Kwame Nkrumah aveva fatto del Ghana la prima repubblica africana libera dal colonialismo. Aveva fatto di varie tribù un popolo. Sulle monete, attorno alla sua effige era incisa la frase "KWAME NKRUMAH CIVITATIS GHANIENSIS CONDITOR. Fece costruire scuole e case. Si doveva a lui il relativo benessere di quella nazione, anche se con il tempo dovette imporsi come un dittatore per salvaguardare il Ghana dalle potenti interferenze esterne, soprattutto anglo-americane. In quegli anni poi (eravamo nel 1965-66, si riforniva di petrolio dall'Unione Sovietica, attraverso una triangolazione che passava per l'Agip. Sul Giorgio Fassio si diceva che i nostri viaggi dalla Russia al Ghana, per conto della Compagnia petrolifera italiana, erano dovuti a un prestito che la stessa Agip aveva fatto al Cremlino, dal quale veniva ripagata con petrolio grezzo. Abbiamo incontrato anche navi della Società Garibaldi che caricavano cemento a Novorossijsk e lo trasportavano a Tema. Insomma, Nkrumah, per il Capitalismo occidentale, era un alleato troppo vivace. Non ho conosciuto persone tristi nel Ghana di quegli anni. Per la verità un uomo dall'aspetto misero lo incontrai un giorno fuori dal porto. Mi diceva di essere venuto a piedi dalla Nigeria per cercare lavoro ad Accra, aveva fame (e si vedeva) e non usava la querimonia del mendicante, era autenticamente bisognoso di aiuto. Lo consolai con qualche moneta, augurandogli fortuna. Della Nigeria conoscevo il porto di Bonny Town, con le torri dei vicini pozzi di petrolio che svettavano sul panorama vomitando fuoco e fumo. Una ricchezza che non era però per i nigeriani. La donna seminuda dalla quale comprai una pelle di iena, pagandola con scatolette di carne Simmenthal, la rividi al viaggio successivo con le scatolette vuote appese alle orecchie. Non era una novità, ne avevo viste altre con i lobi delle orecchie allungati e lacerati da ornamenti del genere. Forse nella loro cultura tribale rappresentava un vanto poter sfoggiare i simboli del benessere dei bianchi come pendenti. Ma era anche un segno di assoluta povertà. Nel Ghana non erano state soppresse le tradizioni e le usanze tribali, ma coesistevano dignitosamente con l'idea di progresso civile voluta da Kwame Nkrumah. Progresso interrotto alla sua destituzione con un colpo di Stato pianificato da forze estranee agli interessi della nazione africana. Nei villaggi ai limiti della foresta erano rari gli uomini che si potevano incontrare, perché ognuno aveva qualche occupazione in città o nelle campagne. Mentre i bambini scorazzavano completamente nudi fuori dalle capanne, come la natura li voleva e le donne, che quando si recavano in città vestivano stoffe coloratissime e coprivano il capo con un turbante della stessa tinta, al villaggio si liberavano di tutto il superfluo, lasciando soltanto un pareo attorno ai fianchi. Vivevano in simbiosi con la natura, libere, felici. Dai loro volti, pronti a illuminarsi di un sorriso, non trasparivano ombre di condizionamenti tribali, religiosi o economici. Io chiamavo ingenuità, la loro gioiosa disponibilità nei nostri confronti, marittimi senza troppi scrupoli sempre alla ricerca di business e femmine con cui coricarsi. Mi convinsi che non fossero toccate dai pregiudizi morali del peccato. Del resto anche la Bibbia racconta che la donna cominciò a coprirsi soltanto dopo aver conosciuto il significato della proibizione violata. Quelle donne non erano neppure a conoscenza del significato di prostituzione. In città non era difficile trovare donne disposte ad accoglierci nel loro letto. Visto che potevano farci felici concedendoci il loro corpo, loro ce lo offrivano