglia. Dopo un po' che i paesani non vedevano tornare Gastone, la mamma  fece correre la voce della sua morte in un incidente vicino a Padova. Certo, Ivana non si aspettava di essere accolta in casa con entusiasmo, perché aveva maturato la convinzione di essere stata sacrificata alle ambizioni di chi la voleva santa a tutti i costi. Per ignoranza, non per fede, i genitori avevano accolto di buon grado l'opportunità di farle prendere i voti. Forzando la sua volontà, l'avevano inoltrata nel convento di clausura, dove si entra per rinunciare al mondo. A Montemario, dove avrebbe potuto stare meglio che a Montefiascone, veniva invece sfruttata nei lavori più faticosi. Una volta aveva provato a mostrarci le vesciche alle mani, provocate dal duro lavoro di manovalanza. Ma i miei genitori non captarono il suo grido di dolore e tantomeno  presero in considerazione  l'ipotesi di riportarla a casa. Adesso però era lì. Avrebbero dovuto ascoltarla.

Lei aveva tante tristezze da raccontare. Aveva bisogno di piangere fra le braccia della mamma. Niente, neanche una carezza. Fu un ritorno del "figliol prodigo" alla rovescia. Ma doveva ancora arrivare il peggio.

La chiusura della Grotta

Nella seconda metà di giugno venne a Marta la signorina Carlomagno. Era alta e asciutta, forse anche troppo asciutta. Aveva il seno piatto e, se non fosse stato per la gonna e i capelli biondi arricciati con la messa in piega alla Kim Novak, avrei potuto scambiarla per uomo. Ero ancora alle colonie a Montefiascone, quando venne a trovarmi insieme a Ivana. Mi portò in regalo un giornalino a fumetti con i fotogrammi di un film di Tarzan. Protagonista John Weissmuller, il mio eroe preferito. Mostrò così di conoscere i miei gusti.

Dove fossero andate e di cosa avessero parlato quel giorno le due ex novizie io non lo so. So invece quello che la Carlomagno disse a Ivana la settimana successiva,  quando ritornò da Roma. Anche quella volta aveva un regalo per me. Avendo saputo della mia passione per il disegno, mi regalò un pantografo di legno. Io lo accettai con curiosità, ma non l'ho mai usato, perché ero abituato a copiare gli oggetti da disegnare a mano libera. Copiare i disegni con il pantografo veniva da me considerato come un sotterfugio meschino.

Ci trovammo alla Passeggiata, sul lungolago. Io accompagnavo Ivana, mentre la Carlomagno parlava a bassa voce di cose che ritenei fossero di estrema importanza, viste le espressioni dei loro volti. Mia sorella, più pallida del solito, sembrava avesse la pelle disidratata, tanto era tesa. La sua amica le consegnò una grande busta bianca con la stessa cura che si usa per le cose preziose. Le disse di portarla ai Carabinieri senza fermarsi a parlare con nessuno. Assolutamente nessuno. 

Appena cominciò a leggere il primo dei fogli contenuti nella busta, il Maresciallo divenne scuro in volto, fece sedere Ivana e chiamò l'Appuntato alla macchina da scrivere. Io fui accompagnato fuori dalla porta e non udii di cosa si parlasse in quella stanza. Ma il contenuto del discorso deve essere stato molto importante, se alla fine il Maresciallo, uscendo dall'ufficio con mia sorella, le mise una mano sulla spalla e disse con tono grave: <<Mi raccomando, chiunque dovesse trattarti male, fosse pure tuo padre, vieni subito da me.>> Aveva tanto bisogno, Ivana, di un gesto paterno, in quei giorni. Quello del Maresciallo fu l'unico che ricevette.

Arrivarono a Marta camionette e autoblindo, cariche di militari in assetto di guerra. La Grotta fu chiusa e sigillata. Contemporaneamente il Vescovo ordinava il divieto di culto alla Madonna della Grotta.

Ivana entrò in un girone d'inferno. Fu additata dalle beghine del paese come una donnaccia. La incolpavano di aver tradito la Madonna e provocato la chiusura della grotta.

Venivano sotto le nostre finestre a gridare: <<Puttana! Troia!>> E mia madre, anziché cacciare via la canea, si strappava i capelli: <<Disgraziata!>> diceva strozzando la voce per non farsi sentire fuori, con le vene del collo che le si gonfiavano e gli occhi fuori dalle orbite <<Lo vedi cosa hai combinato! Come facciamo adesso a guardare in faccia la gente?>> Mio padre, che quando non era di turno alla Cartiera, era al bar a giocare a carte, non voleva sentir parlare di queste cose in casa. Ma non aveva mai provato a capire il dramma della figlia.

Ivana non aveva con chi sfogarsi e neanche la mia fedeltà poteva esserle di sollievo, perché in fondo ero un ragazzino di dieci anni, che non capiva bene cosa stesse succedendo.  Il vulcano che la dilaniava dentro alla fine esplose in lei e la condusse vicina alla morte. Diventava sempre più pallida e taciturna. Le crebbero due grossi ascessi bluastri sotto le ascelle, che curava in casa con impacchi di semi di lino, secondo le prescrizioni di un guaritore del paese. Quando i miei genitori si decisero a farla ricoverare, dall'incisione di quegli ascessi fuoriuscì una gran quantità di liquido maleodorante. I medici dissero di averla salvata in tempo. Ma i reni ne soffrirono al punto che le si ammalarono. Più avanti, sposata e stabilitasi in Germania, le si prosciugarono. Dovette ricorrere alla dialisi, finché ottenne il trapianto, in età avanzata, in una clinica di Francoforte.

Gli anni che vanno dal 1948 al 1952 furono cancellati dalla memoria della nostra famiglia. Sulle vicende delle apparizioni fu posta una pietra tombale. Non se ne parlò più. Abbiamo rimosso 5 anni della nostra vita. Ivana e Veris  nel 1961 emigrarono in Germania. Un anno più tardi io mi arruolai in Marina e poi imbarcai sulle navi mercantili. Nel 1963 i miei genitori lasciavano la casa di Marta per trasferirsi a Viterbo, dove Mariella aveva trovato lavoro alla Upim.

Siamo tutti fuggiti da qualche cosa, ma da che cosa non ce lo siamo mai chiesto.

1962

Il cielo era già buio, quando riemersi in coperta dalla sala macchine. Pioveva che non si vedeva un accidenti, ammesso che fuori ci fosse un accidenti da vedere. Acqua sopra, acqua sotto e un mare forza 7, che faceva danzare il Robusto, rimorchiatore d'alto mare, costruito per far fronte a tutte le intemperie. Ma non c'è nave che tenga, quando il mare è grosso. Feci la doccia, cenai e andai a coricarmi. Il prossimo turno cominciava alle quattro del mattino. Il mio posto era al terzo piano del castello di brande sulla paratia a dritta. Il punto migliore per danzare con la nave. Verso mezzanotte sognai di essere fra i vicoli di Marta antica. Uno stormo di avvoltoi stava volteggiando attorno alla casa di Giulio, l'amico filosofo. <<Dove ci sono gli avvoltoi, c'è qualcuno che muore>> pensai e un'angoscia improvvisa mi fece svegliare. Strano come a volte si combinano le vicende oniriche con quanto avviene nella realtà.

Forse fu lo schianto di un beccheggio più forte degli altri a destarmi, ma contemporaneamente il sogno mi aveva fornito in anticipo la giustificazione del risveglio: un improvviso presagio di morte. Chi non ha mai provato esperienze simili? Non so, stai sognando di guidare la macchina, ti viene incontro un veicolo contromano, lampeggi, suoni il clacson, cerchi di evitarlo, ma quello ti viene addosso con un botto tremendo e ti svegli di soprassalto. Scopri poi che lo schianto non era dovuto allo scontro fra due macchine, ma alla finestra della camera sbattuta dal vento.

Altri esempi si possono fare, ognuno ne avrà da raccontare. Il tempo di riaddormentarmi e ripresi lo stesso sogno. Gli avvoltoi  stavano stringendo il loro cerchio sopra il tetto della casa. Uno più nero e più grande degli altri si era già posato sulla finestra e sbatteva le ali nel tentativo di entrare dentro. No, questa volta non c'entrava il beccheggio della nave. Mi svegliai tutto sudato e l'angoscia mi rimase dentro a lungo.

La sera del secondo giorno successivo al sogno, stavamo rientrando alla Spezia, scese in macchina il direttore.

Mi chiese se andava tutto bene <<Con questo tempo sono tutti in branda>> mi disse. Poi mi propose: <<Ti piacerebbe andare in licenza?>> "E' ubriaco", pensai. Infatti il Capo macchina ci andava giù forte con il Fundador. Aveva la bottiglia sempre a portata di mano.

<<Eh, sì>> fu la risposta che riuscii a dargli, mentre gongolavo dentro di me, come chi trova per terra il biglietto vincente della lotteria. <<Domattina, quando arriviamo alla Spezia, preparati,  che avrai la licenza già firmata. Vanno bene quindici giorni?>> A una domanda così non c'è bisogno di rispondere.

Fu soltanto mentre stavo sbarcando con lo zaino e la chitarra a spalla, che seppi la motivazione di quell'improvvisa licenza. <<Vai a posare la chitarra,>> disse il direttore <<Non è una vacanza>> e mi porse il foglio del telegramma che teneva in mano: "Concedere licenza per disgrazia in famiglia al marinaio Guidoni Augusto" c'era scritto "Il Ministro della Difesa Giulio Andreotti".

Giulio

Dalla Spezia a Tarquinia in treno, da Tarquinia a Tuscania e da Tuscania a Marta in autobus, feci un viaggio con il cuore in gola. Non esistevano cellulari a quell'epoca e poche case, le più agiate, avevano un telefono. Pensavo al babbo, che per la sua bronchite cronica doveva ricoverarsi periodicamente all'ospedale di Viterbo. "Forse questa volta non ce l'ha fatta" mi dicevo "o forse si tratta della mamma, con il suo mal di fegato". (Mia madre si era convinta e ci aveva convinti di essere malata di fegato, per un'estrazione di calcoli alla cistifellea che aveva subito all'età di trent'anni).

Giunto a casa trovai tutti in buona salute e stavo per esultare di gioia, quando mi dissero della morte di 

Giulio, l'amico filosofo al quale ero affezionatissimo. Paraplegico dall'età di dodici anni si trascinava per la casa su una sedia di legno dalle gambe  segate a metà, che manovrava oscillando con il corpo a destra e a sinistra, mentre dirigeva il movimento con l'aiuto delle mani, diventate robuste in quel gioco di sollevare e spingere il piatto della sedia.

Lo conoscemmo così con i miei amici, quando andammo a trovarlo per la prima volta. Frequentavamo il Centro di Lettura, che il maestro Fulvio  aveva trasformato in ritrovo serale per giovani e meno giovani, dove, fra una lettura e una discussione culturale, c'erano spazi anche per la recita di poesie e per qualche concertino a base di chitarra, mandolino e armonica. Contadini, operai e pescatori, piuttosto che al bar o all'osteria, amavano trascorrere così le serate. Si potevano avere libri in prestito e ad ogni libro era allegata una scheda dove il lettore poteva scrivere le sue impressioni sul contenuto e sull'autore del testo.

Molte di quelle schede tornavano indietro compilate da un lettore che non  frequentava il Centro. Ma erano di una tale bellezza, che spesso il maestro Fulvio ce le leggeva ad alta voce. I commenti contenevano una vena filosofica e ci sentimmo spinti a conoscere meglio questo interessante personaggio. Insieme ad altri tre amici, andammo a trovarlo.

La casa di Giulio sovrastava la piazzetta dove si giunge salendo l'antico vicolo a larghi scalini che dalla chiesa parrocchiale va in direzione del "Castello". L'uscio di casa si apriva sulla scala esterna in pietra, tipica architettura dei borghi medioevali. Per 28 anni era stato l'unico suo osservatorio sul mondo reale.

Augusto Guidoni 1958 - "Tarzan" all'isola Martana

l'Isola Martana

Ci autotassammo  in quattro, per comprargli una carrozzella usata, poi glie ne arrivò una tutta nuova dal Ministero dell'Istruzione, tramite il Centro di Lettura. Così poté uscire verso  spazi più aperti. Il paese, la campagna, il lago. Rivide l'uliveto dove all'età di dodici anni era rimasto paraplegico per una brutta caduta. Ce lo portammo dietro nelle nostre scampagnate e persino all'isola Martana, che aveva sempre desiderato vedere da vicino.  Noi ragazzi eravamo abituati a penetrare l'isola dal lato nord, dove la caldera emerge ripida sull'acqua per più di settanta metri d'altezza. Lì i feroci cani del Professor Vitaliano, l'ex gerarca fascista padrone dell'isola, non potevano arrivare, perché  vi si  accedeva soltanto in barca oppure a nuoto.

Raggiungevamo le rovine del castello che si staglia a picco sulla sommità della caldera, tramite un passaggio segreto. Era il traforo della regina Amalasunta, che partiva da un angusto pertugio nascosto fra la vegetazione rupestre, per allargarsi in una ripidissima scalinata, scavata quasi in verticale in una fenditura della roccia.

Amalasunta, vedova di Eutarico, era figlia di Teodorico il Grande. Alla morte del padre, avvenuta nell'anno 526, il regno  dei Goti fu ereditato dal giovane Atalarico, che regnò sotto la reggenza della madre Amalasunta, fino alla  prematura scomparsa, nel 534. Amalasunta, poco amata dai nobili goti, teneva invece buoni rapporti con l'Imperatore Giustiniano di Costantinopoli. Per avere un uomo accanto a sé,  scelse come compagno il cugino Teodato,  duca di Tuscia, l'ambizione del quale però le fu fatale. Fu relegata nell'isola Martana, dove visse per un certo tempo prima del suo assassinio, nel 535 d.c., commissionato da Teodato stesso.  Una leggenda popolare vuole che la regina avesse con sé un tesoro,  nascosto da qualche parte dell'isola.  Nessuno lo ha mai trovato, ma in tanti ci siamo cimentati alla ricerca, esplorando ogni anfratto.  Le scalate all'isola Martana sono state le avventure nostre preferite. Le raccontavamo a Giulio, nelle  gioiose serate trascorse insieme. Lui partecipava con i suoi consigli, perché di quel tesoro ne aveva sentito parlare anche lui fin da bambino. Pure Piero glie ne parlava, il pescatore che abitava dirimpetto. Aveva esplorato l'isola in lungo e in largo. Era di una agilità felina e arrivò nei punti più  difficili da raggiungere, ma alla fine Piero la smise di rischiare l'osso del collo per quel tesoro che, secondo i suoi sospetti, forse se lo erano "fregato i preti". L'isola è un'oasi naturale, difesa dall'asprezza del suo territorio vulcanico, tutto scogli e dirupi, nascosti a malapena da chiazze di vegetazione spontanea. La zona abitabile è quella centrale, rivolta verso Marta. C'era la villa del professore e il giardino, con la sua fontana di acqua ferruginosa, che dicevano facesse bene alle ossa.  Costeggiando con la barca verso nord ovest, ci sono dei faraglioni che nulla hanno da invidiare a quelli di Capri, se non che quelli dell'isola Martana sono dominati dai gabbiani, invece che dai turisti. Dal lato opposto, a sud est, fra le piante di aloe abbarbicate alle rocce e un rado canneto bagnato dal lago, c'era quello che io chiamavo il regno delle  farfalle. Era il mio eremo, dove amavo trascorrere qualche ora di relax  dopo le  lunghe nuotate dalla spiaggia di Marta all'isola.  Coricato sulla pietra calda, ascoltavo il sommesso sciabordio dell'acqua che s'insinuava fra le canne, schiaffeggiava quasi affettuosamente gli scogli, per ritirarsi appena un attimo e tornare a giocare con la riva. Eleganti farfalle dalle ampie ali multicolori svolazzavano qua e là, posandosi ogni tanto su qualche fiore giallo e poi salivano su su, lungo la roccia a picco, sfioravano le grasse pale degli aloe e planavano in giù per mostrarsi più vicine in tutta la loro bellezza. Non ero un esperto di lepidotteri, ma credo che fra di esse ci fossero delle vanesse e ce n'erano anche di più belle. Mi auguro soltanto che a nessun collezionista di farfalle sia stato mai permesso lo sbarco su quel fazzoletto di paradiso.

