Una storia vera

Una storia vera di Augusto Guidoni - Capitolo 7 Precedente

Indice di questo capitolo:

Ex marittimo

Alta tensione

Tutto in un attimo

Sete di sapere

1987

Transfert

La Madonna del Monte

Ex marittimo

Appena sposato fui chiamato a Rotterdham dalla Società armatrice Fassio per imbarcare come fuochista sulla petroliera "Picci Fassio". Mia moglie Franca rimase con i miei genitori a Viterbo. Terminato l'ingaggio per il trasporto di petrolio, la nave tornò in Italia ed entrò in bacino a Genova per il lavaggio completo delle tanke e la preparazione al trasporto del grano. Ci attendeva un contratto di due anni fra Argentina e Australia. Mi furono concessi 4 giorni di permesso. Avrei salutato Franca e non ci saremmo visti prima di 24 mesi. Ma quella sera Franca non era in casa. In seguito a una caduta, qualche ora prima  era stata ricoverata all'ospedale per una sospetta frattura dell'osso sacro. Tornai a Genova,  ritirai il mio libretto di navigazione e chiusi con la vita di marittimo. In seguito ci trasferimmo nella mia casa di Marta. Di giorno facevo l'imbianchino e a sera andavo a suonare alla "Taverna da Bruno" a Montafiascone. Cantavo le mie canzoni e accompagnavo le spericolate evoluzioni di Elio con la sua chitarra elettrica. Elio Franceschini, ne ho sentiti di chitarristi al mondo, ma non è facile imbattersi in un artista come lui. Cominciò a suonare il mandolino all'età di cinque anni. A dodici anni era già un virtuoso di quello strumento e lo portavo con me a fare le serenate. Ma volle che gli insegnassi la chitarra. Fece presto a superare il maestro e diventammo una coppia inimitabile, lui faceva canto e io accompagnamento. Quante serate abbiamo trascorso a suonare fra i vicoli antichi, nei locali, nelle osterie! Quanti amori abbiamo fatto riappacificare, quanti ne abbiamo fatti nascere! Adesso ci eravamo ritrovati e suonavamo come ai vecchi tempi. Alla "Taverna" ci esibivamo dalle otto di sera alle quattro del mattino. Oggi quel locale non esiste più e in pochi se ne ricorderanno. Era situato sulla Cassia e vi si fermavano personaggi in transito da o per Roma, viveur, nottambuli, attori e attricette. Una sera si fermò persino una principessa, Noëmi di Persia, cugina dello Scià. Fu entusiasta delle nostre canzoni e ci invitò nella sua casa ai Parioli. Ci avrebbe portati alla televisione, disse. Ma la sera dell'appuntamento nevicava come fossimo in Russia.  Feci in tempo a emigrare a Milano, per trovare un lavoro vero. Mi ci accompagnò Duilio Mezzetti, senza che gli chiedessi nulla. E non me ne sono mai dimenticato. Eravamo lontanamente parenti - suo nonno materno era fratello del mio bisnonno materno - ma non per questo Duilio s'interessò della mia sorte. Seppe dalla sorella Marietta che avevo bisogno di lavoro e mi chiese se volevo cercarlo a Milano. Era così che funzionava la solidarietà di paese. Lui era direttore della Eurochemical di Bresso. Io trovai un posto alla Gomma Gomma di Meda e poi  a Seregno e a Cesano Maderno.

Per fortuna non ho mai incontrato difficoltà a essere assunto come fuochista. Da quelle parti non mancavano fabbriche o Enti favorevoli ad assumere ex marittimi come me. Poi mi è sembrato di capirne il perché. Non che ci portassimo dietro la nomea di angioletti, vista la facilità con la quale elementi come me potevano terminare una discussione a cazzotti. Ma navigando s'impara qualcosa che è più raro apprendere nella jungla della vita cittadina: la solidarietà responsabile. Un marinaio deve convivere con gli altri, amici o nemici, in un ristretto spazio galleggiante. Non può dire "Me ne frego se la nave affonda", perché sa che insieme affonderebbe anche lui. E chi dirige un'azienda ha bisogno di lavoratori che la pensino così.