e non chiedevano niente in cambio. Eravamo noi che ritenevamo di sdebitarci con dei miseri regali. Li accettavano con allegra indifferenza e non era mai denaro, perché denaro vuol dire pagamento. Forse noi bianchi, portatori di "civiltà" e di pregiudizi, a forza di insistere con le nostre idee di mercimonio, siamo riusciti a esportare in quelle regioni il mestiere della prostituzione. Si dice che sia il mestiere più vecchio del mondo, ma non lo ritengo esatto. Ciò può essere vero soltanto in quelle che noi cataloghiamo storicamente come civiltà, dai Sumeri, agli Egizi, ai Romani fino alla Civiltà moderna del Benessere. Ma nei popoli le cui leggi non si distaccano troppo da quelle naturali, il sesso, quando non è pura riproduzione, è solo fonte di gioia. E mi sono sempre chiesto come mai quarant'anni fa nell'Africa equatoriale, tropicale e mediterranea, sia dove il sesso non era tabù, sia dove era in vendita, non fossero tanto diffuse le malattie veneree, come lo erano in Europa. E non esisteva l'Aids, che sospetto sia stata esportata in Africa insieme alla nostra "cultura". Se oggi questa malattia è il maggiore dei mali che affligge quel Continente, ciò è dovuto al fatto che non siamo abbastanza bravi a esportare medicinali e sistemi preventivi, come lo siamo stati ad alimentare certe emergenze sanitarie. Penso a un esempio come la Tanzania vista in TV, dove un prete cattolico, occupato a salvare le anime degli indigeni del lago Vittoria, miserrimi e decimati dall'aids, non consentiva che potessero usare il preservativo come prevenzione, perché "proibito dalla Chiesa". Nel frattempo le istituzioni europee sono impegnate a stanziare fondi per aiutare l'industria del pesce persico del lago Vittoria, fonte di lauti guadagni per pochissimi individui, di inquinamento ambientale e di miseria per gli abitanti. Gli aerei russi che esportano i filetti di persico, 500 tonnellate a volo, il più delle volte ritornano con armi e carri armati della migliore tecnologia europea. Quarant'anni dopo i miei viaggi, non saprei se il popolo nigeriano abbia fatto passi avanti in termine di benessere e occupazione. Dalle notizie che ci arrivano distrattamente per televisione sappiamo che adesso a cercare lavoro a Lagos ci vanno i ghanensi, ma ciò non significa che la Nigeria sia andata avanti rispetto al Ghana, è piuttosto il Ghana, che dal quel fatidico colpo di stato del 1966, sembra essere tornato indietro rispetto all'emancipazione avviata da Kwame Nkrumah. Era lo stato più civile dell'Africa nera. Ora non vorrei toccare possibili suscettibilità nazionaliste, ma in quegli anni io non avrei immaginato per il Ghana un futuro di povertà e di disoccupazione, il flagello della prostituzione e dell'aids. La casa dove mi condusse Kofi aveva un'architettura moderna, con tutti i servizi necessari. Era evidente l'influsso coloniale, ma in funzione di un modo di vivere più consono alle tradizioni indigene Nel patio rustico, dopo il cancello, la vita si svolgeva con lo stesso ritmo del villaggio, due bambini stavano giocando seminudi rincorrendosi. Un uomo era occupato a riparare qualcosa. Una scimmietta faceva su e giù dal trespolo al quale era legata con una catenella. Seduta su una panca, sotto la tettoia dell'ingresso di casa, una ragazza era intenta a intrecciare i capelli cortissimi e crespi dell'altra ragazza accovacciata a terra. Ambedue, come le donne del villaggio, erano vestite del solo pareo, dall'ombelico in giù. Al mio arrivo le ragazze corsero dentro casa, per riapparire poco dopo in compagnia di un'altra ragazza più giovane e di una donna sulla cinquantina (secondo il mio criterio di assegnare