Peccato che Giulio non potesse accedere fisicamente nei nostri angoli preferiti, ma sbarcò comunque con noi nella parte abitabile dell'isola, dove fu accolto volentieri dal Professore, avvisato da Santino, il pescatore guardiano dell'isola, che si era anche premurato di allontanare i cani.

Il Professore era un amante della pittura classica e detestava l'arte moderna. Intavolò con Giulio un discorso sull'argomento che li appassionò entrambe. Certo, Giulio avrebbe desiderato vedere i dipinti di Raffaello, che si diceva fossero nella villa, ma la confidenza del Professore non giunse fino al punto di farci entrare in casa.

Grazie Giulio!

Erano sempre belle le ore trascorse in compagnia di Giulio, che sapeva ascoltare e anche darci lezioni di vita.

Una sua massima, che ricordo meglio di ogni altro insegnamento, è questa:<<L'importanza sta più nell'andare, che nell'arrivare. Nell'angoscia di raggiungere una mèta, trascuriamo spesso quello che ci passa davanti agli occhi.>> Detta da uno come lui, che con le sue gambe non poteva andare da nessuna parte, questa frase faceva veramente riflettere sul senso della vita.

In poco tempo ci legò un affetto profondo a questo uomo intelligente, buono, altruista. La sua religiosità non era bigotta, ma semplicemente naturale. La esternava come se lui fosse un vecchio amico di Cristo, del quale condivideva vita e pensiero. Spesso nei portatori di handicap subentra un meccanismo di autodifesa che li rende o quantomeno li fa apparire piuttosto egoisti. Per Giulio non valeva lo stesso discorso. La sua superiorità intellettuale compensava la minorazione fisica. Gli occhi dallo sguardo arguto e calmo sotto la spaziosa fronte, dicevano  all'interlocutore chi fosse il padrone della situazione. Lo capimmo subito, nelle argomentazioni teologiche, filosofiche o sulla vita di tutti i giorni. Ma soprattutto (e questo ci faceva rabbia) nelle partite a dama. Se non stavi attento andava a dama in tre mosse e se stavi attento potevi perdere dignitosamente. Quante serate abbiamo passato, ragazzi e ragazze in quella casa antica e povera, ma ricca di cose che non puoi trovare facilmente altrove, prima di tutte l'amicizia vera.

Parlavamo, discutevamo dei nostri problemi e lui, che problemi sembrava non avesse, aveva soluzioni per ogni nostro assillo. Qualche volta allestivamo una cenetta e sempre c'era una chitarra a portata di mano. Davanti alla sua tomba al cimitero chiesi ai miei amici come fosse morto. Aveva avuto un blocco renale, perché gli si era pietrificata la vescica. Il dolore doveva essere stato atroce, ma quella notte, prima di morire mi aveva pensato. Disse scherzando a Mario:<<Chissà cosa starà facendo adesso l'Ombrellaio? (mi chiamava così a volte, dopo l'ultima canzone che avevo composto, intitolata appunto "L'ombrellaio").>> Furono le sue ultime parole. Sul Robusto, con il mare in tempesta, negli stessi istanti io sognavo gli avvoltoi che volteggiavano attorno alla sua casa.

Tornato a bordo ebbi la sgradita sorpresa. Il ministero della Marina aveva raccolto informazioni sulla motivazione della licenza concessami dal Ministro della Difesa e scoprì la verità. Il maestro Fulvio, per farmi partecipare ai funerali dell'amico Giulio, aveva fatto una telefonata ad Andreottti, personaggio politico di casa da quelle parti, che fece  spedire il  radiogramma sul Robusto.

Eravamo in navigazione per la consegna delle bombole di acetilene ai fari delle isole Termiti, la notte in cui Giulio stava morendo. Il Direttore di macchina, che all'indomani mattina lesse "disgrazia in famiglia" sul radiogramma, mi tenne nascosta la notizia per due giorni, fino al ritorno della nave all'Arsenale della Spezia. Non voleva sapermi preoccupato durante i turni di navigazione. Nessuno poteva ora convincerlo di non essere stato preso per i fondelli.

"Il massimo di rigore (un mese di prigione) con sospensione di ogni permesso per sei mesi", fu la richiesta del ministero della Marina al Comando della Spezia, perché la morte di un amico non veniva considerata disgrazia in famiglia. Soltanto la concomitanza con l'amnistia di Santa Barbara, mi salvò dall'esecuzione della punizione. Ma sui miei fogli matricolari restò impresso il timbro "C. E." (Cattivo Elemento). Tutti i conduttori macchina andarono in congedo con il grado di sergente, io con quello di marinaio in seconda.

 In cerca d'imbarco

Congedato dalla Marina Militare, non volli tornare al lavoro della  Cartiera, partii per Genova. Una valigia con tutto l'occorrente e l'inseparabile chitarra, amica nella buona e nella cattiva sorte.

Piazza Banchi, piazza Cardinal Ferrari, a Genova erano i punti di ritrovo per marittimi in cerca d'imbarco.  Vigeva una specie di caporalato. Ogni tanto si formava un capannello attorno a uno dei personaggi che fungevano da agenti di reclutamento per armatori di navi non a contratto nazionale.  L'uomo aveva con sé un registro e faceva la chiama per le categorie di cui aveva bisogno: "Un mozzo e due marinai per la nave Seagull...... Un garzone di cucina per la società Cameli....Un carbonaio per la nave  Savannah...." ecc.  Non c'erano chiamate per fuochisti o giovanotti di macchina, la mia categoria.

La prima notte la passai su una panchina della sala d'aspetto alla stazione Brignole. La seconda notte dovetti sloggiare, perché da un controllo della Polizia Ferroviaria il mio biglietto risultava scaduto e non avevo diritto a dormire in Stazione. C'era un giardino a Brignole. Il terreno era in forte pendenza. Per non rischiare di rotolare giù fino alla piazza, durante il sonno, mi coricai a ridosso di un albero, abbracciato alla chitarra, con la valigia per cuscino. Al mattino ricominciavo il giro alla ricerca di un imbarco.

Nei pressi di piazza Cardinal Ferrari mi sentii chiamare:<<Guidoni!>> Era un marinaio genovese che avevo conosciuto a Taranto. Ci salutammo come vecchi amici persi di vista, anche se era passato solo un mese da quando avevo lasciato Taranto.  Cosa fai a Genova?>> mi chiese <<Non mi dirai che sei venuto a fare il posteggiatore con la chitarra!>><<Se non trovo un imbarco prima di finire i soldi>> risposi <<Non escludo questa eventualità>><<Hai messo il tuo libretto di navigazione in lista alla Capitaneria di Genova?>><<No, mi sono iscritto all'Ufficio Collocamento della Gente di Mare di Civitavecchia. Sono anche basso di numero, ma non si sa quanto tempo può passare prima che arrivi una chiamata da fuochista. A Civitavecchia non c'è tanto traffico e io ho bisogno subito di un ingaggio>><<Allora ti ci vuole una nave a compartecipazione o una bandiera ombra. Ho sentito dire che Rizzuto cerca personale, andiamo a vedere.>> L'ufficio della Compagnia di navigazione Rizzuto era all'ultimo piano di un vecchio palazzo. Quando arrivammo noi, stava uscendo un uomo sulla cinquantina, magro, dallo sguardo triste. Aveva con se il tipico bagaglio del marittimo: un sacco di tela che può contenere tutto il minimo necessario a un viaggiatore del mare. Soltanto io andavo in giro con una valigia di cartone pressato.

La signora olandese presentatasi come la madre dell'armatore Rizzuto, mi disse che per ora non le servivano fuochisti o macchinisti. Aveva appena assunto un meccanico spagnolo. <<Abbiamo bisogno di uno sguattero>> mi propose. Quello che lei chiamava "sguattero" non era altro che il "garzone di cucina", come veniva definito per contratto. Ma la signora, testa alta e occhi semichiusi, preferiva dire "sguattero", quasi con spregio. <<Poi, se si libera un posto da fuochista>> mi concesse <<Puoi andare alle caldaie.>> Accettai senza fare storie.    

Il Previdence

I Liberty erano navi costruite in fretta e furia per trasportare materiale bellico e viveri al seguito della flotta Alleata durante la seconda guerra mondiale. Nate per durare poco, a guerra finita erano destinate al disarmo, ma a poco prezzo trovarono acquirenti in tutto il mondo. Di legno all'interno, lo scafo era rivestito con una lamiera a saldatura veloce e non dava troppa affidabilità, anche se, con sorpresa degli stessi costruttori, vissero di più di quanto ci si poteva scommettere. Furono in massima parte destinate a battere bandiera ombra. Sono dette a "bandiera ombra" quelle navi che vengono registrate negli stati non vincolati alle leggi internazionali di navigazione, come Panama, Libano, Liberia, Honduras ecc. Di solito chi sceglie di domiciliare le proprie imbarcazioni in questi stati, lo fa per avere mani libere sulla gestione delle merci e del personale e per pagare meno tasse. Il "Previdence" era una nave liberty e batteva bandiera libanese". L'equipaggio era composto da quindici italiani, quindici slavi, otto spagnoli, un egiziano e un cubano. Il mio compito era di pelare un sacco di patate ogni mattina alle cinque, di lavare le pentole e servire i pasti all'equipaggio.  All'ora di colazione pranzo e cena, dovevo fare tre giri della nave per avvisare che il pasto era pronto, al suono del campanaccio. Il campanaccio (che poi era una bella campanella di bronzo) andava suonato nel verso giusto, come m'insegnò il primo ufficiale di coperta: <<Non sei un chierichetto che serve la messa>> Me lo tolse di mano e si mise a scrollarlo, con un movimento a braccio teso, avanti e indietro. <<Visto come si fa?>> disse poi, riconsegnandomi il campanaccio. Cavolo, non immaginavo che ci fosse un sistema anche per un'operazione tanto banale come quella di suonare il campanaccio!

 

Cipro

Agosto 1964 - Porto di Limassol - Isola di Cipro. Mi ero appena congedato dalla Marina Militare e non pensavo di dovermi trovare in mezzo a una guerra vera su una nave mercantile.  Attendevamo ormeggiati alla boa in rada l'autorizzazione per accostarci alla banchina e fare il carico, quando su tutto il porto scese il coprifuoco. Le navi che stavano facendo operazioni di carico e scarico salparono in fretta. Ogni anima viva si dileguò e le merci restarono abbandonate sulla banchina. Si fece buio pesto e al nostro comandante venne la bella idea di fare un prelievo di quelle merci. Fu calato un battellino con due marinai a bordo. Remarono fino alla boa e sbrogliarono il cavo d'ormeggio,  mentre l'argano issava l'ancora dal fondo del mare fino a pelo d'acqua. Avanti adagio, a luci spente, la nave si accostò alla banchina. Il tempo di caricare a bordo quattro macchine scavatrici, pronte per essere imbarcate chissà su quale nave e il Previdence tornò di nuovo alla boa, l'ancora filata a mare, il battellino issato a bordo. Tutto come  prima, ma con quattro benne nella stiva. Il cuoco, un napoletano di madre spagnola, che quando imprecava metteva insieme una filza di bestemmie in ambedue gli idiomi, forse per non scontentare nessuno dei due genitori defunti, rimase in piedi tutta la notte, con i nervi a fior di pelle. Alle cinque del mattino lo trovai ancora in cucina, dove lo avevo lasciato la sera prima. <<Hai sentito questi gran figli di zoccola che hanno combinato stanotte?>> Disse con quell'aria sconvolta che lo faceva sembrare pazzo, quando ce l'aveva con qualcuno. <<Sono entrati in porto e si sono fregati quattro scavatrici. Delinquenti che non sono altro! Siamo bandiera ombra in zona di guerra. I Turchi non ci mettono niente a buttarci addosso quattro bombe e a farci fuori Tanto neanche la Virgen do Carmine si accorgerebbe dell'assenza al mondo di questa fetenzia.>> In effetti, a pensarci bene, era un equipaggio assortito, con pochi legami a terra. Gli slavi erano quasi tutti fuoriusciti dal regime di Tito, senza documenti addosso. L'arabo era stato raccolto ad Alessandria d'Egitto dove, diceva lui, la polizia di Nasser aveva distrutto la sua casa e ucciso i familiari. Il cubano era scappato da Fidel Castro. Fra gli spagnoli, Alvarez,  andaluso, diceva di essere reduce dalla Legione Straniera. Felipe, il meccanico, aveva una triste storia alle sue spalle, che mi aveva costretto a imparare a memoria. Essendo imbarcato con me a Genova, eravamo diventati amici e, tutte le volte che alzava troppo il gomito, me la ripeteva. Tenendomi forte il braccio con la mano, forse temendo che volessi scappare via nel bel mezzo del racconto, mi diceva che  a Donostia (San Sebastian detto in lingua basca) era padrone di un peschereccio. Poi la figlia diciassettenne si ammalò di leucemia. Per poterla curare dovette vendere tutte le proprietà, compreso il peschereccio. Ma per la figlia non ci fu niente da fare. Morì ugualmente. Mi mostrava la foto: <<Guarda, Augusto>> diceva singhiozzando <<guarda come era bella.>> Dopo la morte della figlia, andò in rovina anche il suo matrimonio e ruppe i rapporti con la famiglia. Forse a San Sebastian non lo aspettava più nessuno.

Fra gli italiani non so chi si potesse salvare. A partire dal Comandante, tutte facce da tagliagole. Indecifrabile era la ciurma siciliana: 15 in tutto. Come il gruppo degli slavi. Chissà cosa sarebbe successo se i due gruppi fossero entrati in conflitto! Io ero una eccezione, in quella babele. Andavo d'accordo con tutti e mi sentivo rispettato. Forse perché ero quello che distribuiva il rancio. O forse perché avevo con me quel passaporto universale che era la mia chitarra.

Previdence

 

Mitragliati!