Alta tensione

Ero salito fin sotto il tetto della fabbrica (12 metri di altezza) dove lavoravo come fuochista, per fare un favore al muratore, troppo grande e grosso per quella scala troppo alta e stretta. Doveva verificare quanti fogli ondulati di eternit erano stati spazzati via dal temporale del giorno prima ma la scala ondeggiava paurosamente a ogni gradino sul quale metteva piede. Ridiscese e mi chiese se potevo salire io al posto suo. Non mi soffermai neanche un attimo a chiedermi perché non avesse fatto salire il figlio 16-17enne che aveva portato con sé.

Mi arrampicai con la stessa agilità con la quale tante volte ero salito a bordo della nave, con la scaletta di corda filata lungo la murata. Alzai il braccio destro per facilitare la conta, segnando a mente con il dito indice i fogli mancanti e subito la mano fu catturata dal campo magnetico sviluppato dai cavi dell'alta tensione allineati sotto il tetto. <<No!!>> mi sembrò di dire. Feci per staccarmi, ma non c'era verso. Sentivo invece  il mio corpo accartocciarsi verso l'alto.  Ero ferocemente arrabbiato con me stesso, per l'errore di essermi troppo avvicinato ai cavi della linea elettrica, ma non mi rassegnavo a perdere la vita in quel modo tanto banale. Mi ero trasformato in un conduttore che raccoglieva elettricità con la mano destra e la scaricava tramite la mano sinistra lungo la scala metallica fino a terra. Nessuno mi ha mai detto quanto  io sia rimasto in quella posizione, ma almeno un paio di minuti, se è vero che il muratore fece in tempo a tirare giù tutti gli interruttori lungo i cinquanta metri del capannone, illudendosi di tirar via così la corrente. Il risultato fu solo quello di spegnere le luci. Poi corse a chiamare il padrone, che abitava nel cortile della fabbrica. Io intanto continuavo a lottare, mentre nella mia testa rimbombava con sempre maggiore intensità il rumore della corrente alternata.   Finché sentii che non c'era più niente da fare. Un ultimo sforzo prima di arrendermi, poi fui avviluppato da una luce bianchissima e in un baleno feci in tempo a vedere il film di tutta la mia vita. Dalla mia infanzia alla Cartiera quando rubavo i savoiardi dal cassetto inferiore della credenza, dove mia madre li poneva dopo averli sfornati e fatti raffreddare, fino alle immagini di mio figlio Virgilio, di appena otto mesi. 

Tutto in un attimo

Se qualcuno mi chiedesse quale sia stato il giorno più bello della mia vita, senza dubbi risponderei "quel giorno di settembre 1970, quando con il mio corpo mandai in cortocircuito i cavi dell'alta tensione".

Avevo le ciabatte ai piedi e mentre scendevo dalla scala ne persi una. Raggiunto il suolo la recuperai e me la infilai. Nella mia lotta contro quel mostro invisibile che è l'energia elettrica, non mi ero lasciato andare neanche per una frazione di secondo e non persi mai la consapevolezza di quanto stava accadendo. Alla fine saltò l'intera linea e restò al buio anche la via dietro il capannone. Incredibile, ma io restai vivo. I quattro cavi avevano scavato tracce profonde nel palmo della mano destra. Sfoglie di carne e pelle carbonizzate si alzavano attorno ai solchi. Non avevo più le unghie e il tendine del pollice era completamente scoperto.  All'ospedale di Seregno l'infermiere mi chiese se sentivo male mentre tagliava la carne morta con le forbici. <<Tagliami pure la mano,>> gli dissi <<non me ne importa niente. Sono vivo, sono vivo!>>Ho visto come si muore e ho potuto rendermi conto di quanto sia bello vivere. Esserci o non esserci fa una inimmaginabile differenza.

Il muratore, irrompendo sconvolto in casa Calastri, aveva gridato "Correte! E' morto il fuochista!". Era  poi ridisceso di corsa con il padrone e i figli. Li incrociai tutti sull'ingresso della fabbrica,  io uscivo, loro entravano, ma non mi notarono. Per un attimo pensai di essere diventato invisibile, poi tornai indietro per chiamarli:<<Ehi, sono qui!>> L'omaccione sbarrò gli occhi e cadde a terra svenuto.  