gli anni, che poi risultò inadeguato nelle zone equatoriali, dove sviluppo e invecchiamento sono più precoci). Kofi me la presentò: <<Moda>> disse indicandomela e capii che "Moda" stava per "mamma". Mi accolse con estrema gentilezza e a sua volta si presentò con il nome di Mathelda. Mentre delle tre figlie, la più alta si chiamava Victoria, la più bella Veida e la più giovane Juliana. Restammo un po' lì sulla soglia della porta a cercare di capirci a vicenda, senza troppo successo, mentre il ragazzo rincorreva per il cortile la scimmietta, sfuggitagli di mano appena liberata dal trespolo. Quando riuscì a catturarla me la mise sulla spalla, con la raccomandazione di non mollare la catenella. Ma Monkey, la chiamavo anch'io cosi ormai, ci stava bene sulla mia spalla e non mostrava di voler fuggire. C'era feeling fra noi, saremmo andati d'accordo. Con i miei due nuovi amici raggiunsi il porto in taxi. Appena posato il piede sulla tolda della nave mi giunse il grido del Primo Ufficiale di Coperta: <<Guidoni!! dove c. porti quell'animale!!>>Tutto fiducioso gli andai incontro, con la mia piccola amica. <<Ma sei matto che io ti faccio portare quel macaco a bordo?>> mi prevenne <<Non solo non potresti sbarcarlo in alcun porto italiano, ma metterebbero tutta la nave in quarantena>><<La porto da un veterinario a fare la profilassi e me la faccio certificare>> provai a dire <<E sai quanto vale in Italia un certificato fatto qui. No, no, Portami subito via quell'animale.>>Fu l'ordine definitivo. Desolato per il mancato affare, Kofi riprese con se Monkey e mi pregò di regalargli almeno una tuta di macchina. Per lui sarebbe stato come portarsi a casa un trofeo. A me non sarebbe costato nulla. Purtroppo, con tutto avrei fatto business, ma non ho mai accettato di vendere o regalare i miei indumenti. Un caso analogo mi era capitato a Tuapse, porto della Transcaucasia, dove rifiutai di vendere il mio impermeabile a un tale che conobbi in un bar. Mi offrì da bere e restammo a lungo a parlare con il gergo dei marinai (un po' di parole in inglese, un po' in lingua locale e altre variazioni a seconda dell'argomento). Anche lui aveva navigato. Si trovava a bordo di un incrociatore russo durante la crisi di Cuba del 1962, quando io ero imbarcato nella Marina Italiana e intavolammo un discorso sull'ingiusta divisione del mondo in due blocchi. Due tovàrisc come noi che stavamo bevendo insieme, potevano trovarsi l'uno contro l'altro armati. Pacche sulle spalle, risate e giù wodka. Alla fine mi chiese se gli vendevo il parapioggia di plastica che indossavo. Roba di poco valore (noi marittimi lo chiamavamo "preservativo"), che avrei potuto anche regalare. Ebbene, nonostante le accorate insistenze di quell'improvvisato amico, fui irremovibile nel mio rifiuto. Sapevo quanto fossero ricercati nell'Unione Sovietica gli oggetti in plastica (con una penna bic ci potevi conquistare una donna) ma i miei indumenti no, non li avrei ceduti a nessuno. <<Niet tovarisc, niet drugh italianskii (non sei un compagno, non sei un amico)!>> furono le sue amare parole di commiato. Anche l'amico negretto ci rimase male al mio rifiuto. Il giorno successivo tornai per riparare in parte alla mia scortesia verso il ragazzo (o volevo rivedere le sorelle?). Portai con me qualche bottiglia di birra acquistata al Sunset bar e avevo con me della carta moneta da regalare a Kofi. Ma come mi vide arrivare, il ragazzo si dileguò. Mi accolse invece con un bianchissimo sorriso mamma Mathelda, che mi fece accomodare in casa. Misi per terra la birra e le porsi i soldi da regalare al figlio. Accettò la birra, ma con un gesto eloquente della