 Il crepitio seguito da scoppi fragorosi, non era una festa con fuochi d'artificio. Era una guerra, dove si sparava davvero. Verso le otto del mattino giunse l'avviso di sgombero anche per tutte la navi mercantili rimaste alla fonda in rada. Dal Previdence il Comandante rispondeva via radio che non ce ne saremmo andati prima di aver fatto il carico. Due aerei si levarono in volo dal vicino aeroporto e spararono un paio di mitragliate in mare, quasi a rasentare la nave. Le pallottole sollevarono una sequenza di colonne d'acqua. Era il segnale che stavano facendo sul serio. <<Fateci fare il carico e poi ce ne andremo>> insistette il Comandante, mentre il marconista continuava a ricevere dalla costa messaggi che ordinavano lo sgombero.  I due aerei tornarono minacciosi e questa volta ci passarono sopra, sparando due raffiche di confetti, che in parte si conficcarono nella tolda di legno e in parte rimbalzarono tra gli argani e i verricelli, con un sonoro strepitio metallico. Antonio, il cuoco, si ficcò al volo sotto il banco della cucina, farfugliando invocazioni  sconnesse:<<Madre de Dios... San Gennaro... Santa Barbara...>>A vederlo così rannicchiato sotto lo spesso tavolaccio, con le mani sulla calvizie per proteggersi da eventuali colpi di mitragliatrice, mi fece perdere quel poco di rispetto che gli dovevo per l'età e per essere il mio capo. Appariva decisamente ridicolo. Se non fosse stato per la drammatica situazione, mi sarei messo a ridere.

Il nostromo Stanko, uno slavo sui trent'anni, atletico, capelli biondi dalla lunga zazzera e una specie di machete sempre appeso alla cintura, corse verso la plancia e apostrofò il Comandante: <<Jeventi Capitano, ordini di salpare, altrimenti lo faccio io!>><<Qui non si salpa se prima non ci fanno caricare la nave>> fu la risposta gridata. Il nostromo allora estrasse con un gesto di rabbia il suo machete e tutti tememmo il peggio. "Qui ci scappa il morto" fu il pensiero che attraversò telepatico le nostre menti. Stanko ridiscese a balzi le scalette della plancia e si buttò sul cavo di ormeggio per tagliarlo a colpi di lama. Ma il lavoro sarebbe stato troppo lungo per la sua furia. Tornò sui suoi passi, sfilò l'ascia antincendio dalla paratia sotto la plancia e cominciò a menare fendenti come un pazzo. Tagliato il cavo, la nave si trovava in bando. Adesso qualcuno doveva dare l'ordine di salpare l'ancora. Se non lo avesse dato il Comandante, lo avrebbe dato il nostromo. Gli slavi erano pronti all'azione, ma sarebbe stato un ammutinamento dalle conseguenze imprevedibili. Il Comandante si rese conto della situazione e diede il fatidico "Salpate l'ancora!" Tutte le navi alla fonda ci avevano preceduto. Noi fummo gli ultimi a partire. Una sola nave rimase caparbiamente alla sua boa, il Leopard, bandiera liberiana. Giunti ad Augusta, in Sicilia, venimmo a sapere che venne bombardata e affondata.

L'avaria

Per lo spavento, al cuoco erano fiorite delle ampie chiazze bluastre sulla fronte. Ce l'aveva a morte con l'armatore che, secondo lui, sperava nell'affondamento del Previdence, per riscuotere l'assicurazione. E da Palermo venne l'armatore in persona, per verificare i danni provocati dal mitragliamento aereo. La nave, veramente, era stata appena scalfita, ma Rizzuto riuscì a individuare i danni  per i quali chiedere risarcimenti alla Turchia. L'alternatore per la produzione di corrente elettrica che alimentava anche i frigoriferi, si guastava spesso e molta carne surgelata, scongelata e ricongelata più volte, si era marcita. Quella dell'alternatore in avaria era una vecchia storia per la quale il cuoco andava in bestia e stramalediva l'armatore, che non intendeva spendere soldi in riparazioni. Ma fu fatta passare come danno di guerra. Rizzuto mandò quattro marinai slavi a prelevare dalle celle frigorifere due quarti di manzo argentino  marciti. Li mostrò a tutto l'equipaggio convocato in coperta <<Vedete>> disse <<io ai miei equipaggi ci tengo. Non voglio che mangino carne avariata.>> Il tempo che Giusy, la donna del marconista, scattasse qualche foto e poi ordinò ai fedeli slavi di buttare a mare quella carne maleodorante.

Dalla cucina osservavamo la scena, mentre il cuoco biascicava con la schiuma alla bocca: <<Eh, cornuto, butta la carne che non è sua. Perché non si butta lui a mare! Sperava che ci facessero colare a picco come il Leopard. Chissà quanto ci avrebbe ricavato sulla nostra pelle.>> Bisogna sapere che in quella nave, come del resto anche in altre che ho navigato, il cuoco era pure cambusiere. Non era quindi alle dipendenze dell'armatore, ma della ditta fornitrice di generi alimentari (in quel caso la ditta Parodi di Genova) che si fa pagare la merce dall'armatore. Il cambusiere ha un credito aperto in tutti i porti del mondo per acquistare viveri ed è il diretto responsabile delle merci da lui acquistate e caricate a bordo.  Che Rizzuto facesse il bello davanti all'equipaggio, buttando a mare quel po' di carne avariata, mentre le celle della cambusa ne erano piene, faceva giustamente andare in collera il già irascibile cuoco Antonio. Ma una parziale vendetta se la concesse all'ora di cena. Gli uomini dell'equipaggio venivano a prendersi i pasti in cucina, mentre gli ufficiali avevano la tavola apparecchiata in Quadrato e il cameriere faceva avanti e indietro per servirli ad uno ad uno, partendo dal più alto in carica (il Comandante). Essendo ospite, quella volta veniva servito per primo l'armatore. C'erano le bistecche ai ferri, per seconda portata. Il cuoco prese la più bella delle bistecche, la lasciò cadere sul pavimento e si mise a pestarla sadicamente con i piedi, poi la prese, bene allargata fra le mani, ci sputò sopra e la mise sulla piastra. Prima di girarla ci sputò ancora e la fece cuocere dall'altro lato. Guarnita con foglie d'insalata la porse al cameriere: <<Tieni, questa è per Rizzuto.>> (Guai a inimicarsi il cuoco che ti cucina! Non saprai mai come e quando te la farà pagare).

Sbarco in massa

Lo spavento di Cipro e le voci sulla probabilità che la nave venisse fatta naufragare in Atlantico, al prossimo viaggio con destinazione Norfolk, spinsero allo sbarco metà dell'equipaggio. Sbarcarono otto siciliani e il personale di macchina italiano. Degli slavi sbarcarono il nostromo Stanko,  il secondo di coperta Pete e il fuochista Boris, che mi diede il suo indirizzo di Zara, nel caso viaggiassi da quelle parti. Dei quattro spagnoli che lasciarono la nave, il fuochista Alonzo se ne andò in barella all'ospedale Moscarelli di Augusta, dove fu ricoverato con ustioni di 3° grado.  Un ritorno di fiamma lo aveva investito, stampandogli una profonda bruciatura circolare sulla schiena. Si erano così liberati due posti da fuochista. Io e Felipe fummo chiamati dal Comandante per coprire quei posti. Felipe accettò, io rifiutai seccamente. Sapevo che ad Alessandria d'Egitto avevamo fatto il bunkeraggio (il rifornimento di combustibile) con una nafta quasi regalata. Scarto di raffineria, sporco e denso come catrame. Le lance dei bruciatori s'intasavano facilmente e spesso la combustione andava a singhiozzo. I ritorni di fiamma erano frequenti. Bastava fare in tempo a spostarsi di lato, per non essere colpiti. Ma io che avevo a che fare con le caldaie dall'età di sedici anni, sapevo quanto fosse pericoloso fidarsi troppo del fuoco. Preferii, quindi, restare a pelare le mie patate e a lavare le mie pentole. Il cuoco Antonio sbarcò appena giunse il sostituto cuoco-cambusiere da Genova e da Genova arrivarono anche un gruppo di ragazzi pugliesi reclutati in piazza Banchi, tutti con la qualifica di mozzo, ma destinati a sostituire marinai e gente di macchina. Da Palermo  vennero altri marinai, uno dei quali assunse la carica di nostromo, con conseguenze disastrose. Nottetempo una bettolina venne sottobordo a caricare le quattro macchine scavatrici prelevate a Cipro.  Bisognava imbracarle e calarle nella stiva della bettolina. L'operazione comandata dal nostromo per poco non provocò l'affondamento della bettolina stessa. Sicuramente il presunto nostromo non aveva mai manovrato un verricello. I cavi d'acciaio della gru venivano tirati a strattoni verso l'alto, fra una sbuffata e l'altra di vapore, facendo oscillare paurosamente  la benna  avanti e indietro. Più di una volta il carico tornava sulla tolda della nave oscillando paurosamente fino a sganciarsi dall'imbracatura. Quasi tutte le benne raggiunsero la bettolina fra schianti e scricchiolii, accompagnate dalle grida e dalle imprecazioni dei sottostanti marinai.  Del vecchio equipaggio, sul Previdence restarono alcuni ufficiali di coperta, quasi tutti gli slavi, l'egiziano, il cubano e il marconista con la sua donna, che a bordo ricopriva il ruolo d'infermiera, anche se non era capace di mettere un cerotto. L'Antonio non la poteva vedere. Diceva che le donne portano jella sulla nave e non le aveva mai permesso di entrare in cucina, dove teneva appeso alla porta un enorme corno rosso, che toccava quando la vedeva avvicinare. Il nuovo cuoco, Santoro, di Genova, era giovane dal carattere gioviale e non aveva fisime. Ruffiana come una gatta, la Giusy fece presto a conquistarne la fiducia e Santoro la lasciava entrare in cucina e pure nella cambusa, accompagnata da me. Non era una vera e propria bellezza, Giusy, ma tutto quello che aveva lo metteva bene in vista. Il seno, ad esempio, le usciva quasi dalla camicetta, sbottonata quel tanto che basta. E un paio di pantaloncini cortissimi coprivano a malapena le natiche, lasciando alla cupidigia degli sguardi la perfezione delle gambe affusolate. L'accompagnavo in cambusa a prendere lo zucchero cubano, che tenevamo in frigo perché non fermentasse. Era zucchero di canna grezza allo stato puro, appiccicoso come il miele appena estratto dal favo.  Per raggiungere la cambusa si scendeva qualche scalino poco illuminato e lei si attaccava alle mie spalle, come se avesse paura del buio, ma sapevo che non si sarebbe spaventata davanti a Satana in persona. Ci teneva a servirsi da sola e io la lasciavo fare. Le aprivo soltanto il portellone alto e pesante del frigorifero. Giusy portava con se una tazza da riempire. Mentre si sollevava in punta di piedi, curvata in avanti per raggiungere meglio il sacco aperto dello zucchero, io non potevo fare a meno di osservare le due mezzelune delle natiche che i pantaloncini lasciavano fuoriuscire, e quelle gambe tese, dritte come fusi. Ma non osavo toccarla. Tutti fanno la doccia con acqua di rubinetto. Io penso che Giusy la facesse invece con Chanel n° 5. Emanava tanto profumo, da far pensare che ne fosse impregnato ogni centimetro del suo corpo. Lo lasciava addosso anche al marconista e se avessi raccolto le sue provocazioni, prendendola come gli ormoni in fibrillazione mi suggerivano, anche il mio corpo sarebbe stato marchiato da quell'odore inconfondibile. Capivo adesso perché l'Antonio diceva che una donna a bordo porta jella.

Incendio a bordo!

Con Santoro diventammo subito amici e complici in allegre baldorie. L'ambiente di cucina si poteva ora definire allegro, rispetto all'atmosfera cupa che vi si respirava con l'Antonio, sempre incazzato con il mondo intero. Si cucinava cantando e raccontando barzellette.

Eravamo un po' brilli quella volta che fummo investiti dall'odore acre di fumo. Una nuvola nerastra saliva dal boccaporto della sala macchine in prossimità della cambusa. Ci volle poco a capire che si trattava di un incendio alle caldaie. Boris, il fuochista e il meccanico Felipe emersero dalla bocca dell'inferno con i volti affumicati, dove le sclere degli occhi biancheggiavano comicamente come lampadine accese. L'armatore Rizzuto, che si trovava ancora a bordo fu tra i primi ad accorrere e s'improvvisò pompiere coordinatore. Tutto l'equipaggio fu chiamato a spegnere l'incendio. Come c'era da aspettarsi le pompe erano inutilizzabili e si rese necessario attingere l'acqua dal mare con i secchi. Una catena di marinai si passava di mano in mano i secchi pieni e rimandava indietro quelli vuoti. Santoro ebbe un lampo di genio. "Corriamo alla cambusa". Gli armadi della cambusa che contenevano superalcolici erano stati sigillati dalla Finanza al nostro arrivo ad Augusta. E' una prassi che viene seguita soltanto con le navi battenti bandiera ombra, per prevenire l'eventuale contrabbando di liquori. Ma in quella circostanza, alla malora i sigilli! Bisognava salvare il salvabile. E noi salvammo due bottiglie di Fundador. Poi, via di corsa a proravia, lontano dalle caldaie, dove avremmo potuto tuffarci a mare nel caso di esplosioni. Mentre all'altro capo della nave erano tutti affannati a gettare acqua sul fuoco, fra uno schiamazzo di richiami e di comandi, noi eravamo lì a prua, irresponsabilmente giulivi. Braccio sotto braccio e in mano una bottiglia ciascuno, ci eravamo messi a saltellare cantando: "Evviva la fi, la fija dell'ortolano, che me dà la fre, la fresca insalatina!...".

Quando l'incendio fu domato e ognuno riprendeva stremato il proprio posto, noi ci avvicinammo cauti alla cucina. Un manto di nerofumo copriva ogni cosa: le pentole appese, il bancone, i fornelli, tutto. Belin! Ci aspettava un duro lavoro di ripulitura. Ma la cambusa era salva. Le fiamme non avevano raggiunto gli armadi e le merci erano intatte, per la gioia dell'amico cambusiere. Tranquillizzato, per non aver subito danni, Santoro ebbe un gratuito guizzo di malignità nei confronti di Rizzuto: << Vedrai >> biascicò <<quello lì è capace di mettere anche l'avaria di oggi a carico della Turchia>>

Il compleanno di Felipe

Il 10 settembre Felipe volle festeggiare il suo cinquantesimo compleanno alla grande. Offrì da bere a tutto l'equipaggio. Vino e birra scendevano a fiumi in quelle gole assetate, mentre io, chiamato a intervenire con la mia chitarra, cantavo felice, perché per la prima volta non vedevo sul volto del mio amico la maschera triste con la quale lo avevo conosciuto. Ma durò poco, proprio per colpa mia. <<Augusto, cantame una cancion española>> chiese Felipe. Cantai "el Pide", un'antica serenata che avevo imparato accompagnando Josè Albaladejo Sanchez, il catalano. Poi mi venne da cantare "Cu-cu-rru-cu-cu paloma":

"Dicen que por las noches

Nomas se le iba en puro llorar
Dicen que no comía,

Nomás se le iba en puro tomar
Juran que el mismo cielo

Se estremecía al oir su llanto
Como sufrió por ella

Que hasta en su muerte la fue llamando.."

(traduzione letterale in italiano:

"Dicono che durante la notte

Non faceva altro che piangere

Dicono che non mangiava,

Non gli andava altro da prendere

Giurano che il cielo stesso tremava

Ad ascoltarne il pianto

Come soffrì per lei,

Che fino alla sua morte stava chiamando...")