Il fatto di essere sopravvissuto a quella scossa tremenda e prolungata, mi diede da pensare parecchio. E poi, come poté svolgersi il lungo film della mia vita in un istante infinitamente breve? Si dice che prima di morire rivediamo tutta il nostro passato. Sembra una di quelle leggende alle quali si può credere o non credere, tanto nessuno è tornato indietro a raccontarci la verità. Io, che ne sono tornato indietro, non so se ritenermi un privilegiato o un povero disgraziato destinato ad essere ascoltato con sufficienza, come si fa con i mitomani.

Un medico dell'ospedale di Niguarda mi chiese i numeri da giocare al Lotto, perché secondo lui  non avrei dovuto sopravvivere a quella eccezionale dose di corrente. Si muore infatti per molto meno. Mentre ero ricoverato al CTO di Milano per la ricostruzione della mano,  mi giunse la notizia della scomparsa di un elettricista di Desio, che conoscevo perché era venuto qualche volta nella fabbrica dove lavoravo.  Morì intossicato da una scossa di corrente, ridotta a 24 volts, nella pulsantiera di una gru.

Sete di sapere

Al CTO c'era una biblioteca a disposizione dei degenti e ne divenni  assiduo frequentatore. Avevo sete di sapere e non mi mancava il tempo per dedicarmi alla lettura. Troppe cose erano rimaste in sospeso nella mia mente dai tempi delle apparizioni alla Grotta, fino all'ultima avventura ai confini della vita.

I libri ispirati alla religione non mi soddisfacevano. Per tutto c'era una risposta che rimandava alla volontà di dio, alle prove che bisogna affrontare in terra, al miracolo della sua infinita bontà ecc... Ogni dilemma trova aggiustamenti facili con la Fede. Troppo facili. Andai oltre.

Le mie letture spaziavano da Aristotele a Platone, da Kant a Kirkegaard, a Hegel. Poi m'imbattei in Voltaire, che introdusse dei tarli nelle mie convinzioni religiose.  Tante mie certezze cominciarono a sgretolarsi per lasciare il posto ad altrettanti dubbi. Crebbe la mia voglia di capire. Rivisitai la Bibbia e vi trovai storie di stragi (Esodo 32,29 - Ester 19 ecc.),  sgozzamenti (Samuele 15,3 - I Re 19,49 ecc.), feroci maledizioni divine(Levitico 26,14 - Numeri 17,14 ecc..).  Come mai non me ne ero accorto prima? Rivisitai i Vangeli e mi risultò sproporzionata la scarsa presenza della Madonna (a parte la divina maternità, qualche accenno di Giovanni e il disconoscimento di Gesù) rispetto all'attenzione che oggi Le fa la Chiesa. Per la prima volta leggevo i libri sacri con occhi laici. Non si scalfì la mia ammirazione per Cristo, ma non mi fece piacere trovarmi critico su tutto il resto. Ormai volevo saperne di più.

Scavando fra i testi della biblioteca trovai un'edizione ottocentesca degli Annali di Tacito in lingua latina, con traduzione italiana. Tacito, nato nel 56 d.C. (23 anni dopo la morte di Gesù),  descrive minuziosamente le vicende dell'Impero romano, da Tiberio a Nerone. Annota come un notaio persino le tasse pagate dalle province. Di quello che ritenevo fosse l'avvenimento più sconvolgente sotto Tiberio, la Crocifissione e resurrezione di Gesù Cristo, non ne fa menzione. Soltanto un accenno a Cristo, quando narra dell'incendio di Roma, che Nerone fa imputare alla setta dei Cristiani, così chiamati dal nome del fondatore, un tale Cristo, condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato durante l'impero di Tiberio ("Auctor nominis eius Christus Tiberio imperitante per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat" ). Troppo poco per il Figlio dell'Uomo,  alla cui morte si oscurò il mondo intero. Come se oggi uno storico inglese si limitasse a dire del Mahatma Ghandi: "Il 30 gennaio 1948 fu assassinato un certo Ghandi, capo di una setta pacifista".