mano, rifiutò la moneta. <<Sidania>> mi diceva, facendomi segno di sedere. Non c'erano sedie. Le tre sorelle erano sedute, a gambe incrociate sul pavimento, attorno a un piatto dove appozzavano le dita. <<Chop - chop>> mi disse la mamma, invitandomi a mangiare. Mi accovacciai a fianco di Juliana e intinsi anch'io le punte delle dita in quella poltiglia biancastra dentro il piatto. Aveva l'aspetto di un impasto a base di majonnese, con dei pezzettini di carne, ma sarebbe stato arduo, nonché inutile, farsi spiegare di quali ingredienti fosse composto. Il sapore era gradevole. Lo consumammo a cinque mani. Durante il pranzo le ragazze osservavano curiose tutti i miei movimenti e ogni tanto dicevano qualcosa fra loro, ridendo divertite. Per essere sincero, mi sentivo un conquistatore in mezzo a quelle bellezze ashanti. Posavo di più lo sguardo su Veida, perfetta e sensuale come una statua del Canova. Mi soffermavo furtivamente sui seni lucidi e tesi, che sembrava volessero uscire dalla pelle, per salire poi ad ammirare i lineamenti delicati del volto. Era veramente bella, ma ogni volta che i nostri sguardi s'incontravano, lei abbassava gli occhi. Mentre Juliana, seduta al mio fianco, ricambiava le mie occhiate con quel sorriso candido e malizioso tipico delle adolescenti. A occhio e croce le davo quindici-sedici anni, mentre a Veida ne davo 22 e a Victoria 20. A ogni risolino Juliana mi si accostava sempre di più, premendo la sua coscia contro il mio ginocchio. Mi costrinse così a guardarla meglio. Non sembrava acerba come l'avevo giudicata a prima vista, anche se non sembrava matura come le sorelle. Ma il suo corpo giovane sprizzava vitalità da ogni poro. I piccoli seni dai boccioli all'in su la rendevano ancor più sbarazzina. Quando rideva le si formavano due leggere fossettine sulle guance. Uscito da quella casa mi resi conto di essermi fatto amico di una famiglia, senza alcun merito particolare. Mi avevano trattato come se ci fossimo sempre conosciuti. Ero straniero, un anonimo gabbiano venuto dal mare. che al mare sarebbe ritornato e forse non lo riavrebbero più visto. Eppure mi avevano ospitato senza alcuna diffidenza, offerto il loro pranzo. Mi stavo affezionando a quella famiglia. Tornato al Sunset bar mi fermai a bere una birra con Salvatore, il fuochista calabrese. Era in compagnia di due ragazze e m'invito a sedere al suo tavolo. Gli raccontai la mia avventura e lui, che in Ghana era venuto già varie volte, mi spiegò alcune cose che io non conoscevo. <<Devi sapere>> mi disse <<che con il caldo che fa, qui le ragazze a nove anni sono già mestruate. Quella che a te sembra avere sedici anni, potrebbe averne dodici o tredici. E dovrebbe essere vergine, da come me ne hai parlato. In Italia vorremmo tutti sposare una vergine. In Calabria poi, se non è vergine, diventa difficile per una ragazza trovare marito. Invece in alcune tribù ashanti il pregiudizio è esattamente l'opposto. Nessuno sposerebbe una vergine. Così le femmine di una tribù cercano di avere il loro primo rapporto con un uomo di un'altra tribù. Un italiano residente in Ghana da oltre quindici anni mi ha raccontato che un giorno, mentre stava aggiustando la bicicletta nel suo garage, gli si avvicinò la figlia del vicino di casa, già signorina a nove anni. L'aveva vista nascere, per questo si meravigliò quando capì che non lo stava guardando come al solito, con gli occhi di bambina, ma come una donna. Lo stava chiaramente invitando a coricarsi con lei. Piantò lì ragazza e bicicletta e venne al Sunset bar a berci sopra. In seguito dovette dirle di non prendersela se lui non se la sentiva di fare quello che avrebbe potuto fare il maschio di un'altra tribù.>>