 

 Non pensai a quanto questa canzone sembrava parlasse del suo dramma famigliare. Improvvisamente Felipe si all'ontanò dal tavolo e restò in piedi con il suo boccale in mano, muto.  Aveva le spalle girate e non potevamo vedere il suo viso. Ma sapevamo che piangeva. Chi me lo aveva fatto fare di tirare fuori proprio quella canzone?! Per un po' restammo tutti in silenzio. Poi si alzò Alvarez "Hombre, aqì necesita una botella de whisky" Santoro guardò Alvarez e poi a me: <<Io non ho visto niente>> disse. Presi le chiavi e scesi in cambusa con Alvarez. Tornammo con le mani cariche di bottiglie di whisky. Una la offrimmo a Felipe, invitandolo a sedere. <<Hoy piensa a tigo. Mañana los recuerdos!>> gli disse, dopo averlo abbracciato come un fratello. Aria spavalda, capelli e bafffetti neri, spirito assolutamente libero,  sprezzante del pericolo e delle leggi, Alvarez incarnava tutti gli stereotipi dell'andaluso, anche se non sapeva suonare la chitarra e era pure stonato.

La sbornia

Alle otto di sera venne sottobordo la motobarca del Gruppo Barcaioli di Augusta, quella che portava a terra i marittimi delle navi in rada. Del Previdence eravamo solo in due: io e Alvarez.

Visto che uscivo a terra, il cuoco mi aveva incaricato di comprare venti chili di pane al forno di via Roma. In navigazione il pane si fa a bordo, ma in porto è più conveniente comprarlo bello e fatto. I fornai nei porti lo sanno e per questo tengono aperto notte e giorno. E poi quella sera Santoro non se la sentiva di andare in cucina a preparare la pasta da lievitare.

Alvarez m'invitò a sedere vicino a lui e, con l'aria complice di un ladro, tirò fuori dal giubbotto in pelle una bottiglia di Black and White, sottratta dalla cambusa. <<Toma>> mi disse porgendomela. Io l'aprii e mandai giù un sorso, glie la restituii e lui fece altrettanto. Insomma, in due miglia di mare, dalla nave alla banchina, ci scolammo una bottiglia di whisky, che andava ad aggiungersi all'altro whisky, alla birra e al vino tracannati a bordo.  Dalla Capitaneria a via Roma il tragitto è breve. Lasciai Alvarez al bar che si trova all'inizio della via, dal lato del mercato del pesce. Il forno era poco più avanti. Entrai ancora consapevole dei miei movimenti. L'aria calda del locale mi manteneva in incubazione. Ma appena uscito con il sacco del pane sulle spalle, vidi le case rotearmi attorno. L'aria fresca settembrina mi era venuta addosso come un camion. Improvvisamente tutto l'alcool che avevo in corpo si fece sentire, prendendosi gioco dei miei sensi. Dovevo raggiungere la "Putia" dove avrei atteso le undici di notte, quando la lancia del Gruppo Barcaioli sarebbe partita per riportare i marittimi alle rispettive navi. La Putia era una taverna dove potevi trovare sempre un piatto di fave cotte, il polpo bollito e sorseggiare i migliori vini di Sicilia. Ci ero venuto la prima volta che scesi ad Augusta, in compagnia di quattro slavi. Dietro il banco della mescita c'era una biondina con gli occhi verdi, dalle guanciotte rotonde, che veniva voglia di baciare. Il più giovane degli slavi le aveva fatto un complimento: <<Qui Augusta vino buono e belle ragazze.>> Quella bambolina, che sembrava messa lì come un soprammobile, gli si girò contro con un profluvio di parole che non seppi decifrare. Mi riusciva meglio tradurre i lamenti di Felipe sbronzo, piuttosto che gli improperi di quella piccola furia siciliana. Provai a intervenire: <<Ma signorina, cos'ha detto di male il mio amico? Perché, non è una bella ragazza?>> La viperetta cambiò bersaglio e si scagliò contro di me. Capii soltanto "cosa credete che siamo?" e dissi all'amico: <<Lasciala perdere, questa morde.>> Di lì a poco entrò un vecchietto con una chitarra in mano. Aveva un figlio che lavorava da Abramo un liutaio catanese. Gli strumenti con qualche imperfezione li portava al padre, il quale trovava sempre qualche marittimo per rifilargliele. Lo chiamai al mio tavolo. Gli offrii da bere, poi accordai la chitarra e intonai "Chitarra romana". Quindi cantai "Quando vedrai la mia ragazza" di Little Tony. Poi, visto che la biondina mi stava ascoltando quasi sorpresa, cantai "L'Eco der core", di Romolo Balzani, una serenata romana sentimentale. Come incantata dal pifferaio magico, la ragazza uscì da dietro il banco e venne a sedersi al tavolo di fronte. Con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani sotto il mento, mi fissava con gli occhi velati di fantasia. Alla fine mi disse:<<Ma lo sa che è bravo?>> Lo stantuffo del mio cuore prese il via. Mi buttai sulla chitarra con pezzi di flamenco, canzoni di Morandi, di Celentano e canzoni mie. Prima di uscire comprai quella chitarra e la lasciai alla Putia.<<Voglio trovarla qui, quando ritorno>> dissi a Nunzia, che mi sembrava fosse la padrona del locale. Ed ero tornato tutte le sere per cantare e parlare con Franca, la biondina sedicenne che stava facendomi innamorare. Quella sera ero lì che percorrevo via Roma a zig-zag, nell'impresa di raggiungere  la Putia, a non più di trenta metri di distanza, ma lontana come il miraggio di un'oasi. Giunto alla mèta, feci cadere il sacco per terra, mi abbandonai con la faccia su un tavolo, dove mi addormentai per risvegliarmi alle quattro del mattino sul divano, nel retrobottega. Avevo su di me Tanino e Nunzia, il cognato e la sorella di Franca, gestori della Putia, con i quali la ragazza viveva dalla morte della mamma. Stavano tamponandomi la fronte con un panno bagnato <<Augusto, noi dobbiamo chiudere>> dissero <<non possiamo lasciarti qua dentro>> Presi il mio sacco di pane e scesi verso il porto. Trovai una barca di pescatori dove continuare il sonno. Non ricordo a che ora mi svegliai. Il sole era alto. Vagabondai per Augusta e tornai sulla nave con la motobarca delle otto di sera. Portavo sulle spalle il sacco di pane ormai mezzo rinsecchito. Come misi piedi sulla tolda c'era ad aspettarmi Rizzuto in persona. <<Vai dal Capitano a farti dare il libretto di navigazione. Sei sbarcato!>> Mi disse fissandomi con gli occhi di fuoco. La ragione di quel provvedimento stava nelle proteste scalmanate dell'equipaggio rimasto senza pane a colazione. C'era stata una specie di rivolta, da come me ne parlò poi Santoro, che fece da parafulmine nella tempesta, ma comprese la mia disavventura e mi rimase amico.

La situazione era comunque da considerare assurda. In un vascello fantasma come il Previdence, candidato al naufragio (che avvenne qualche anno più tardi), rifugio di disperati e tagliagole, gente senza futuro, io potevo permettermi il lusso di farmi licenziare! Quella notte dormii all'albergo del porto, dove mi fecero entrare di nascosto gli ultimi sei marittimi sbarcati dal Previdence, fra i quali il cubano, che mi dette il suo materasso e si coricò sulla rete spoglia. Eravamo in sette in una stanza. All'indomani ci salutammo. Ognuno prese la sua strada e io rimasi ad Augusta fino a esaurimento del portafoglio. Mi scrissi all'Ufficio di Collocamento della Gente di Mare, alloggiai nell'albergo più economico che potei trovare e andavo a mangiare alla Putia, dove ebbi tutto il tempo per conoscere meglio Franca.  Poi venne il momento di andare. Stavo recandomi a prendere i bagagli in albergo, quando incontrai Alvarez, il mio compagno di sbornia. Non lo vedevo dalla sera del fatidico compleanno di Felipe<<Ehi, Alvarez, da dove spunti? Non ti ho più visto in giro. Pensavo che fossi scappato come gli altri dal Previdence.>><<Hola! amigo, allora non sai niente?>> mi disse abbracciandomi <<Quella sera al bar ho fatto a botte con due maldidos che avevano voglia di sfottere. Ci hanno buttati fuori dal locale e quando ho tirato fuori la mia navaja, i due sono scappati via. Stavo andando a cercarmi una mujera giù alla Marina, quando mi hanno assalito in quattro nel buio e mi hanno quasi accoppato, lasciandomi a terra senza giubbotto e senza portafoglio. I Carabinieri mi hanno tenuto dentro perché non avevo documenti. Ci sono volute due settimane per avere informazioni  da Torremolinos e dal consolato spagnolo. Adesso ho il visto per poter tornare a bordo.>> Io gli raccontai la mia storia e, sghignazzando come due mattacchioni, ci dirigemmo verso lo stesso bar di via Roma a prenderci un caffè. Aveva la testa dura Alvarez e io abbastanza incoscienza, per tornare dove c'era un'altissima probabilità di riattaccare briga. Ci lasciammo con quel caffé e non ci siamo più rivisti.

Il pollo

Sul treno Siracusa-Ventimiglia avevo uno scompartimento tutto per me. A Catania salì un ragazzo più o meno della mia stessa età. Non ci scambiammo una sola parola fino a Napoli. Dormii tutta la notte. Alle 6 di mattina eravamo a Napoli. <<Caffè! Chi bò 'o caffè?!>> strillava l'uomo dei cappuccini. Il mio compagno di viaggio si fece un cappuccino con la briosce. Io avevo i soldi contati, non potevo permettermi di mangiare. Fumavo. L'unica cosa che non mi mancavano erano le sigarette, ne avevo con me qualche stecca. Offrii una sigaretta al mio dirimpettaio, che la rifiutò, perché <<Non fumo>> disse.  Verso mezzogiorno tirò fuori dal suo zaino un piatto, forchetta , coltello, pane e un involto di carta oliata. Conteneva un pollo intero arrostito. Lo tagliò esattamente a metà e si mise a mangiare di gusto, mentre io, fingendomi indifferente, lo sbirciavo attraverso il fumo delle mie sigarette. Finito il mezzo pollo, tirò su l'involto di carta oliata con l'altra metà e me la mise sotto il naso: <<Favorisce?>> mi chiese. Io, che per educazione avevo imparato da mia madre a non dire subito di si, emisi un primo flebile <<No, grazie>> aspettando che insistesse. Quello prese il pollo per la coscia e lo scaraventò fuori dal finestrino. Lo avrei strozzato, ma continuai a fumare una sigaretta dietro l'altra, impassibile. Scesi a La Spezia, dove per fortuna trovai subito un imbarco come giovanotto di macchina sulla motonave "Monte Carmelo".

Quell'episodio mi ha insegnato ad essere sempre me stesso. Se una cosa ti va l'accetti, altrimenti no. E' tanto semplice la vita senza ipocrisia! Ma quante cose ancora avrei dovuto imparare, girando il mondo.

Casablanca

Il fatto che non tutti la pensino allo stesso modo, per cultura, per religione, per consuetudini diverse, non è un problema, è una ricchezza per l'umanità. Il problema lo creano i pregiudizi, la presunzione di misurare gli altri con il proprio metro.  Non si va in casa altrui, senza essere disposti al rispetto delle usanze e delle convinzioni che si trovano in quella casa.

A Casablanca un mio gesto buzzurro avrebbe potuto costarmi caro, se non fossi stato tratto d'impaccio dall'autista del pullman. Feci il biglietto sul mezzo fermo al capolinea. Dovevo tornare a Mohammedya, il porto commerciale di Casablanca, per montare il mio turno in macchina. C'era una sola passeggera sul pullman, seduta al primo posto, vicino alla porta anteriore. Mi avvicinai e rimasi in piedi davanti a lei, osservandola senza alcuna discrezione. Aveva il volto coperto dal chador, ma dagli occhi si capiva che doveva essere giovane e bella. Mi abbassai e, con un gesto da galletto latino, le sollevai spavaldamente il velo <<Sei proprio bella>> le dissi. La ragazza non fece il minimo gesto. Restò impietrita, mentre delle voci concitate mi fecero capire che in fondo al pullman stava accadendo qualcosa. Mi voltai per guardare. Due marocchini appena saliti si agitavano con parole e gesti poco rassicuranti per me, che sembrava fossi l'oggetto di tanta eccitazione. <<Monsieur!>> mi chiamò il bigliettaio <<donnez moi le billette>>. Lo raggiunsi e gli chiesi: <<Pourquoi?>><<Ne va pas a Mohammedya>><<Come, non va a Mohammedya?>> Gli mostrai il biglietto <<Qui c'è scritto CASABLANCA- MOHAMMEDYA>><<Ne va pas a Mohammedya! Ne va pas a Mohammedya!>> ripeté con aria seccata e preoccupata alla stesso tempo. Lanciai un'occhiata ai due marocchini in piedi alla mia destra e capii finalmente il grave errore commesso. Avevo osato alzare il velo a una donna musulmana. Mancava ancora un quarto d'ora alla partenza. Il mezzo si sarebbe riempito a poco a poco di passeggeri. I due avrebbero diffuso la notizia del sacrilegio e non so come sarebbe andata a finire. Mi affrettai a restituire il biglietto e ripresi indietro il diran che avevo pagato.

Ghana

Se in Marocco rischiai la pelle per avere scoperto il volto di una ragazza, nel Ghana invece ebbi dimostrazioni di riconoscenza dalla famiglia di un'adolescente, che mi offrì la sua verginità. A dimostrazione di quanto differiscano le convinzioni fra popoli diversi, specialmente quando si tratta di donne.  Tutto cominciò con una lite nell'ufficio di un cambiavalute libanese.  Volevo cambiare lire italiane in  Cedì, la moneta locale e mi sembrava poco quello che offriva, perché ero abituato a prendere molto di più dai tecnici italiani, che venivano a trovarci a bordo per cambiare i loro Cedì in Lire. In Ghana ricevevano lo stipendio per un terzo in dollari e per due terzi in moneta locale, come del resto avveniva anche in Egitto, in Libia e in altri stati africani, la cui moneta non era pregiata, quindi non spendibile altrove. Di solito ci capitavano a bordo il primo giorno del nostro arrivo in porto, per offrirci un cambio a prezzi convenientissimi.

Per fare un business con gli arabi bisogna invece essere preparati a lunghe trattative, considerate il sale del commercio, senza temere di passare per pitocco. Anzi, se accetti subito di pagare il primo prezzo, che è sempre il più sconveniente per te, quasi si mortificano, perché togli loro la soddisfazione di mercanteggiare, arte nella quale sono maestri. E i libanesi, almeno quelli che ho conosciuto, sono maestri dei maestri. Ma quella volta stavo vendendo le mie lire a un prezzo eccessivamente alto, inaccettabile per il libanese, che alla fine me le cantò nella sua lingua. Io insistevo, inconsapevole di aver superato il limite sostenibile della trattativa. E lui mi scandì un italianissimo <<Vaffanculo!!!>> Senza pensarci un attimo gli sferrai un cazzotto al mento, mandandolo a gambe all'aria.  Subito udii un clamore alle mie spalle. Almeno una decina di giovani ghanensi si erano affollati all'ingresso, forse richiamati dai toni accesi della trattativa. <<L'ho fatta grossa>> pensai <<Questi adesso mi conciano per le feste!>> Invece si misero a battere le mani, aprendosi in due ali al mio passaggio. Sicuramente quel libanese non godeva delle simpatie della gente del posto. Forse praticava anche l'usura e loro si sentivano vendicati da quel cazzotto. Fatto sta che la piccola folla mi seguì allegra fino al Mercato, dove si disperse fra le bancarelle e i teli distesi a terra con le mercanzie. Solo un ragazzino sui dodici anni restò tutto orgoglioso al mio fianco. Disse di chiamarsi Kofi e questo lo capii, ma del resto non seppi decifrare alcunché. Inserì poi delle parole inglesi nel suo linguaggio, ripetendo più volte "monkey". Compresi allora che mi voleva vendere una scimmia.

