Una storia vera

Una storia vera di Augusto Guidoni - Capitolo 5Precedente Successiva

 

Indice

Il pollo

Casablanca 

Ghana

Odessa

Stolbovaja


Il pollo

Sul treno Siracusa-Ventimiglia avevo uno scompartimento tutto per me. A Catania salì un ragazzo più o meno della mia stessa età. Non ci scambiammo una sola parola fino a Napoli. Dormii tutta la notte. Alle 6 di mattina eravamo a Napoli. <<Caffè! Chi bò 'o caffè?!>> strillava l'uomo dei cappuccini. Il mio compagno di viaggio si fece un cappuccino con la briosce. Io avevo i soldi contati, non potevo permettermi di mangiare. Fumavo. L'unica cosa che non mi mancavano erano le sigarette, ne avevo con me qualche stecca. Offrii una sigaretta al mio dirimpettaio, che la rifiutò, perché <<Non fumo>> disse.  Verso mezzogiorno tirò fuori dal suo zaino un piatto, forchetta , coltello, pane e un involto di carta oliata. Conteneva un pollo intero arrostito. Lo tagliò esattamente a metà e si mise a mangiare di gusto, mentre io, fingendomi indifferente, lo sbirciavo attraverso il fumo delle mie sigarette. Finito il mezzo pollo, tirò su l'involto di carta oliata con l'altra metà e me la mise sotto il naso: <<Favorisce?>> mi chiese. Io, che per educazione avevo imparato da mia madre a non dire subito di si, emisi un primo flebile <<No, grazie>> aspettando che insistesse. Quello prese il pollo per la coscia e lo scaraventò fuori dal finestrino. Lo avrei strozzato, ma continuai a fumare una sigaretta dietro l'altra, impassibile. Scesi a La Spezia, dove per fortuna trovai subito un imbarco come giovanotto di macchina sulla motonave "Monte Carmelo".

Quell'episodio mi ha insegnato ad essere sempre me stesso. Se una cosa ti va l'accetti, altrimenti no. E' tanto semplice la vita senza ipocrisia! Ma quante cose ancora avrei dovuto imparare, girando il mondo.

Casablanca

Il fatto che non tutti la pensino allo stesso modo, per cultura, per religione, per consuetudini diverse, non è un problema, è una ricchezza per l'umanità. Il problema lo creano i pregiudizi, la presunzione di misurare gli altri con il proprio metro.  Non si va in casa altrui, senza essere disposti al rispetto delle usanze e delle convinzioni che si trovano in quella casa.

A Casablanca un mio gesto buzzurro avrebbe potuto costarmi caro, se non fossi stato tratto d'impaccio dall'autista del pullman. Feci il biglietto sul mezzo fermo al capolinea. Dovevo tornare a Mohammedya, il porto commerciale di Casablanca, per montare il mio turno in macchina. C'era una sola passeggera sul pullman, seduta al primo posto, vicino alla porta anteriore. Mi avvicinai e rimasi in piedi davanti a lei, osservandola senza alcuna discrezione. Aveva il volto coperto dal chador, ma dagli occhi si capiva che doveva essere giovane e bella. Mi abbassai e, con un gesto da galletto latino, le sollevai spavaldamente il velo <<Sei proprio bella>> le dissi. La ragazza non fece il minimo gesto. Restò impietrita, mentre delle voci concitate mi fecero capire che in fondo al pullman stava accadendo qualcosa. Mi voltai per guardare. Due marocchini appena saliti si agitavano con parole e gesti poco rassicuranti per me, che sembrava fossi l'oggetto di tanta eccitazione. <<Monsieur!>> mi chiamò il bigliettaio <<donnez moi le billette>>. Lo raggiunsi e gli chiesi: <<Pourquoi?>><<Ne va pas a Mohammedya>><<Come, non va a Mohammedya?>> Gli mostrai il biglietto <<Qui c'è scritto CASABLANCA- MOHAMMEDYA>><<Ne va pas a Mohammedya! Ne va pas a Mohammedya!>> ripeté con aria seccata e preoccupata alla stesso tempo. Lanciai un'occhiata ai due marocchini in piedi alla mia destra e capii finalmente il grave errore commesso. Avevo osato alzare il velo a una donna musulmana. Mancava ancora un quarto d'ora alla partenza. Il mezzo si sarebbe riempito a poco a poco di passeggeri. I due avrebbero diffuso la notizia del sacrilegio e non so come sarebbe andata a finire. Mi affrettai a restituire il biglietto e ripresi indietro il diran che avevo pagato.