Tema-Freetown-Novorossijsk. Novorossijsk-Santa Cruz de Tenerife. Tenerife-Istanbul-Tuapse. Il prossimo viaggio era per Tema. Sarei tornato da "Moda" Mathelda. Cercai qualcosa da portarle in regalo, ma non trovai niente in Russia. Un colbacco non sarebbe stato proprio una bella pensata. Avrei potuto prendere una matriosca o qualche scatola di caviale, ma non li ritenei regali adeguati e nell'indecisione non comprai niente. Portai con me una bottiglia di Jonny Walker e una stecca di Marlboro, sottratti alle mie riserve. Sul taxi che arrancava verso la site 17, mi chiedevo se stessi tornando da Mathelda perché mi trovavo bene con la sua famiglia o per rivedere la bella Veida. Il dilemma si risolse da solo. Ad accogliermi come un vecchio amico sulla porta di casa c'era "Moda" con le figlie Victoria e Juliana. Veida venne a salutarmi, poi tornò accanto all'uomo che avevo visto il primo giorno in cortile. Con loro c'erano anche i due bambini. Tutti e quattro vestiti come quando si va in città. Dopo un po' ci salutarono. Sicuramente avevo sbagliato tutto. Forse Veida era sposata e mamma. Mathelda accettò volentieri la bottiglia di whisky e consegnò la stecca di sigarette all'uomo di Veida, prima che se ne andassero. Quindi entrò in casa con Victoria, lasciandomi solo con Juliana, tutti e due seduti sulla panca sotto il portico. Dopo il racconto di Salvatore, adesso vedevo la ragazza con altri occhi. "Chissà quanto sarà più giovane dell'età che dimostra?" Mi chiedevo. "E se fosse vergine?" La domanda mi frullava per la testa ma anche nella bocca dello stomaco e mi sentivo preso da uno strano rimescolio nelle viscere, mentre si avvicinava fin quasi a sfiorare il mio petto con il suo corpo seminudo. Ero in preda alla sindrome del frutto proibito. A Juliana piaceva toccare i miei capelli ondulati. Li pettinava con la riga nel mezzo, all'indietro, con il ciuffo, mi pettinava persino la peluria del petto. Si divertiva un mondo. Coinvolto nel gioco, la solleticai sotto le ascelle e si mise a ridere, facendo vibrare pericolosamente i piccoli seni tesi all'insù. Le chiesi l'età e, aiutandosi con le dita, mi rispose in un inglese molto approssimativo di avere tredici anni. Poi, quasi a prevenire una mia prossima domanda, disse l'età delle sorelle: Veida 20, Victoria 18. "Si, ha ragione Salvatore" pensai "deve essere vergine". Stavo realizzando che il suo interesse per me non fosse da attribuire all'attrazione sessuale, ma al fatto di avere scelto l'uomo che l'avrebbe liberata dalla sua verginità. A me non restava che andare avanti con il gioco o fermarmi ai preliminari, senza spingermi oltre, obbedendo alle leggi sul rispetto delle minorenni. Tuttavia "dovevo" considerare il diverso significato che a certe latitudini si attribuisce al rispetto delle minorenni. Se fra la sua gente una ragazza vergine veniva considerata impura, io potevo contribuire a liberare Juliana da quel tabù. Leggeva il mio pensiero Juliana. Mi prese per una mano e mi condusse all'interno della casa. Intanto Mathelda e Victoria uscivano fuori a spennare un pollo. La radio sul cassettone della camera stava diffondendo una musica ritmica, dal tono allegro e malinconico nel contempo, intercalata da una voce che diventava anch'essa strumento musicale. L'anima africana stava avvolgendo i miei sensi e accennai alcuni passi di danza istintivamente. Juliana era già tutta dentro a quel motivo, che stava cadenzando con estrema naturalezza. Io la seguivo come l'orso può seguire una farfalla. Al ritmo degli strumenti a percussione che si faceva sempre più frenetico Juliana dimenava la parte