Non ho mai rifiutato le offerte esotiche e poi una scimmia desideravo averla da quando facevo il Tarzan all'isola Martana. Cinque minuti in banca, per un normale cambio di moneta, quindi seguii il monello, che saltellando giulivo, mi condusse lontano dalla zona commerciale di Tema, seguendo una sua mappa di scorciatoie, fra strade sterrate e sentieri erbosi.

Era un quartiere popolare di case basse a dimensione d'uomo, dipinte di bianco, tutte uguali, ma non monotone. L'architettura dall'influsso coloniale non contrastava con l'ambiente, sembrava piuttosto arricchirlo. Niente a che vedere con le case popolari dell'Unione Sovietica: informi palazzoni, privi di ogni ambizione architettonica. Ci entrai una volta, avventurosamente, per andare a trovare Natascia, una ragazza ucraina, con la quale avevo trascorso un pomeriggio ai giardini di Odessa. La conobbi all'ingresso di un Cinema. Era lì in piedi che stava aspettando l'apertura. Una ragazza di quelle che ti fanno rigirare per guardarla meglio e così feci, dopo esserle passato accanto. Alta ( per me le ragazze che superano 1 metro e 70 sono tutte alte), capelli castani che le scendevano dal colbacco di volpe inanellandosi capricciosi sulle guance e sul bavero alzato del giaccone. Quando mi avvicinai la vidi ancora più bella. Aveva gli occhi color acquamarina, il nasino dritto leggermente all'insù e nella carnagione chiara e vellutata, priva di trucco, si stampava il rosa della bocca, che dava al viso una lieve sensualità.  Non potevo non presentarmi. <<You speak English?>> <<Niet>> <<Parlez vous francais?>> <<Niet>> <<Sprechen sie deutsch?>>  Non che io sapessi parlare inglese, tedesco o francese, ma siccome erano le tre lingue insegnate nella scuola dell'obbligo russa (fino all'età di 18 anni) speravo di farmi capire con il poco che sapevo di quelle lingue. Al terzo "Niet" esclamai: <<E Govorit russijsk! (e parlami russo!)>> simulando una confidenziale aria spazientita. La ragazza accennò un sorriso divertito che mi incoraggiò a insistere. <<Io Augusto>> mi presentai indicando me stesso <<e tu?>> le chiesi, alla maniera di "Io Tarzan, tu Jane". <<Natascia>> rispose. Il ghiaccio era rotto.

(Porto di Novorossijsk)

Odessa

Incredibile quante cose si possono dire in due lingue diverse e riuscire a capirsi tuttavia, quando c'è simpatia fra due giovani. Passeggiammo lungo il marciapiedi, fra un andirivieni di persone. Di domenica nel centro di Odessa era come camminare lungo la "Canebiere" di Marsiglia, non c'erano altrettante vetrine, ma la folla sì. Natascia dimenticò il Cinema e restò con me. Ci sedemmo in una panchina di un giardino pubblico, dialogando con un manuale di conversazione italiano-russo, tirato su nella hall di un albergo a Novorossijsk. Ci divertivamo un mondo a tradurre frasi che non c'entravano niente in quel momento, come "Quanto costa questo binocolo?", oppure "Datemi tre paia di calzini grigi e un paio di giarrettiere da uomo" ecc. Ogni tanto ci scambiavamo un bacio, come per dire "siamo troppo forti!". Ma niente di più, perché, anche se appartati, sembrava che fossimo in una pubblica piazza. Prima si fermò un giovane che faceva footing a torso nudo (era una serata rigida invernale, -15° ), per chiedermi l'ora. Gli risposi che era ora di vestirsi. Poi venne un vecchietto tutto imbacuccato a chiedermi da fumare. Mi sono sempre chiesto se quei due non fossero spie del KGB (sempre presenti nei porti) che volevano capire cosa stessimo tramando.

Prima di lasciarci chiesi a Natascia l'indirizzo di casa. Le avrei scritto una cartolina dall'Egitto. Al momento del commiato lei cercava di dirmi qualcosa, poi si mise a piangere. Pensai fosse amore. Un ultimo bacio e...<<do ssvidania!>> Avrei pianto anch'io quella sera. Non conosco peggior dolore di una vescica piena a temperatura sottozero. Non potevo spiegarlo a Natascia e non sapevo come chiederlo alle persone che incontravo. Troppo tardi seppi dallo stewart di bordo che gabinetto in russo si dice "ubornaia". Avevo già allagato lo scantinato di un palazzo liberty di Odessa.

Stolbovaja

Quindici giorni più tardi ero di ritorno da Alessandria. Avevo con me un portafoglio egiziano, istoriato di geroglifici, da regalare a Natascia. La scritta in cirillico sul pullman diceva "Stolbovaja" il quartiere popolare a trenta chilometri da Odessa, dove abitava Natascia. Appena salito, tutti sapevano già che ero italiano, <<ital-ianskii?>> chiedevano sorridendomi <<Da>> rispondevo io, lieto della cordiale accoglienza. Ma non avevo ancora capito. Al posto del bigliettaio c'era una macchinetta vicino all'entrata, che ti dava un biglietto per cinque kopeek.  Non c'è dubbio che nel 1965 l'Unione Sovietica fosse all'avanguardia rispetto all'Italia, almeno per quanto riguarda l'erogazione meccanica dei biglietti. Mentre stavo armeggiando con mezzo rublo su quel robot, per capire se dava anche il resto, qualcuno mi mise la mano sulla spalla e mi disse che io, italianskii, non potevo prendere quel pullman. Sapevo infatti che ai marittimi non era consentito allontanarsi oltre cinque chilometri dal porto, ma, da buon italiano, ritenevo che i divieti si potessero anche ignorare. Con il pullman mi andò male. Fermai un taxi, ma quando nominai Stolbovaja,  il tassista mi salutò gentilmente e scappò via. Mi misi allora a fare l'autostop con il pollice alzato. Si fermò un'auto furgonata. Saputo dove dovevo andare, il conducente mi chiese trenta rubli, o prendere o lasciare. Si trattava di una cifra spropositata, ma non avevo scelta. Giunto all'indirizzo che gli avevo dato, il tizio mi scaricò dall'auto e se ne ripartì con la velocità di uno che fugge. 

Mi trovavo nel mezzo di una landa coperta di neve, deturpata dal grigio scuro di enormi parallelepipedi allineati in serie, senza alcuna fantasia. Entrai nell'androne di quello che corrispondeva al numero dell'indirizzo. Saliti alcuni gradini, si accedeva a un lungo corridoio, dove si affacciavano le porte numerate degli alloggi, come in un residence a zero stelle. Bussai alla porta numero nove. Si affacciò Natascia, che sobbalzò come se avesse visto un fantasma. Mi fece entrare e richiuse in fretta la porta, lasciandomi lì in piedi mentre lei spariva dietro la tenda di un separé, da dove proveniva una voce infantile. La sentii parlottare per un po', poi riapparse per farmi cenno di attendere. Si ficcò dentro un altro separé (l'appartamento mi sembrò che fosse composto da una sola stanza suddivisa da separé in cartone e tendaggi), dal quale uscì poco dopo vestita di stivali, giaccone e colbacco, come il giorno che l'avevo conosciuta. Uscimmo, ma si potrebbe dire scappammo di casa. Non prendemmo la strada trafficata, ripulita dallo spazzaneve, ma un sentiero ricoperto di neve fresca, dove lasciammo noi le prime impronte. Natascia continuava a parlare per farmi capire qualcosa d'importante, io ero distratto dalle nuvolette di vapore che le uscivano dalla bocca sfiorando il nasino arrossato dal freddo. Quando alla fine scoppiò in lacrime, feci più attenzione alle parole e capii che mi stava dicendo di essere sposata. Mi ci volle un po' per digerire la notizia, poi le presi le mani, chiedendo  scusa per averci messo tanto a capire. Mi abbracciò. No, non ero io che dovevo scusarmi, diceva, ma lei che non era riuscita a farsi capire. Mi chiese se avevo da scrivere. Le diedi la mia agendina e una penna. Scrisse di getto tre paginette, pregandomi di farle tradurre da qualcuno a bordo. Ne conobbi il contenuto soltanto cinque anni più tardi, quando le feci leggere a un russo ricoverato con me al CTO di Milano.  Fu l'unico che sapesse decifrare il cirillico scritto in corsivo. Natascia diceva di essere sposata e divorziata, che l'ex marito aveva il diritto di andare a casa sua il martedì, il giovedì e al sabato, per vedere il figlioletto Andrea. Io potevo recarmi a trovarla negli altri giorni della settimana (e quel giorno era martedì). Troppo tardi lo seppi. Mi rimase il ricordo di quel lungo abbraccio. Il sapore salato delle sue lacrime. Sul pullman che mi riportava a Odessa (quello del ritorno potevo prenderlo!) osservavo quella figura ritta sulla coltre di neve bianchissima, diventare sempre più piccola. Sullo sfondo, quegli orribili casermoni grigi.

 

Kwame Nkrumah

Kwame Nkrumah aveva fatto del Ghana la prima repubblica africana libera dal colonialismo. Aveva fatto di varie tribù un popolo. Sulle monete, attorno alla sua effige era incisa la frase "KWAME NKRUMAH CIVITATIS GHANIENSIS CONDITOR. Fece costruire scuole e case. Si doveva a lui il relativo benessere di quella nazione, anche se con il tempo dovette imporsi come un dittatore per salvaguardare il Ghana dalle potenti interferenze esterne, soprattutto anglo-americane. In quegli anni poi (eravamo nel 1965-66, si riforniva di petrolio dall'Unione Sovietica, attraverso una triangolazione che passava per l'Agip. Sul Giorgio Fassio si diceva che i nostri viaggi dalla Russia al Ghana, per conto della Compagnia petrolifera italiana, erano dovuti a un prestito che la stessa Agip aveva fatto al Cremlino, dal quale veniva ripagata con petrolio grezzo.  Abbiamo incontrato anche navi della Società Garibaldi che caricavano cemento a Novorossijsk e lo trasportavano a Tema. Insomma, Nkrumah, per il Capitalismo occidentale, era un alleato troppo vivace.

Non ho conosciuto persone tristi nel Ghana di quegli anni. Per la verità un uomo dall'aspetto misero lo incontrai un giorno fuori dal porto. Mi diceva di essere venuto a piedi dalla Nigeria per cercare lavoro ad Accra, aveva fame (e si vedeva) e non usava la querimonia del mendicante, era autenticamente bisognoso di aiuto. Lo consolai con qualche moneta, augurandogli buona fortuna. Della Nigeria conoscevo il porto di Bonny Town, con le torri dei vicini pozzi di petrolio che svettavano sul panorama vomitando fuoco e fumo. Una ricchezza che non era però per i nigeriani. La donna seminuda dalla quale comprai una pelle di iena, pagandola con scatolette di carne Simmenthal, la rividi al viaggio successivo con le scatolette vuote appese  alle orecchie.  Non era una novità, ne avevo viste altre con i lobi delle orecchie allungati e lacerati da ornamenti del genere. Forse nella loro cultura tribale rappresentava un vanto poter sfoggiare i simboli del benessere dei bianchi come pendenti. Ma era anche un segno di assoluta povertà. Nel Ghana non erano state soppresse le tradizioni e le usanze tribali, ma coesistevano dignitosamente con l'idea di progresso civile voluta da Kwame Nkrumah. Progresso interrotto alla sua destituzione con un colpo di Stato pianificato da  forze estranee agli interessi della nazione africana.  Nei villaggi ai limiti della foresta erano rari gli uomini che si potevano incontrare, perché ognuno aveva qualche occupazione in città o nelle campagne. Mentre i bambini scorazzavano completamente nudi  fuori dalle capanne, come la natura li voleva e le donne, che quando si recavano in città vestivano stoffe coloratissime e coprivano il capo con un turbante della stessa tinta, al villaggio si liberavano di tutto il superfluo, lasciando soltanto un pareo attorno ai fianchi. Vivevano in simbiosi con la natura, libere, felici. Dai loro volti, pronti a illuminarsi di un sorriso, non trasparivano ombre di condizionamenti tribali, religiosi o economici. Io chiamavo ingenuità, la loro gioiosa disponibilità nei nostri confronti, marittimi senza troppi scrupoli, sempre alla ricerca di business e femmine con cui coricarsi. 

Mi convinsi che non fossero toccate dai pregiudizi morali del peccato. Del resto anche la Bibbia racconta che la donna cominciò a coprirsi soltanto dopo aver conosciuto il significato della proibizione violata. Quelle donne non erano neppure a conoscenza del significato di prostituzione. In città non era difficile trovare donne disposte ad accoglierci nel loro letto. Visto che potevano farci felici concedendoci il loro corpo,  loro ce lo offrivano e non chiedevano niente in cambio. Eravamo noi che ritenevamo di sdebitarci con dei miseri regali. Li accettavano con allegra indifferenza e non era mai denaro, perché denaro vuol dire pagamento. Forse noi bianchi, portatori di "civiltà" e di pregiudizi, a forza di insistere con le nostre idee di mercimonio, siamo riusciti a  esportare in quelle regioni il mestiere  della prostituzione. Si dice che sia il mestiere più vecchio del mondo, ma non lo ritengo esatto. Ciò può essere vero soltanto in quelle che noi cataloghiamo storicamente come civiltà, dai Sumeri, agli Egizi, ai Romani fino alla Civiltà moderna del Benessere. Ma nei popoli le cui leggi non si distaccano troppo da quelle naturali, il sesso, quando non è pura riproduzione, è solo fonte di gioia. E mi sono sempre chiesto come mai quarant'anni fa nell'Africa equatoriale, tropicale e mediterranea, sia dove il sesso non era tabù, sia dove era in vendita, non fossero tanto diffuse le malattie veneree, come lo erano in Europa.  E non esisteva l'Aids, che sospetto sia stata importata in Africa insieme  alla nostra "cultura". Se oggi questa malattia è il maggiore dei mali che affligge quel Continente, ciò è dovuto al fatto che non siamo abbastanza bravi a esportare medicinali e sistemi preventivi, come lo siamo stati ad alimentare certe emergenze sanitarie. Penso a un esempio come la Tanzania di oggi, vista in TV, dove un prete cattolico, occupato a salvare le anime degli indigeni del lago Vittoria, miserrimi e decimati dall'aids,  non consentiva che potessero usare il preservativo come prevenzione, perché "proibito dalla Chiesa". Nel frattempo le istituzioni europee sono impegnate a stanziare fondi  per aiutare l'industria del pesce persico del lago Vittoria, fonte di lauti guadagni per pochissimi individui, di inquinamento ambientale e di miseria per gli abitanti. Gli aerei russi che esportano i filetti di persico, 500 tonnellate a volo, il più delle volte ritornano con armi e carri armati della migliore tecnologia europea.