Ghana

Se in Marocco rischiai la pelle per avere scoperto il volto di una ragazza, nel Ghana invece ebbi dimostrazioni di riconoscenza dalla famiglia di un'adolescente, che mi offrì la sua verginità. A dimostrazione di quanto differiscano le convinzioni fra popoli diversi, specialmente quando si tratta di donne.  Tutto cominciò con una lite nell'ufficio di un cambiavalute libanese.  Volevo cambiare lire italiane in  Cedì, la moneta locale e mi sembrava poco quello che offriva, perché ero abituato a prendere molto di più dai tecnici italiani, che venivano a trovarci a bordo per cambiare i loro Cedì in Lire. In Ghana ricevevano lo stipendio per un terzo in dollari e per due terzi in moneta locale, come del resto avveniva anche in Egitto, in Libia e in altri stati africani, la cui moneta non era pregiata, quindi non spendibile altrove. Di solito ci capitavano a bordo il primo giorno del nostro arrivo in porto, per offrirci un cambio a prezzi convenientissimi.

Per fare un business con gli arabi bisogna invece essere preparati a lunghe trattative, considerate il sale del commercio, senza temere di passare per pitocco. Anzi, se accetti subito di pagare il primo prezzo, che è sempre il più sconveniente per te, quasi si mortificano, perché togli loro la soddisfazione di mercanteggiare, arte nella quale sono maestri. E i libanesi, almeno quelli che ho conosciuto, sono maestri dei maestri. Ma quella volta stavo vendendo le mie lire a un prezzo eccessivamente alto, inaccettabile per il libanese, che alla fine me le cantò nella sua lingua. Io insistevo, inconsapevole di aver superato il limite sostenibile della trattativa. E lui mi scandì un italianissimo <<Vaffanculo!!!>> Senza pensarci un attimo gli sferrai un cazzotto al mento, mandandolo a gambe all'aria.  Subito udii un clamore alle mie spalle. Almeno una decina di giovani ghanensi si erano affollati all'ingresso, forse richiamati dai toni accesi della trattativa. <<L'ho fatta grossa>> pensai <<Questi adesso mi conciano per le feste!>> Invece si misero a battere le mani, aprendosi in due ali al mio passaggio. Sicuramente quel libanese non godeva delle simpatie della gente del posto. Forse praticava anche l'usura e loro si sentivano vendicati da quel cazzotto. Fatto sta che la piccola folla mi seguì allegra fino al Mercato, dove si disperse fra le bancarelle e i teli distesi a terra con le mercanzie. Solo un ragazzino sui dodici anni restò tutto orgoglioso al mio fianco. Disse di chiamarsi Kofi e questo lo capii, ma del resto non seppi decifrare alcunché. Inserì poi delle parole inglesi nel suo linguaggio, ripetendo più volte "monkey". Compresi allora che mi voleva vendere una scimmia.

Non ho mai rifiutato le offerte esotiche e poi una scimmia desideravo averla da quando facevo il Tarzan all'isola Martana. Cinque minuti in banca, per un normale cambio di moneta, quindi seguii il monello, che saltellando giulivo, mi condusse lontano dalla zona commerciale di Tema, seguendo una sua mappa di scorciatoie, fra strade sterrate e sentieri erbosi.