inferiore del corpo come mi è capitato poi di rivedere soltanto fra le ragazze nere di Bahia. Fece cadere il pareo che le fasciava i fianchi. Le mutandine bianche sulla pelle d'ebano accentuavano l'effetto dei movimenti sempre più vertiginosi. Ormai la danza aveva assunto il valore di un rito propiziatorio. Poi all'improvviso si buttò sul letto completamente nuda. Mi fissava e nei grandi occhi lucidi non c'era più il sorriso ingenuo di adolescente, ma lo sguardo inquieto della femmina che si fa preda. Restai per un po' ipnotizzato, il turbamento quasi mi soffocava e tutti i pensieri si aggrovigliarono per lasciare spazio all'istinto animale. Mi trovai sopra di lei come per sortilegio e successe quello che era inevitabile succedesse. Subito dopo ci ficcammo insieme sotto la doccia. Lei ne aveva più bisogno di me. Le sue lacrime si confondevano fra i rivoli d'acqua che le scorrevano sul volto, ma non era triste. Anzi, mi carezzava come se le avessi fatto un grande dono. Restammo così a lungo sotto lo scroscio di quell'acqua purificatrice. Intanto Mathelda toglieva il lenzuolo dal letto per metterlo a bagno in un catino di zinco. Quella sera c'era pollo per cena. Il giorno dopo al Sunset bar, luogo di ritrovo internazionale per marittimi e gente di ogni risma, chiesi informazioni a un gruppo di civili americani, se ci fosse stata possibilità di lavorare con loro a Tema. Mi dissero che a loro serviva personale di cucina. La cosa si poteva fare, ma avrei dovuto abbandonare la nave, con tutte le conseguenze di natura contrattuale che ne sarebbero derivate. Correndo anche il rischio di essere riportato a bordo dalla polizia. Prima che decidessi, fece in tempo ad arrivare l'ora di salpare. Al momento della partenza sulla banchina c'era a salutarmi Juliana, insieme a Victoria e Kofi. Mi era balenata l'idea di farla salire a bordo e portarla via con me, se avessi avuto la complicità di Emanuel, il militare di scorta all'ingresso della passerella, con il quale ero diventato amico (un casco di banane e un ananas in cambio di tre pacchetti di sigarette), ma non al punto da fargli commettere il reato di mancata sorveglianza. Ci salutammo con un lungo bacio di arrivederci. Non immaginavo che fosse invece quello di addio, l'ultimo. Il 24 Febbraio 1966, mentre Kwame Nkrumah si trovava in visita diplomatica in Cina (oggi dicono che fosse ad Hanoi, ma all'epoca si diceva a Pechino), in Ghana ci fu un golpe militare. La sera stessa Salpavamo dal porto di Tuapse con un carico di 20.000 tonnellate di petrolio diretto a Tema. Ci giunse la notizia del Colpo di Stato due giorni dopo, a Istanbul. Girovagammo un po' per i Dardanelli, poi la Società armatrice ci chiamò a Genova, dove sostammo un paio di giorni, finché decisero di farci proseguire per il Ghana. La mattina del 15 Marzo eravamo a Tema. Il Comandante ci riunì tutti in Quadrato per avvisarci:<<E' consigliabile non scendere a terra, ma chi vuole comunque uscire in franchigia deve sapere che non può andare in giro da solo. Dovete essere almeno in due e possibilmente armati. La situazione non è ancora tranquilla e non abbiamo garanzie sulla nostra incolumità.