Quarant'anni dopo i miei viaggi, non saprei se il popolo nigeriano abbia fatto passi avanti in termine di benessere e occupazione. Dalle notizie che ci arrivano distrattamente per televisione sappiamo che adesso a cercare lavoro a Lagos ci vanno i ghanensi, ma ciò non significa che la Nigeria sia andata avanti rispetto al Ghana, è piuttosto  il Ghana, che dal quel fatidico colpo di stato del 1966, sembra essere tornato indietro rispetto all'emancipazione avviata da Kwame Nkrumah. Era lo stato più civile dell'Africa nera. Ora non vorrei toccare possibili suscettibilità nazionaliste, ma in quegli anni io non avrei immaginato per il Ghana un futuro di povertà e di disoccupazione, il flagello della prostituzione e  dell'aids.

Egoismo

La casa dove mi condusse Kofi aveva un'architettura moderna, con tutti i servizi necessari. Era evidente l'influsso coloniale, ma in funzione di un modo di vivere più consono alle tradizioni indigene Nel patio rustico, dopo il cancello, la vita si svolgeva con lo stesso ritmo del villaggio, due bambini stavano giocando completamente nudi rincorrendosi. Un uomo era occupato a riparare qualcosa. Una scimmietta faceva su e giù dal trespolo al quale era legata con una catenella. Seduta su una panca, sotto la tettoia dell'ingresso di casa, una ragazza era intenta a intrecciare i capelli cortissimi e crespi dell'altra ragazza accovacciata a terra. Ambedue, come le donne del villaggio, erano vestite del solo pareo, dall'ombelico in giù. Al mio arrivo le ragazze corsero dentro casa, per riapparire poco dopo in compagnia di un'altra ragazza più giovane e di una donna sulla cinquantina (secondo il mio criterio di assegnare gli anni, che poi risultò inadeguato nelle zone equatoriali, dove sviluppo e invecchiamento sono più precoci). Kofi me la presentò: <<Moda>> disse indicandomela e capii che "Moda" stava per "mamma". Mi accolse con estrema gentilezza e quando le dissi di chiamarmi "Augusto", a sua volta si presentò con il nome di Mathelda. Mentre delle tre figlie, la più alta  si chiamava Victoria, la più bella Veida e la più giovane Juliana. Restammo un po' lì sulla soglia della porta a cercare di capirci a vicenda, senza troppo successo, mentre il ragazzo rincorreva per il cortile  la scimmietta, sfuggitagli di mano appena liberata dal trespolo. Quando riuscì a catturarla me la mise sulla spalla, con la raccomandazione di non mollare la catenella. Ma Monkey, la chiamavo anch'io cosi ormai, ci stava bene sulla mia spalla e non mostrava di voler fuggire. C'era feeling fra noi, saremmo andati d'accordo.

Con i miei due nuovi amici raggiunsi il porto in taxi. Appena posato il piede sulla tolda della nave mi giunse il grido del Primo Ufficiale di Coperta: <<Guidoni!! dove c. porti quell'animale!!>>Tutto fiducioso gli andai incontro, con la mia piccola amica. <<Ma sei matto che io ti faccio portare quella bestia a bordo?>> mi prevenne <<Non solo non potresti sbarcarla in alcun porto italiano, ma metterebbero tutta la nave in quarantena>><<La porto da un veterinario a fare la profilassi e me la faccio certificare>> provai a dire <<E sai quanto vale in Italia un certificato fatto qui. No, no, Portami subito via quell'animale.>>Fu l'ordine definitivo. Desolato per il mancato affare, Kofi riprese con se Monkey e mi pregò di regalargli almeno una tuta di macchina. Per lui sarebbe stato come portarsi a casa un trofeo. A me non sarebbe costato nulla. Purtroppo, con tutto avrei fatto business, ma non ho mai accettato di vendere o regalare i miei indumenti. Un caso analogo mi era capitato a Tuapse, porto della Transcaucasia, dove rifiutai di vendere il mio impermeabile a un tale che conobbi in un bar. Mi offrì da bere e restammo a lungo a parlare con il gergo dei marinai (un po' di parole in inglese, un po' in lingua locale e altre variazioni a seconda dell'argomento). Anche lui aveva navigato. Si trovava a bordo di un incrociatore russo durante la crisi di Cuba del 1962, quando io ero imbarcato nella Marina Italiana e intavolammo un discorso sull'ingiusta divisione del mondo in due blocchi. Due tovàrisc come noi che stavamo bevendo insieme, potevano trovarsi l'uno contro l'altro armati. Pacche sulle spalle, risate e giù wodka. Alla fine mi chiese se gli vendevo il parapioggia di plastica che indossavo. Roba di poco valore (noi marittimi lo chiamavamo "preservativo"), che avrei potuto anche regalare. Ebbene, nonostante le accorate insistenze di quell'improvvisato amico, fui irremovibile nel mio rifiuto. Sapevo quanto fossero ricercati nell'Unione Sovietica gli oggetti in plastica (con una penna bic ci potevi conquistare una donna) ma i miei indumenti no, non li avrei ceduti a nessuno. <<Niet tovarisc, niet drugh italianskii (non sei un compagno, non sei un amico)!>> furono le sue amare parole di commiato. Anche l'amico negretto ci rimase male al mio rifiuto.

Mamma Mathelda

Il giorno successivo tornai per riparare in parte alla mia scortesia verso il ragazzo (o volevo rivedere le sorelle?). Portai con me qualche bottiglia di birra acquistata al Sunset bar e avevo con me della carta moneta da regalare a Kofi. Ma come mi vide arrivare, il ragazzo si dileguò. Mi accolse invece con un bianchissimo sorriso mamma Mathelda, che mi fece accomodare in casa. Misi per terra la birra e le porsi i soldi da regalare al figlio. Accettò la birra, ma con un gesto eloquente della mano, rifiutò la moneta.  <<Sidania>> mi diceva, facendomi segno di sedere. Non c'erano sedie. Le tre sorelle erano sedute, a gambe incrociate sul pavimento, attorno a un piatto dove appozzavano le dita. <<Chop - chop>> mi disse la mamma, invitandomi a mangiare. Mi accovacciai a fianco di Juliana e intinsi anch'io le punte delle dita in quella poltiglia biancastra dentro il piatto. Aveva l'aspetto di un impasto a base di majonnese, con dei pezzettini di carne, ma sarebbe stato arduo, nonché inutile, farsi spiegare di quali ingredienti fosse composto. Il sapore era gradevole. Lo consumammo a cinque mani. Durante il pranzo le ragazze osservavano curiose tutti i miei movimenti e ogni tanto dicevano qualcosa fra loro, ridendo divertite. Per essere sincero, mi sentivo un conquistatore in mezzo a quelle bellezze ashanti. Posavo di più lo sguardo su Veida, perfetta e sensuale come una statua del Canova. Mi soffermavo furtivamente sui seni lucidi e tesi, che sembrava volessero uscire dalla pelle, per salire poi ad ammirare i lineamenti delicati del volto. Era veramente bella, ma ogni volta che i nostri sguardi s'incontravano, lei abbassava gli occhi. Mentre Juliana, seduta al mio fianco, ricambiava le mie occhiate con quel sorriso candido e malizioso tipico delle adolescenti. A occhio e croce le davo quindici-sedici anni, mentre a Veida ne davo 22 e a Victoria 20. A ogni risolino Juliana mi si accostava sempre di più, premendo la sua coscia contro il mio ginocchio. Mi costrinse così a guardarla meglio. Non sembrava acerba come l'avevo giudicata a prima vista, anche se non sembrava matura come le sorelle. Ma il suo corpo giovane sprizzava vitalità da ogni poro. I piccoli seni dai boccioli all'in su la rendevano ancor più sbarazzina. Quando rideva le si formavano due leggere fossettine sulle guance. Uscito da quella casa mi resi conto di essermi fatto amico di una famiglia, senza alcun merito particolare. Mi avevano trattato come se ci fossimo sempre conosciuti. Ero straniero, un anonimo gabbiano venuto dal mare. che al mare sarebbe ritornato e forse non lo riavrebbero più  visto. Eppure mi avevano ospitato senza alcuna diffidenza, offerto il loro pranzo. Mi stavo affezionando a quella famiglia.

Tornato al Sunset bar mi fermai a bere una birra con Salvatore, il fuochista calabrese. Era in compagnia di due ragazze e m'invito a sedere al suo tavolo. Gli raccontai la mia avventura e lui, che in Ghana era venuto già varie volte, mi spiegò alcune cose che io non conoscevo. <<Devi sapere>> mi disse <<che con il caldo che fa, qui le ragazze a nove anni sono già mestruate. Quella che a te sembra avere sedici anni, potrebbe averne dodici o tredici. E dovrebbe essere vergine, da come me ne hai parlato. In Italia vorremmo tutti sposare una vergine. In Calabria poi, se non è vergine, diventa difficile per una ragazza trovare marito. Invece in alcune tribù ashanti il pregiudizio è esattamente l'opposto. Nessuno sposerebbe una vergine. Così le femmine di una tribù cercano di avere il loro primo rapporto con un uomo di un'altra tribù. Un italiano residente in Ghana da oltre quindici anni mi ha raccontato che un giorno, mentre stava aggiustando la bicicletta nel suo garage, gli si avvicinò la figlia del vicino di casa, già signorina a nove anni. L'aveva vista nascere, per questo si meravigliò quando capì che non lo stava guardando come al solito, con gli occhi di bambina, ma come una donna. Lo stava chiaramente invitando a coricarsi con lei. Piantò lì ragazza e bicicletta e venne al Sunset bar a berci sopra. In seguito dovette dirle di non prendersela se lui non se la sentiva di fare quello che avrebbe potuto fare il maschio di un'altra tribù.>>

Juliana

Juliana

Tema-Freetown-Novorossijsk. Novorossijsk-Santa Cruz de Tenerife. Tenerife-Istanbul-Tuapse. Il prossimo viaggio era per Tema. Sarei tornato da "Moda" Mathelda. Cercai qualcosa da portarle in regalo, ma non trovai niente in Russia. Un colbacco non sarebbe stato proprio una bella pensata. Avrei potuto prendere una matriosca o qualche scatola di caviale, ma non li ritenei regali adeguati e nell'indecisione non comprai niente. Portai con me una bottiglia di Jonny Walker e una stecca di Marlboro, sottratti alle mie riserve. Sul taxi che arrancava verso la site 17, mi chiedevo se stessi tornando da Mathelda perché mi trovavo bene con la sua famiglia o per rivedere la bella Veida.  Il dilemma si risolse da solo. Ad accogliermi come un vecchio amico sulla porta di casa c'era "Moda" con le figlie Victoria e Juliana. Veida venne a salutarmi, poi tornò accanto all'uomo che avevo visto il primo giorno in cortile. Con loro c'erano anche i due bambini. Tutti e quattro vestiti come quando si va in città. Dopo un po' ci salutarono. Sicuramente avevo sbagliato tutto. Forse Veida era sposata e mamma.

Mathelda accettò volentieri la bottiglia di whisky e consegnò la stecca di sigarette all'uomo di Veida, prima che se ne andassero. Quindi entrò in casa con Victoria, lasciandomi solo con Juliana, tutti e due seduti sulla panca sotto il portico. Dopo il racconto di Salvatore, adesso vedevo la ragazza con altri occhi. "Chissà quanto sarà più giovane dell'età che dimostra?" Mi chiedevo. "E se fosse vergine?" La domanda mi frullava per la testa ma anche nella bocca dello stomaco e mi sentivo preso da uno strano rimescolio nelle viscere, mentre si avvicinava fin quasi a sfiorare il mio petto con il suo corpo seminudo. Ero in preda alla sindrome del frutto proibito.

A Juliana piaceva toccare i miei capelli ondulati. Li pettinava con la riga nel mezzo, all'indietro, con il ciuffo, mi pettinava persino la peluria del petto. Si divertiva un mondo. Coinvolto nel gioco, la solleticai sotto le ascelle e si mise a ridere, facendo vibrare pericolosamente i piccoli seni tesi all'insù. Le chiesi l'età e, aiutandosi con le dita, mi rispose in un inglese molto approssimativo di avere tredici anni. Poi, quasi a prevenire una mia prossima domanda, disse l'età delle sorelle: Veida 20, Victoria 18.

"Si, ha ragione Salvatore" pensai "deve essere vergine". Stavo realizzando che il suo interesse per me non fosse da attribuire all'attrazione sessuale, ma al fatto di avere scelto l'uomo che l'avrebbe liberata della sua verginità. A me non restava che andare avanti con il gioco o fermarmi ai preliminari, senza spingermi oltre, obbedendo alle leggi sul rispetto delle minorenni. Tuttavia "dovevo" considerare il diverso significato che a certe latitudini si attribuisce al rispetto delle minorenni. Se fra la sua gente una ragazza vergine veniva considerata impura, io potevo contribuire a liberare Juliana da quel tabù. Leggeva il mio pensiero Juliana. Mi prese per una mano e mi condusse all'interno della casa. Intanto Mathelda e Victoria uscivano fuori a spennare un pollo.

La radio sul cassettone della camera stava diffondendo una musica ritmica, dal tono allegro e malinconico nel contempo, intercalata da una voce che diventava anch'essa strumento musicale. L'anima africana stava avvolgendo i miei sensi e accennai alcuni passi di danza istintivamente. Juliana era già tutta dentro a quel motivo, che stava cadenzando con estrema naturalezza. Io la seguivo come l'orso può seguire una farfalla. Al ritmo degli strumenti a percussione che si faceva sempre più frenetico Juliana dimenava la parte inferiore del corpo come mi è capitato poi di rivedere soltanto fra le ragazze nere di Bahia. Fece cadere il pareo che le fasciava i fianchi. Le mutandine bianche sulla pelle d'ebano accentuavano l'effetto dei movimenti sempre più vertiginosi. Ormai la danza aveva assunto il valore di un rito propiziatorio. Poi all'improvviso si buttò sul letto completamente nuda. Mi fissava e nei grandi occhi lucidi non c'era più il sorriso ingenuo di adolescente, ma lo sguardo inquieto della femmina che si fa preda. Restai per un po' ipnotizzato, il turbamento quasi mi soffocava e tutti i pensieri si aggrovigliarono per lasciare spazio all'istinto animale. Mi trovai sopra di lei come per sortilegio e successe quello che era inevitabile succedesse.

Subito dopo ci ficcammo insieme sotto la doccia. Lei ne aveva più bisogno di me. Le sue lacrime si confondevano fra i rivoli d'acqua che le scorrevano sul volto, ma non erano lacrime di tristezza. Anzi, mi carezzava come se le avessi fatto un grande dono. Restammo così a lungo sotto lo scroscio di quell'acqua purificatrice. Intanto Mathelda toglieva il lenzuolo dal letto per metterlo a bagno in un catino di zinco. 

Quella sera c'era pollo per cena.

Il giorno dopo al Sunset bar, luogo di ritrovo internazionale per marittimi e gente di ogni risma, chiesi informazioni a un gruppo di civili americani, se ci fosse stata possibilità di lavorare con loro a Tema. Mi dissero che a loro serviva personale di cucina.  La cosa si poteva fare, ma avrei dovuto abbandonare la nave, con tutte le conseguenze di natura contrattuale che ne sarebbero derivate. Correndo anche il rischio di essere riportato a bordo dalla polizia. Prima che decidessi, fece in tempo ad arrivare l'ora di salpare.