Era un quartiere popolare di case basse a dimensione d'uomo, dipinte di bianco, tutte uguali, ma non monotone. L'architettura dall'influsso coloniale non contrastava con l'ambiente, sembrava piuttosto arricchirlo. Niente a che vedere con le case popolari dell'Unione Sovietica: informi palazzoni, privi di ogni ambizione architettonica. Ci entrai una volta, avventurosamente, per andare a trovare Natascia, una ragazza ucraina, con la quale avevo trascorso un pomeriggio ai giardini di Odessa. La conobbi all'ingresso di un Cinema. Era lì in piedi che stava aspettando l'apertura. Una ragazza di quelle che ti fanno rigirare per guardarla meglio e così feci, dopo esserle passato accanto. Alta ( per me le ragazze che superano 1 metro e 70 sono tutte alte), capelli castani che le scendevano dal colbacco di volpe inanellandosi capricciosi sulle guance e sul bavero alzato del giaccone. Quando mi avvicinai la vidi ancora più bella. Aveva gli occhi color acquamarina, il nasino dritto leggermente all'insù e nella carnagione chiara e vellutata, priva di trucco, si stampava il rosa della bocca, che dava al viso una lieve sensualità.  Non potevo non presentarmi. <<You speak English?>> <<Niet>> <<Parlez vous francais?>> <<Niet>> <<Sprechen sie deutsch?>> <<Niet>> <<E Govorit russijsk!>> le dissi allora, simulando una confidenziale aria spazientita. Non che io sapessi parlare inglese, tedesco o francese, ma siccome erano le tre lingue insegnate nella scuola dell'obbligo russa (fino all'età di 18 anni) speravo di farmi capire con il poco che sapevo di quelle lingue. La ragazza accennò un sorriso divertito che mi incoraggiò a insistere. <<Io Augusto>> mi presentai indicando me stesso <<e tu?>> le chiesi, alla maniera di "Io Tarzan, tu Jane". <<Natascia>> rispose. Il ghiaccio era rotto.

(Porto di Novorossijsk)

Odessa

Incredibile quante cose si possono dire in due lingue diverse e riuscire a capirsi tuttavia, quando c'è simpatia fra due giovani. Passeggiammo lungo il marciapiedi, fra un andirivieni di persone. Di domenica nel centro di Odessa era come camminare lungo la "Canebiere" di Marsiglia, non c'erano altrettante vetrine, ma la folla sì. Natascia dimenticò il Cinema e restò con me. Ci sedemmo in una panchina di un giardino pubblico, dialogando con un manuale di conversazione italiano-russo, tirato su nella hall di un albergo a Novorossijsk. Ci divertivamo un mondo a tradurre frasi che non c'entravano niente in quel momento, come "Quanto costa questo binocolo?", oppure "Datemi tre paia di calzini grigi e un paio di giarrettiere da uomo" ecc. Ogni tanto ci scambiavamo un bacio, come per dire "siamo troppo forti!". Ma niente di più, perché, anche se appartati, sembrava che fossimo in una pubblica piazza. Prima si fermò un giovane che faceva footing a torso nudo (era una serata rigida invernale, -15° ), per chiedermi l'ora. Gli risposi che era ora di vestirsi. Poi venne un vecchietto tutto imbacuccato a chiedermi da fumare. Mi sono sempre chiesto se quei due non fossero spie del KGB (sempre presenti nei porti) che volevano capire cosa stessimo tramando.

Prima di lasciarci chiesi a Natascia l'indirizzo di casa. Le avrei scritto una cartolina dall'Egitto. Al momento del commiato lei cercava di dirmi qualcosa, poi si mise a piangere. Pensai fosse amore. Un ultimo bacio e...<<do ssvidania!>> Avrei pianto anch'io quella sera. Non conosco peggior dolore di una vescica piena a temperatura sottozero. Non potevo spiegarlo a Natascia e non sapevo come chiederlo alle persone che incontravo. Troppo tardi seppi dallo stewart di bordo che gabinetto in russo si dice "ubornaia". Avevo già allagato lo scantinato di un palazzo liberty di Odessa.