>> Io, che non potevo perdermi l'uscita, mi alleai con zu' Rocco, un anziano marinaio di Gela, che aveva con se una pistola. Se la portava sempre dietro da quando ad Alessandria fu assalito da due rapinatori armati di coltello, che lo spogliarono di ogni cosa. Lo vedemmo tornare a bordo in mutande verso le dieci di sera. Alle sette del mattino successivo fu accompagnato a terra dalla Polizia, per il riconoscimento dei suoi assalitori, appena catturati. Il giorno stesso i due furono processati e condannati a tre anni di reclusione. Sotto Nasser non si scherzava. Per le strade di Tema incontrammo gruppi di manifestanti che gridavano slogan, non si sa se a favore o contro Nkrumah. Ci tenemmo comunque a debita distanza, affrettandoci verso la site 17. Io avevo con me alcune cose per Mathelda e un orologio per Juliana. Lo avevo comprato a Genova, in via Prè. Certo, il luogo dell'acquisto, il prezzo e la faccia da galera di chi me lo aveva venduto, non erano proprio una garanzia, ma a vederlo faceva una bella figura. Immaginavo divertito le smorfie da lady che avrebbe fatto Juliana, pavoneggiandosi con quell'orologio al polso. Avrebbe teso le sue labbra chiuse a bocciolo di rosa per darmi un bacio di ringraziamento. Con questi pensieri bussai alla porta, insolitamente chiusa. Sopra, affissa alla parete, non c'era più la foto di Kwame Nkrumah, ma quella di un militare, il nuovo presidente. Venne ad aprire Kofi, che appena mi vide andò in agitazione, pronunciando frasi a raffica, delle quali capivo soltanto le parole "Juliana", "Moda". <<Cosa sta dicendo?>> chiesi a Victoria, che stava venendomi incontro nel cortile. La ragazza scoppiò a piangere e non riuscii a decifrare i suoi lamenti. Entrai in casa chiamando:<<Juliana! Mathelda!>> La casa era vuota. Stavo già intuendo qualcosa di brutto. Chiesi a Victoria di Veida e mi condusse verso l'altra porta che si affacciava nel cortile. Veida era sdraiata tutta vestita sul letto e non si alzò per venire a salutarmi, perché era malata. La sua però era la malattia delle donne, quella di una volta al mese, così mi spiegò Victoria. Nei giorni di maggiore flusso mestruale Veida restava al letto immobile per prevenire eventuali emorragie. Mi sembrò di capire che quello fosse un comportamento generalizzato fra le giovani. Alcune religioni considerano impura la donna mestruata e ignorando se e quale religione venisse praticata in quella famiglia, mi avvicinai alla ragazza senza toccarla. Delle sorelle, Veida era quella che sapeva meglio esprimersi in inglese e speravo mi desse una risposta più esauriente di quanto non fosse riuscita a darmi Victoria:<<Juliana dov'è?>> Il suo sguardo si fece triste, ma non scoppiò a piangere. <<Juliana...Moda... Police....>> disse con voce flebile. <<Le ha portate via la polizia?>><<No, Juliana and Moda go... dead>><<Come sarebbe a dire, sono morte? They dead? Sono morte?>> Questa volta fu Kofi a farmi capire meglio. Si atteggiò come se imbracciasse un fucile e fece "Bam, bam!" Impossibile, non riuscivo a crederci. Dalla radio avevamo appreso che quel golpe era stato incruento, senza vittime. Eppure mi dicevano che Juliana e Mathelda erano state ammazzate. Kofi si offrì di accompagnarmi al Cimitero, ma rifiutai di andare. Non me la sentivo di visitare un cumulo di terra e pensare che lì sotto ci fosse quel giovane corpo che avevo conosciuto tanto pieno di vita. O forse la mia vigliaccheria mi suggeriva di non espormi troppo, per non andare incontro a grane. Un marittimo italiano che veniva dall'Unione Sovietica, amico di due persone fatte fuori dalla Polizia, poteva essere considerato sostenitore del vecchio regime. Meglio non rischiare. Zu' Rocco fu più esplicito. Mi tirò per un braccio <<'Amoninne Augusto,>> disse preoccupato <<Non t'impicciare, sennò mi sa che qui finisce a schifio. Sbrighiamoci a raggiungere il porto.>> Prima di salutarci lasciai a Victoria l’orologio destinato a Juliana e lei mi dette un talismano che Juliana usava portare al collo quando si acconciava per recarsi in città. Lo conservo ancora fra i miei ricordi.
Augusto Guidoni .
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