Al momento della partenza sulla banchina c'era a salutarmi Juliana, insieme a Victoria e Kofi.  Mi era balenata l'idea di farla salire a bordo e portarla via con me, se avessi avuto la complicità di Emanuel, il militare di scorta all'ingresso della passerella, con il quale ero diventato amico (un casco di banane e un ananas in cambio di tre pacchetti di sigarette), ma non al punto da fargli commettere il reato di mancata sorveglianza.

Ci salutammo con un lungo bacio di arrivederci. Non immaginavo che fosse invece quello di addio, l'ultimo.

Il Golpe

Il 24 Febbraio 1966, mentre Kwame Nkrumah si trovava in visita diplomatica in Cina (oggi dicono si trovasse ad Hanoi, ma all'epoca si diceva a Pechino), in Ghana ci fu un golpe militare.  La sera stessa Salpavamo dal porto di Tuapse con un carico di 20.000 tonnellate di petrolio diretto a Tema. Ci giunse la notizia del Colpo di Stato due giorni dopo, a Istanbul. Girovagammo un po' per i Dardanelli, poi la Società armatrice ci chiamò a Genova, dove sostammo un paio di giorni, finché decisero di farci proseguire per il Ghana. La mattina del 15 Marzo eravamo a Tema. Il Comandante ci riunì tutti in Quadrato per avvisarci:<<E' consigliabile non scendere a terra, ma chi vuole comunque uscire in franchigia deve sapere che non può andare in giro da solo. Dovete essere almeno in due e possibilmente armati. La situazione non è ancora tranquilla e non abbiamo garanzie sulla nostra incolumità.>> Io, che non potevo perdermi l'uscita, mi alleai con zu' Rocco, un anziano marinaio di Gela, che aveva con se una pistola. Se la portava sempre dietro da quando ad Alessandria fu assalito da due rapinatori armati di coltello, che lo spogliarono di ogni cosa. Lo vedemmo tornare a bordo in mutande verso le dieci di sera. Alle sette del mattino successivo fu accompagnato a terra dalla Polizia, per il riconoscimento dei suoi assalitori, appena catturati. Il giorno stesso i due furono processati e condannati a tre anni di reclusione. Sotto Nasser non si scherzava.

Per le strade di Tema incontrammo gruppi di manifestanti che gridavano slogan, non si sa se a favore o contro Nkrumah. Ci tenemmo comunque a debita distanza, affrettandoci verso la site 17. Io avevo con me alcune cose per Mathelda e un orologio per Juliana. Lo avevo comprato a Genova, in via Prè. Certo, il luogo dell'acquisto, il prezzo e la faccia da galera di chi me lo aveva venduto, non erano proprio una garanzia, ma a vederlo faceva una bella figura. Immaginavo divertito le smorfie da lady che avrebbe fatto Juliana, pavoneggiandosi con quell'orologio al polso. Avrebbe teso le sue labbra chiuse a bocciolo di rosa per darmi un bacio di ringraziamento.

Con questi pensieri bussai alla porta, insolitamente chiusa. Sopra, affissa alla parete, non c'era più la foto di Kwame Nkrumah, ma quella di un militare pluridecorato, il nuovo presidente. Venne ad aprire Kofi, che appena mi vide andò in agitazione, pronunciando frasi a raffica, delle quali capivo soltanto le parole "Juliana", "Moda". <<Cosa sta dicendo?>> chiesi a Victoria, che stava venendomi incontro nel cortile. La ragazza scoppiò a piangere e non riuscii a decifrare i suoi lamenti. Entrai in casa chiamando:<<Juliana! Mathelda!>> La casa era vuota. Stavo già intuendo qualcosa di brutto. Chiesi a Victoria di Veida e mi condusse verso l'altra porta che si affacciava nel cortile. Veida era sdraiata tutta vestita sul letto e non si alzò per venire a salutarmi, perché era malata.  La sua però era la malattia delle donne, quella di una volta al mese, così mi spiegò Victoria. Nei giorni di maggiore flusso mestruale Veida restava al letto immobile per prevenire eventuali emorragie. Mi sembrò di capire che quello fosse un comportamento generalizzato fra le giovani. Alcune religioni considerano impura la donna mestruata e ignorando se e quale religione venisse praticata in quella famiglia, mi avvicinai alla ragazza senza toccarla. Delle sorelle, Veida era quella che sapeva meglio esprimersi in inglese e speravo mi desse una risposta più esauriente di quanto non fosse riuscita a darmi Victoria:<<Juliana dov'è?>> Il suo sguardo si fece triste, ma non scoppiò a piangere. <<Juliana...Moda... Police....>> disse con voce flebile. <<Le ha portate via la polizia?>><<No, Juliana and Moda go... dead>><<Come sarebbe a dire, sono morte? They dead? Sono morte?>> Questa volta fu Kofi a farmi capire meglio. Si atteggiò come se imbracciasse un fucile e fece "Bam, bam!" Impossibile, non riuscivo a crederci. Dalla radio avevamo appreso che quel golpe era stato incruento, senza vittime. Eppure mi dicevano che Juliana e Mathelda erano state ammazzate. Kofi si offrì di accompagnarmi al Cimitero, ma rifiutai di andare. Non me la sentivo di visitare un cumulo di terra e pensare che lì sotto ci fosse quel giovane corpo che avevo conosciuto tanto pieno di vita. O forse la mia vigliaccheria mi suggeriva di non espormi troppo, per non andare incontro a grane. Un marittimo italiano che veniva dall'Unione Sovietica, amico di due persone fatte fuori dalla Polizia, poteva essere considerato sostenitore del vecchio regime. Meglio non rischiare. Zu' Rocco fu più esplicito. Mi tirò per un braccio <<'Amoninne Augusto,>> disse preoccupato <<Non t'impicciare, sennò mi sa che qui finisce a schifio. Sbrighiamoci a raggiungere il porto.>>

Prima di salutarci lasciai a Victoria l’orologio destinato a Juliana e lei mi dette un talismano che Juliana usava portare al collo quando si acconciava per recarsi in città. Lo conservo ancora fra i miei ricordi.  

Ex marittimo

Appena sposato fui chiamato a Rotterdham dalla Società armatrice Fassio per imbarcare come fuochista sulla petroliera "Picci Fassio". Mia moglie Franca rimase con i miei genitori a Viterbo. Terminato l'ingaggio per il trasporto di petrolio, la nave tornò in Italia ed entrò in bacino a Genova per il lavaggio completo delle tanke e la preparazione al trasporto del grano. Ci attendeva un contratto di due anni fra Argentina e Australia. Mi furono concessi 4 giorni di permesso. Avrei salutato Franca e non ci saremmo visti prima di 24 mesi. Ma quella sera Franca non era in casa. In seguito a una caduta, qualche ora prima  era stata ricoverata all'ospedale per una sospetta frattura dell'osso sacro. Tornai a Genova,  ritirai il mio libretto di navigazione e chiusi con la vita di marittimo. In seguito ci trasferimmo nella mia casa di Marta. Di giorno facevo l'imbianchino e a sera andavo a suonare alla "Taverna da Bruno" a Montafiascone. Cantavo le mie canzoni e accompagnavo le spericolate evoluzioni di Elio con la sua chitarra elettrica. Elio Franceschini, ne ho sentiti di chitarristi al mondo, ma non è facile imbattersi in un artista come lui. Cominciò a suonare il mandolino all'età di cinque anni. A dodici anni era già un virtuoso di quello strumento e lo portavo con me a fare le serenate. Ma volle che gli insegnassi la chitarra. Fece presto a superare il maestro e diventammo una coppia inimitabile, lui faceva cantare la chitarra e io l'accompagnavo. Le due chitarre accompagnavano poi le mie canzoni. Quante serate abbiamo trascorso a suonare fra i vicoli antichi, nei locali, nelle osterie! Quanti amori abbiamo fatto riappacificare, quanti ne abbiamo fatti nascere! Adesso ci eravamo ritrovati e suonavamo come ai vecchi tempi. Alla "Taverna" ci esibivamo dalle otto di sera alle quattro del mattino. Oggi quel locale non esiste più e in pochi se ne ricorderanno. Era situato sulla Cassia e vi si fermavano personaggi in transito da o per Roma, viveur, nottambuli, attori e attricette. Una sera si fermò persino una principessa, Noëmi di Persia, cugina dello Scià. Fu entusiasta delle nostre canzoni e ci invitò nella sua casa ai Parioli. Ci avrebbe portati alla televisione, disse. Ma la sera dell'appuntamento nevicava come fossimo in Russia.  Feci in tempo a emigrare a Milano, per trovare un lavoro vero. Mi ci accompagnò Duilio Mezzetti, senza che gli chiedessi nulla. E non me ne sono mai dimenticato. Eravamo lontanamente parenti - suo nonno materno era fratello del mio bisnonno materno - ma non per questo Duilio s'interessò della mia sorte. Seppe dalla sorella Marietta che avevo bisogno di lavoro e mi chiese se volevo cercarlo a Milano. Era così che funzionava la solidarietà di paese. Lui era direttore della Eurochemical di Bresso. Io trovai un posto alla Gomma Gomma di Meda e poi  a Seregno e a Cesano Maderno.

Per fortuna non ho mai incontrato difficoltà a essere assunto come fuochista. Da quelle parti non mancavano fabbriche o Enti favorevoli ad assumere ex marittimi come me. Poi mi è sembrato di capirne il perché. Non che ci portassimo dietro la nomea di angioletti, vista la facilità con la quale elementi come me potevano terminare una discussione a cazzotti. Ma navigando s'impara qualcosa che è più raro apprendere nella jungla della vita cittadina: la solidarietà responsabile. Un marinaio deve convivere con gli altri, amici o nemici, in un ristretto spazio galleggiante. Non può dire "Me ne frego se la nave affonda", perché sa che insieme affonderebbe anche lui. E chi dirige un'azienda ha bisogno di lavoratori che la pensino così. (Oddio, non andavo certo in giro a raccontare dell'incendio sul Previdence!)

Alta tensione

Ero salito fin sotto il tetto della fabbrica (12 metri di altezza) dove lavoravo come fuochista, per fare un favore al muratore, troppo grande e grosso per quella scala troppo alta e stretta. Doveva verificare quanti fogli ondulati di eternit erano stati spazzati via dal temporale del giorno prima ma la scala ondeggiava paurosamente a ogni gradino sul quale metteva piede. Ridiscese e mi chiese se potevo salire io al posto suo. Non mi soffermai neanche un attimo a chiedermi perché non avesse fatto salire il figlio 16-17enne che aveva portato con sé.

Mi arrampicai con la stessa agilità con la quale tante volte ero salito a bordo della nave, con la scaletta di corda filata lungo la murata. Alzai il braccio destro per facilitare la conta, segnando a mente con il dito indice i fogli mancanti e subito la mano fu catturata dal campo magnetico sviluppato dai cavi dell'alta tensione allineati sotto il tetto. <<No!!>> mi sembrò di dire. Feci per staccarmi, ma non c'era verso. Sentivo invece  il mio corpo accartocciarsi verso l'alto.  Ero ferocemente arrabbiato con me stesso, per l'errore di essermi troppo avvicinato ai cavi della linea elettrica, ma non mi rassegnavo a perdere la vita in quel modo tanto banale. Mi ero trasformato in un conduttore che raccoglieva elettricità con la mano destra e la scaricava tramite la mano sinistra lungo la scala metallica fino a terra. Nessuno mi ha mai detto quanto  io sia rimasto in quella posizione, ma almeno un paio di minuti, se è vero che il muratore fece in tempo a tirare giù tutti gli interruttori lungo i cinquanta metri del capannone, illudendosi di tirar via così la corrente. Il risultato fu solo quello di spegnere le luci. Poi corse a chiamare il padrone, che abitava nel cortile della fabbrica. Io intanto continuavo a lottare, mentre nella mia testa rimbombava con sempre maggiore intensità il rumore della corrente alternata.   Finché sentii che non c'era più niente da fare. Un ultimo sforzo prima di arrendermi, poi fui avviluppato da una luce bianchissima e in un baleno feci in tempo a vedere il film di tutta la mia vita. Dalla mia infanzia alla Cartiera quando rubavo i savoiardi dal cassetto inferiore della credenza, dove mia madre li poneva dopo averli sfornati e fatti raffreddare, fino alle immagini di mio figlio Virgilio, di appena otto mesi. 

Tutto in un attimo

Se qualcuno mi chiedesse quale sia stato il giorno più bello della mia vita, senza dubbi risponderei "quel giorno di settembre 1970, quando con il mio corpo mandai in cortocircuito i cavi dell'alta tensione".

Avevo le ciabatte ai piedi e mentre scendevo dalla scala ne persi una. Raggiunto il suolo la recuperai e me la infilai.  Era saltata l'intera linea e restò al buio anche la via dietro il capannone. Incredibile, ma io restai vivo. I quattro cavi avevano scavato tracce profonde nel palmo della mano destra. Sfoglie di carne e pelle carbonizzate si alzavano attorno ai solchi. Non avevo più le unghie e il tendine del pollice era completamente scoperto.  Mi portavo dietro un puzzo di carne bruciata. All'ospedale di Seregno l'infermiere mi chiese se sentivo male mentre tagliava la carne morta con le forbici. <<Tagliami pure la mano,>> gli dissi <<non me ne importa niente. Sono vivo, sono vivo!>>Ho visto come si muore e ho potuto rendermi conto di quanto sia bello vivere. Esserci o non esserci fa una inimmaginabile differenza.

Il muratore, irrompendo sconvolto in casa Calastri, aveva gridato "Correte! E' morto il fuochista!". Era  poi ridisceso di corsa con il padrone e i figli. Li incrociai tutti sull'ingresso della fabbrica,  io uscivo, loro entravano, ma non mi notarono. Per un attimo pensai di essere diventato invisibile, poi tornai indietro per chiamarli:<<Ehi, sono qui!>> L'omaccione sbarrò gli occhi e cadde a terra svenuto.  

Il fatto di essere sopravvissuto a quella scossa tremenda e prolungata, mi diede da pensare parecchio. E poi, come poté svolgersi il lungo film della mia vita in un istante infinitamente breve? Si dice che prima di morire rivediamo tutta il nostro passato. Sembra una di quelle leggende alle quali si può credere o non credere, tanto nessuno è tornato indietro a raccontarci la verità. Io, che ne sono tornato indietro, non so se ritenermi un privilegiato o un povero disgraziato destinato ad essere ascoltato con sufficienza, come si fa con i millantatori.

Un medico dell'ospedale di Niguarda mi chiese i numeri da giocare al Lotto, perché secondo lui  non avrei dovuto sopravvivere a quella eccezionale dose di corrente. Si muore infatti per molto meno. Mentre ero ricoverato al CTO di Milano per la ricostruzione della mano,  mi giunse la notizia della scomparsa di un elettricista di Desio, che conoscevo perché era venuto qualche volta nella fabbrica dove lavoravo.  Morì intossicato da una scossa di corrente, ridotta a 24 volts, nella pulsantiera di una gru.