Da queste delusioni fui spinto verso un campo di ricerca più vasto di quanto avrei potuto immaginare con il mio limitato grado d'istruzione. Passai da Pascal, Tomas More, Erasmo da Rotterdham alle filosofie orientali,  per arrivare  a Bertrand Russell, il grande filosofo e matematico inglese al quale devo la mia definitiva svolta verso il Libero Pensiero. Con Bertrand Russell mi avventurai nel campo della Logica, dell'Etica, della scienza, fino ad Einstein, che più di ogni altro ha rivoluzionato il pensiero scientifico e filosofico, senza il bisogno di rinnegare Dio.

E ancora oggi ho sete di capire.

1987

Mio padre non c'era più da vent'anni e la mamma viveva sola nella casa di Marta. Decidemmo di trovarci tutti insieme da lei, io e le mie sorelle. Da Francoforte Ivana e Veris passarono a prendermi con la macchina guidata da Rino, il maggiore dei miei nipoti, figlio d'Ivana.

Durante il viaggio da Milano a Marta decisi di rompere quel ghiaccio che da 35 anni nascondeva il mistero della Madonna della Grotta. Dal 1952 era mancato fra di noi ogni sia pur flebile accenno all'argomento. Rino aveva 30 anni e ne sentì parlare per la prima volta in quel viaggio. Chiesi a Ivana di farmi capire cosa successe realmente in quegli anni diventati ormai tabù per la nostra famiglia. Non le chiesi cosa vedesse quando andava in estasi, come non lo chiesi a Veris e come forse non lo chiederò mai. Avrei l'impressione di voler forzare uno scrigno che non vuole essere riaperto. Le feci tutte le domande utili a capire cosa si nascondesse dietro le quinte delle apparizioni alla Grotta. Quale fosse il ruolo di don Tommaso, che monitorava con le sue adunanze i giovani veggenti. Chi fosse realmente la signorina Carlomagno e cosa contenesse quella busta che ci fece consegnare ai Carabinieri. Per quali ragioni De Gasperi e il suo segretario, avessero a cuore la sua storia. Per la verità da Ivana non seppi più di quanto non mi avesse già raccontato quando avevo 10 anni. Concordammo sull'ipotesi che dietro a quelle apparizioni ci fossero dei trucchi d'ipnotismo, come del resto aveva fatto intendere la Carlomagno.

- Ma come te le spieghi le stimmate? - Le chiesi.

- Quali stimmate? -  Si mostrò sorpresa Ivana.

- Quelle che ti venivano ogni venerdì notte al convento di Montefiascone - 

- Chi ti ha raccontato questa stronzata? -

- Suor Marcellina. -

- Impossibile. -

- C'ero anch'io quando suor Marcellina disse alla mamma che ogni venerdì notte tu svenivi sotto l'altare della Cappella e ti si aprivano le stimmate sanguinanti ai polsi. -

- Questa poi.. - sbottò mia sorella - è la prima volta che la sento. -

La decisa smentita cadde su di me come una doccia fredda. Ne rimasi scosso, perché se c'era una cosa della quale non avrei mai dubitato era la questione delle stimmate. Il racconto di suor Marcellina trovava riscontro in ciò che io stesso notai: la faccia pallida d'Ivana durante le nostre visite domenicali e le sue mani rinserrate fra le maniche ("per nascondere i segni delle stimmate" aveva detto la suora). Ma nello stesso tempo fu salutare, in quanto fece cadere quello che consideravo il maggior ostacolo alla soluzione del mistero Madonna della Grotta. 

Una menzogna raccontata bene nel posto e al momento giusto può trasformarsi in verità assoluta. Io ci avrei messo la mano sul fuoco alle asserzioni di suor Marcellina. Ho conservato quella "verità" per 38 anni. Non se ne discusse mai in famiglia. Se anziché custodirla come un segreto l'avessimo diffusa in giro, forse avremmo contribuito alla fabbricazione di una santa. Ecco come possono essere costruiti certi misteri.