Stolbovaja

Quindici giorni più tardi ero di ritorno da Alessandria. Avevo con me un portafoglio egiziano, istoriato di geroglifici, da regalare a Natascia. La scritta in cirillico sul pullman diceva "Stolbovaja" il quartiere popolare a trenta chilometri da Odessa, dove abitava Natascia. Appena salito, tutti sapevano già che ero italiano, <<ital-ianskii?>> chiedevano sorridendomi <<Da>> rispondevo io, lieto della cordiale accoglienza. Ma non avevo ancora capito. Al posto del bigliettaio c'era una macchinetta vicino all'entrata, che ti dava un biglietto per cinque kopeek.  Non c'è dubbio che nel 1965 l'Unione Sovietica fosse all'avanguardia rispetto all'Italia, almeno per quanto riguarda l'erogazione meccanica dei biglietti. Mentre stavo armeggiando con mezzo rublo su quel robot, per capire se dava anche il resto, qualcuno mi mise la mano sulla spalla e mi disse che io, italianskii, non potevo prendere quel pullman. Sapevo infatti che ai marittimi non era consentito allontanarsi oltre cinque chilometri dal porto, ma, da buon italiano, ritenevo che i divieti si potessero anche ignorare. Con il pullman mi andò male. Fermai un taxi, ma quando nominai Stolbovaja,  il tassista mi salutò gentilmente e scappò via. Mi misi allora a fare l'autostop con il pollice alzato. Si fermò un'auto furgonata. Saputo dove dovevo andare, il conducente mi chiese trenta rubli, o prendere o lasciare. Si trattava di una cifra spropositata, ma non avevo scelta. Giunto all'indirizzo che gli avevo dato, il tizio mi scaricò dall'auto e se ne ripartì con la velocità di uno che fugge. 

Mi trovavo nel mezzo di una landa coperta di neve, deturpata dal grigio scuro di enormi parallelepipedi allineati in serie, senza alcuna fantasia. Entrai nell'androne di quello che corrispondeva al numero dell'indirizzo. Saliti alcuni gradini, si accedeva a un lungo corridoio, dove si affacciavano le porte numerate degli alloggi, come in un residence a zero stelle. Bussai alla porta numero nove. Si affacciò Natascia, che sobbalzò come se avesse visto un fantasma. Mi fece entrare e richiuse in fretta la porta, lasciandomi lì in piedi mentre lei spariva dietro la tenda di un separé, da dove proveniva una voce infantile. La sentii parlottare per un po', poi riapparse per farmi cenno di attendere. Si ficcò dentro un altro separé (l'appartamento mi sembrò che fosse composto da una sola stanza suddivisa da separé in cartone e tendaggi), dal quale uscì poco dopo vestita di stivali, giaccone e colbacco, come il giorno che l'avevo conosciuta. Uscimmo, ma si potrebbe dire scappammo di casa. Non prendemmo la strada trafficata, ripulita dallo spazzaneve, ma un sentiero ricoperto di neve fresca, dove lasciammo noi le prime impronte. Natascia continuava a parlare per farmi capire qualcosa d'importante, io ero distratto dalle nuvolette di vapore che le uscivano dalla bocca sfiorando il nasino arrossato dal freddo. Quando alla fine scoppiò in lacrime, feci più attenzione alle parole e capii che mi stava dicendo di essere sposata. Mi ci volle un po' per digerire la notizia, poi le presi le mani, chiedendo  scusa per averci messo tanto a capire. Mi abbracciò. No, non ero io che dovevo scusarmi, diceva, ma lei che non era riuscita a farsi capire. Mi chiese se avevo da scrivere. Le diedi la mia agendina e una penna. Scrisse di getto tre paginette, pregandomi di farle tradurre da qualcuno a bordo. Ne conobbi il contenuto soltanto cinque anni più tardi, quando le feci leggere a un russo ricoverato con me al CTO di Milano.  Fu l'unico che sapesse decifrare il cirillico scritto in corsivo. Natascia diceva di essere sposata e divorziata, che l'ex marito aveva il diritto di andare a casa sua il martedì, il giovedì e al sabato, per vedere il figlioletto Andrea. Io potevo recarmi a trovarla negli altri giorni della settimana (e quel giorno era martedì). Troppo tardi lo seppi. Mi rimase il ricordo di quel lungo abbraccio. Il sapore salato delle sue lacrime. Sul pullman che mi riportava a Odessa (quello del ritorno potevo prenderlo!) osservavo quella figura ritta sulla coltre di neve bianchissima, diventare sempre più piccola. Sullo sfondo, quegli orribili casermoni grigi.

 

Augusto Guidoni   Continua - cap. 6.....

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