Sete di sapere

Al CTO c'era una biblioteca a disposizione dei degenti e ne divenni  assiduo frequentatore. Avevo sete di sapere e non mi mancava il tempo per dedicarmi alla lettura. Troppe cose erano rimaste in sospeso nella mia mente dai tempi delle apparizioni alla Grotta, fino all'ultima avventura ai confini della vita.

I libri ispirati alla religione non mi soddisfacevano. Per tutto c'era una risposta che rimandava alla volontà di dio, alle prove che bisogna affrontare in terra, al miracolo della sua infinita bontà ecc... Ogni dilemma trova aggiustamenti facili con la Fede. Troppo facili. Andai oltre.

Le mie letture spaziavano da Aristotele a Platone, da Kant a Kirkegaard, a Hegel. Poi m'imbattei in Voltaire, che introdusse dei tarli nelle mie convinzioni religiose.  Tante mie certezze cominciarono a sgretolarsi per lasciare il posto ad altrettanti dubbi. Crebbe la mia voglia di capire. Rivisitai la Bibbia e vi trovai storie di stragi (Esodo 32,29 - Ester 19 ecc.),  sgozzamenti (Samuele 15,3 - I Re 19,49 ecc.), feroci maledizioni divine(Levitico 26,14 - Numeri 17,14 ecc..).  Come mai non me ne ero accorto prima? Rivisitai i Vangeli e mi risultò sproporzionata la scarsa presenza della Madonna (a parte la divina maternità, qualche accenno di Giovanni e il disconoscimento di Gesù) rispetto all'attenzione che oggi Le fa la Chiesa. Per la prima volta leggevo i libri sacri con occhi laici. Non si scalfì la mia ammirazione per Cristo, ma non mi fece piacere trovarmi critico su tutto il resto. Ormai volevo saperne di più.

Scavando fra i testi della biblioteca trovai un'edizione ottocentesca degli Annali di Tacito in lingua latina, con traduzione italiana. Tacito, nato nel 56 d.C. (23 anni dopo la morte di Gesù),  descrive minuziosamente le vicende dell'Impero romano, da Tiberio a Nerone. Annota come un notaio persino le tasse pagate dalle province. Di quello che ritenevo fosse l'avvenimento più sconvolgente sotto Tiberio, la Crocifissione e resurrezione di Gesù Cristo, non ne fa menzione. Soltanto un accenno a Cristo, quando narra dell'incendio di Roma, che Nerone fa imputare alla setta dei Cristiani, così chiamati dal nome del fondatore, un tale Cristo, condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato durante l'impero di Tiberio ("Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat" ). Troppo poco per il Figlio dell'Uomo,  alla cui morte si oscurò il mondo intero. Come se oggi uno storico inglese si limitasse a dire del Mahatma Ghandi: "Il 30 gennaio 1948 fu assassinato un certo Ghandi, capo di una setta pacifista".

Da queste delusioni fui spinto verso un campo di ricerca più vasto di quanto avrei potuto immaginare con il mio limitato grado d'istruzione. Passai da Pascal, Tomas More, Erasmo da Rotterdham alle filosofie orientali,  per arrivare  a Bertrand Russell, il grande filosofo e matematico inglese al quale devo la mia definitiva svolta verso il Libero Pensiero. Con Bertrand Russell mi avventurai nel campo della Logica, dell'Etica, della scienza, fino ad Einstein, che più di ogni altro ha rivoluzionato il pensiero scientifico e filosofico, senza il bisogno di rinnegare Dio.

E ancora oggi ho sete di capire.

1987

Mio padre non c'era più da vent'anni e la mamma viveva sola nella casa di Marta. Decidemmo di trovarci tutti insieme da lei, io e le mie sorelle. Da Francoforte Ivana e Veris passarono a prendermi con la macchina guidata da Rino, il maggiore dei miei nipoti, figlio d'Ivana.

Durante il viaggio da Milano a Marta decisi di rompere quel ghiaccio che da 35 anni nascondeva il mistero della Madonna della Grotta. Dal 1952 era mancato fra di noi ogni sia pur flebile accenno all'argomento. Rino aveva 30 anni e ne sentì parlare per la prima volta in quel viaggio. Chiesi a Ivana di farmi capire cosa successe realmente in quegli anni diventati ormai tabù per la nostra famiglia. Non le chiesi cosa vedesse quando andava in estasi, come non lo chiesi a Veris e come forse non lo chiederò mai. Avrei l'impressione di voler forzare uno scrigno che non vuole essere riaperto. Le feci tutte le domande utili a capire cosa si nascondesse dietro le quinte delle apparizioni alla Grotta. Quale fosse il ruolo di don Tommaso, che monitorava con le sue adunanze i giovani veggenti. Chi fosse realmente la signorina Carlomagno e cosa contenesse quella busta che ci fece consegnare ai Carabinieri. Per quali ragioni De Gasperi e il suo segretario, avessero a cuore la sua storia. Per la verità da Ivana non seppi più di quanto non mi avesse già raccontato quando avevo 10 anni. Concordammo sull'ipotesi che dietro a quelle apparizioni ci fossero dei trucchi d'ipnotismo, come del resto aveva fatto intendere la Carlomagno.

- Ma come te le spieghi le stimmate? - Le chiesi.

- Quali stimmate? -  Si mostrò sorpresa Ivana.

- Quelle che ti venivano ogni venerdì notte al convento di Montefiascone - 

- Chi ti ha raccontato questa stronzata? -

- Suor Marcellina. -

- Impossibile. -

- C'ero anch'io quando suor Marcellina disse alla mamma che ogni venerdì notte tu svenivi sotto l'altare della Cappella e ti si aprivano le stimmate sanguinanti ai polsi. -

- Questa poi.. - sbottò mia sorella - è la prima volta che la sento. -

La decisa smentita cadde su di me come una doccia fredda. Ne rimasi scosso, perché se c'era una cosa della quale non avrei mai dubitato era la questione delle stimmate. Il racconto di suor Marcellina trovava riscontro in ciò che io stesso notai: la faccia pallida d'Ivana durante le nostre visite domenicali e le sue mani rinserrate fra le maniche ("per nascondere i segni delle stimmate" aveva detto la suora). Ma nello stesso tempo fu salutare, in quanto fece cadere quello che consideravo il maggior ostacolo alla soluzione del mistero Madonna della Grotta. 

Una menzogna raccontata bene nel posto e al momento giusto può trasformarsi in verità assoluta. Io ci avrei messo la mano sul fuoco alle asserzioni di suor Marcellina. Ho conservato quella "verità" per 38 anni. Non se ne discusse mai in famiglia. Se anziché custodirla come un segreto l'avessimo diffusa in giro, forse avremmo contribuito alla fabbricazione di una santa. Ecco come possono essere costruiti certi misteri.

Transfert

Caduto l'ultimo mistero, quello delle stimmate, era ormai evidente che dietro a tutta la vicenda,  dalle apparizioni alla Grotta alla clausura d'Ivana, c'erano stati dei manovratori. Non poteva certo essere "qualcuno", ma doveva essere una potente organizzazione. Per saperne di più sarebbero occorsi i dati archiviati nel 1952 dalla Caserma dei Carabinieri di Marta, ma a un privato cittadino come me non sarebbe stato concesso. Forse un giornalista avrebbe avuto le chiavi giuste per una buona ricerca. Mi contattò Giovanni Laccabò dell'Unità. Ci demmo appuntamento  al Sassabanek d'Iseo, il campeggio dove avevo la roulotte. Ivana e Veris si fermarono lì prima di rientrare in Germania.  Il giornalista fece una lunga intervista alle mie sorelle e quando Ivana gli raccontò del contadino venutole in sogno la stessa notte in cui stava morendo, ipotizzò che l'uomo fosse il transfert tramite il quale veniva convogliata l'ipnosi ad altri soggetti. Laccabò promise di fare una ricerca a tutto campo.

Se sia riuscito a ottenere elementi utili a far luce sul quel mistero  non mi è stato dato di sapere. Sono passati vari anni. Non lo ho più visto né sentito e forse non saprò mai se abbia completato la ricerca. Era un giornalista in gamba, ma ormai non c'è più. E' scomparso prematuramente.

Madonna del Monte

La Madonna del Monte

Ho sempre ritenuto che gli ispiratori delle apparizioni della Grotta, venissero da lontano. Si sono infatti dimostrati estranei alla cultura dei Martani.

A Marta si venera da sempre la Madonna del Monte e non si capisce perché non sia apparsa questa con il Bambino in braccio, invece dell'Immacolata Concezione  come quella di Fatima, come quella di Lourdes, tutte ispirate alla madonna dell'Apocalisse di Giovanni: "...una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle". Una madonna standard che però a Marta non poteva andare bene. Non avrebbe mai potuto sostituirsi alla Madonna del Monte nel cuore dei Martani. Se si fosse materializzata l'Immagine della loro Madonna non ci sarebbe stato vescovo o esercito capace di impedirne il culto. Quello della Grotta invece è stato un fenomeno osservato con scetticismo dalla maggioranza dei paesani. Ha fatto scalpore fuori e da fuori venivano le migliaia di fedeli, richiamati dalle notizie giornalistiche.

Perché allora nel 1948 fu la madonna dell'Apocalisse a scegliere la "cantina della Barbera"? La domanda non è oziosa, perché la Madonna del Monte per i Martani non è semplicemente un'icona sull'altare. E' la Madonna per antonomasia, è la mamma di ogni martano, credente o non credente. Neanche i più incalliti bestemmiatori osano nominarla invano.

La sua festa si celebra il 14 Maggio con una manifestazione di popolo, le "Passate", che si richiamano ai riti propiziatori alla dea Cerere, dai quali probabilmente derivano. Gli Etruschi offrivano alla divinità il frutto del loro lavoro affinché ne fosse garantita prosperità. Con l'avvento del Cristianesimo, alla dea etrusca deve essere subentrata la Vergine Maria, ma il rito non è cambiato, se non in grandiosità. I frutti della terra, ai quali si sono aggiunti, in epoca medioevale, quelli del lago, vengono presentati in fantasiose allegorie e offerti alla Madonna, dalla quale ci si aspetta benevolenza e protezione. Le categorie che partecipano alla manifestazione sono quattro, ma non è stato sempre così. Con il tempo si è passati da una sola  a più categorie, che comprendevano anche quelle artigiane. Ma quando la festa cominciò a prendere la piega di un baccanale, furono riordinate le categorie aventi diritto alla partecipazione, che nei secoli sono così ancora oggi: I) I Casenghi, che aprono la manifestazione montando irrequieti cavalli maremmani, seguiti dal coro dei mietitori. II) I Villani ( i coltivatori della terra) con i loro attrezzi da lavoro, seguiti da carri allegorici chiamati "fontane", addobbati con frutti di ogni stagione, fiori, erbaggi vari, alberelli, tutti rigorosamente autentici. Niente cartapesta o plastica. Prima dell'avvento dei supermercati, quando di freschi si potevano avere soltanto i frutti primaverili, i Villani riuscivano a portare sulle loro "fontane" ogni altro tipo di frutto. Il procedimento consisteva nell'inserire i germogli (dell'uva, ad esempio) all'interno di un fiasco di vetro, che veniva svuotato d'aria, tappato ermeticamente e sotterrato. I fiaschi venivano rotti il giorno prima della Festa e la frutta maturata veniva estratta in tutta la sua freschezza, come fosse appena colta, anche se non era commestibile. Persino le riproduzioni di immagini sacre vengono composte con legumi secchi di vari colori intarsiati in meravigliosi pannelli dal valore ingenuamente artistico.  III) I Bifolchi (gli addetti al bestiame come buoi e pecore) anche loro con imponenti "fontane" simili a quelle dei Villani e  capanne a grandezza naturale con i pastori intenti alla lavorazione del latte e del formaggio.  IV) I Pescatori, con le loro barche rivestite di foglie di canavelle (le canne di lago) e addobbate con i più bei pesci di acqua dolce (freschi).  Ogni "fontana", di qualunque categoria, impegna decine di giovani per vari mesi. Si riuniscono, progettano insieme, disegnano gli schemi delle composizioni allegoriche con le quali "passeranno". La denominazione "Passate" deriva dal momento culminante della manifestazione, quando i rappresentanti delle quattro Corporazioni (le categorie) passano, ognuna per tre volte, davanti all'altare della Madonna. Entrano dalla porta principale del Santuario per uscire dalla porta secondaria, precedute da due tamburini che eseguono senza interruzione un tipico rullo di tamburi la cui origine si perde nei secoli. Mentre i manifestanti gridano il ciclo di osanna, sempre uguale, nell'unica immutabile sequenza: "Evviva Maria! Sia lodato il Santissimo Sacramento! Evviva la Madonna Santissima del Monte! Evviva Gesù e Maria!".  L'intera organizzazione della Festa appartiene al popolo dei partecipanti, che eleggono i propri rappresentanti, denominati  "Tenente" quello dei Casenghi,  "Signore" quello delle altre categorie, i quali se ne accollano anche tutte le spese.

La Chiesa non ha potere decisivo in merito, ma soltanto consultivo e mai vincolante. Il Clero partecipa praticamente come ospite. Infatti nel lunghissimo corteo che parte dalla riva del lago per raggiungere il Santuario della Madonna del Monte, Vescovo,  parroco,  sacerdoti e  chierichetti sono collocati in fondo, dopo la banda musicale. Ciò a riprova delle origini pagane del rito, la cui gestione i Martani non hanno mai voluto assoggettare ad altra autorità che non fosse il popolo stesso. Nel 1950 il vescovo Rosi, che non condivideva gli aspetti pagani delle Passate, annunciò il divieto di usare il Santuario per la manifestazione,  senza rendersi conto di quanto poca autorità disponesse per dare certi ordini.  

le Passate - Bifolchi

L'ultima domenica di Aprile il Vescovo venne a Marta per impartire la Cresima. Ad accoglierlo in piazza c'erano il parroco con i chierichetti (fra i quali anch'io) e lo aspettava un intero paese. Appena raggiunse la piazza, l'auto del Vescovo fu circondata e sollevata dal suolo da una folla inferocita. I Carabinieri si tolsero le bandoliere e cominciarono a menare botte a destra e manca, finché l'auto riuscì a ripartire in retromarcia e ricondurre il Vescovo a Montefiascone. La Cresima non si fece quel giorno, ma il 14 Maggio le Passate si svolsero regolarmente. Nel 2001 il Prefetto di Viterbo chiese di spostare la festa in una data successiva agli scrutini elettorali che avrebbero dovuto svolgersi proprio in quella data. I Martani risposero che piuttosto avrebbero disertato le urne. E la Festa si fece il 14 Maggio, come sempre.

Da questi esempi si può capire quanto radicato sia nell'animo dei Martani l'attaccamento alla Madonna del Monte, alla quale nessun'altra madonna potrebbe fare concorrenza. Ritorna allora la domanda: perché si è voluto che alla Grotta apparisse la Vergine di Fatima e di Lourdes? Forse per il messaggio apocalittico che tale madonna rappresenta ("Penitenza, penitenza!" - quella di Fatima. "Io non vi prometto di rendervi felici in questo mondo ma nell'altro" - quella di Lourdes). Mentre la Madonna del Monte è una mamma che protegge tutti, anche i peccatori e i miscredenti.

Forse in certi momenti storici si è ritenuto conveniente intimorire le coscienze per motivi politici. Ma anche se fosse così, bisogna riconoscere che Marta non poteva considerarsi il luogo ideale per certi esperimenti.

 

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