Transfert

Caduto l'ultimo mistero, quello delle stimmate, era ormai evidente che dietro a tutta la vicenda,  dalle apparizioni alla Grotta alla clausura d'Ivana, c'erano stati dei manovratori. Non poteva certo essere "qualcuno", ma doveva essere una potente organizzazione. Per saperne di più sarebbero occorsi i dati archiviati nel 1952 dalla Caserma dei Carabinieri di Marta, ma a un privato cittadino come me non sarebbe stato concesso. Forse un giornalista avrebbe avuto le chiavi giuste per una buona ricerca. Mi contattò Giovanni Laccabò dell'Unità. Ci demmo appuntamento  al Sassabanek d'Iseo, il campeggio dove avevo la roulotte. Ivana e Veris si fermarono lì prima di rientrare in Germania.  Il giornalista fece una lunga intervista alle mie sorelle e quando Ivana gli raccontò del contadino venutole in sogno la stessa notte in cui stava morendo, ipotizzò che l'uomo fosse il transfert tramite il quale veniva convogliata l'ipnosi ad altri soggetti. Laccabò promise di fare una ricerca a tutto campo.

Se sia riuscito a ottenere elementi utili a far luce sul quel mistero  non mi è stato dato di sapere. Sono passati vari anni. Non lo ho più visto né sentito e forse non saprò mai se abbia completato la ricerca. Era un giornalista in gamba, ma ormai non c'è più. E' scomparso prematuramente.

Madonna del Monte

La Madonna del Monte

Ho sempre ritenuto che gli ispiratori delle apparizioni della Grotta, venissero da lontano. Si sono infatti dimostrati estranei alla cultura dei Martani.

A Marta si venera da sempre la Madonna del Monte e non si capisce perché non sia apparsa questa con il Bambino in braccio, invece dell'Immacolata Concezione  come quella di Fatima, come quella di Lourdes, tutte ispirate alla madonna dell'Apocalisse di Giovanni: "...una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle". Una madonna standard che però a Marta non poteva andare bene. Non avrebbe mai potuto sostituirsi alla Madonna del Monte nel cuore dei Martani. Se si fosse materializzata l'Immagine della loro Madonna non ci sarebbe stato vescovo o esercito capace di impedirne il culto. Quello della Grotta invece è stato un fenomeno osservato con scetticismo dalla maggioranza dei paesani. Ha fatto scalpore fuori e da fuori venivano le migliaia di fedeli, richiamati dalle notizie giornalistiche.

Perché allora nel 1948 fu la madonna dell'Apocalisse a scegliere la "cantina della Barbera"? La domanda non è oziosa, perché la Madonna del Monte per i Martani non è semplicemente un'icona sull'altare. E' la Madonna per antonomasia, è la mamma di ogni martano, credente o non credente. Neanche i più incalliti bestemmiatori osano nominarla invano.

La sua festa si celebra il 14 Maggio con una manifestazione di popolo, le "Passate", che si richiamano ai riti propiziatori alla dea Cerere, dai quali probabilmente derivano. Gli Etruschi offrivano alla divinità il frutto del loro lavoro affinché ne fosse garantita prosperità. Con l'avvento del Cristianesimo, alla dea etrusca deve essere subentrata la Vergine Maria, ma il rito non è cambiato, se non in grandiosità. I frutti della terra, ai quali si sono aggiunti, in epoca medioevale, quelli del lago, vengono presentati in fantasiose allegorie e offerti alla Madonna, dalla quale ci si aspetta benevolenza e protezione. Le categorie che partecipano alla manifestazione sono quattro, ma non è stato sempre così. Con il tempo si è passati da una sola  a più categorie, che comprendevano anche quelle artigiane. Ma quando la festa cominciò a prendere la piega di un baccanale, furono riordinate le categorie aventi diritto alla partecipazione, che nei secoli sono così ancora oggi: I) I Casenghi, che aprono la manifestazione montando irrequieti cavalli maremmani, seguiti dal coro dei mietitori. II) I Villani ( i coltivatori della terra) con i loro attrezzi da lavoro, seguiti da carri allegorici chiamati "fontane", addobbati con frutti di ogni stagione, fiori, erbaggi vari, alberelli, tutti rigorosamente autentici. Niente cartapesta o plastica. Prima dell'avvento dei supermercati, quando di freschi si potevano avere soltanto i frutti primaverili, i Villani riuscivano a portare sulle loro "fontane" ogni altro tipo di frutto. Il procedimento consisteva nell'inserire i germogli (dell'uva, ad esempio) all'interno di un fiasco di vetro, che veniva svuotato d'aria, tappato ermeticamente e sotterrato. I fiaschi venivano rotti il giorno prima della Festa e la frutta maturata veniva estratta in tutta la sua freschezza, come fosse appena colta, anche se non era commestibile. Persino le riproduzioni di immagini sacre vengono composte con legumi secchi di vari colori intarsiati in meravigliosi pannelli dal valore ingenuamente artistico.  III) I Bifolchi (gli addetti al bestiame come buoi e pecore) anche loro con imponenti "fontane" simili a quelle dei Villani e  capanne a grandezza naturale con i pastori intenti alla lavorazione del latte e del formaggio.  IV) I Pescatori, con le loro barche rivestite di foglie di canavelle (le canne di lago) e addobbate con i più bei pesci di acqua dolce (freschi).  Ogni "fontana", di qualunque categoria, impegna decine di giovani per vari mesi. Si riuniscono, progettano insieme, disegnano gli schemi delle composizioni allegoriche con le quali "passeranno". La denominazione "Passate" deriva dal momento culminante della manifestazione, quando i rappresentanti delle quattro Corporazioni (le categorie) passano, ognuna per tre volte, davanti all'altare della Madonna. Entrano dalla porta principale del Santuario per uscire dalla porta secondaria, precedute da due tamburini che eseguono senza interruzione un tipico rullo di tamburi la cui origine si perde nei secoli. Mentre i manifestanti gridano il ciclo di osanna, sempre uguale, nell'unica immutabile sequenza: "Evviva Maria! Sia lodato il Santissimo Sacramento! Evviva la Madonna Santissima del Monte! Evviva Gesù e Maria!".  L'intera organizzazione della Festa appartiene al popolo dei partecipanti, che eleggono i propri rappresentanti, denominati  "Tenente" quello dei Casenghi,  "Signore" quello delle altre categorie, i quali se ne accollano anche tutte le spese.

La Chiesa non ha potere decisivo in merito, ma soltanto consultivo e mai vincolante. Il Clero partecipa praticamente come ospite. Infatti nel lunghissimo corteo che parte dalla riva del lago per raggiungere il Santuario della Madonna del Monte, Vescovo,  parroco,  sacerdoti e  chierichetti sono collocati in fondo, dopo la banda musicale. Ciò a riprova delle origini pagane del rito, la cui gestione i Martani non hanno mai voluto assoggettare ad altra autorità che non fosse il popolo stesso. Nel 1950 il vescovo Rosi, che non condivideva gli aspetti pagani delle Passate, annunciò il divieto di usare il Santuario per la manifestazione,  senza rendersi conto di quanto poca autorità disponesse per dare certi ordini.  

le Passate - Bifolchi

L'ultima domenica di Aprile il Vescovo venne a Marta per impartire la Cresima. Ad accoglierlo in piazza c'erano il parroco con i chierichetti (fra i quali anch'io) e lo aspettava un intero paese. Appena raggiunse la piazza, l'auto del Vescovo fu circondata e sollevata dal suolo da una folla inferocita. I Carabinieri si tolsero le bandoliere e cominciarono a menare botte a destra e manca, finché l'auto riuscì a ripartire in retromarcia e ricondurre il Vescovo a Montefiascone. La Cresima non si fece quel giorno, ma il 14 Maggio le Passate si svolsero regolarmente. Nel 2001 il Prefetto di Viterbo chiese di spostare la festa in una data successiva agli scrutini elettorali che avrebbero dovuto svolgersi proprio in quella data. I Martani risposero che piuttosto avrebbero disertato le urne. E la Festa si fece il 14 Maggio, come sempre.

Da questi esempi si può capire quanto radicato sia nell'animo dei Martani l'attaccamento alla Madonna del Monte, alla quale nessun'altra madonna potrebbe fare concorrenza. Ritorna allora la domanda: perché si è voluto che alla Grotta apparisse la Vergine di Fatima e di Lourdes? Forse per il messaggio apocalittico che tale madonna rappresenta ("Penitenza, penitenza!" - quella di Fatima. "Io non vi prometto di rendervi felici in questo mondo ma nell'altro" - quella di Lourdes). Mentre la Madonna del Monte è una mamma che protegge tutti, anche i peccatori e i miscredenti.

Forse in certi momenti storici si è ritenuto conveniente intimorire le coscienze per motivi politici. Ma anche se fosse così, bisogna riconoscere che Marta non poteva considerarsi il luogo ideale per certi esperimenti.

Continua.........

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