Una storia vera

Una storia vera di Augusto Guidoni - Capitolo 4Precedente Successiva

Indice di questo capitolo:

In cerca d'imbarco  

Il Previdence  

Cipro

Mitragliati!  

L'avaria  

Sbarco in massa  

Il compleanno di Felipe  

La sbornia

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  In cerca d'imbarco

Congedato dalla Marina Militare, non volli tornare al lavoro della  Cartiera, partii per Genova. Una valigia con tutto l'occorrente e l'inseparabile chitarra, amica nella buona e nella cattiva sorte.

Piazza Banchi, piazza Cardinal Ferrari, a Genova erano i punti di ritrovo per marittimi in cerca d'imbarco.  Vigeva una specie di caporalato. Ogni tanto si formava un capannello attorno a uno dei personaggi che fungevano da agenti di reclutamento per armatori di navi non a contratto nazionale.  L'uomo aveva con sé un registro e faceva la chiama per le categorie di cui aveva bisogno: "Un mozzo e due marinai per la nave Seagull...... Un garzone di cucina per la società Cameli....Un carbonaio per la nave  Savannah...." ecc.  Non c'erano chiamate per fuochisti o giovanotti di macchina, la mia categoria.

La prima notte la passai su una panchina della sala d'aspetto alla stazione Brignole. La seconda notte dovetti sloggiare, perché da un controllo della Polizia Ferroviaria il mio biglietto risultava scaduto e non avevo diritto a dormire in Stazione. C'era un giardino a Brignole. Il terreno era in forte pendenza. Per non rischiare di rotolare giù fino alla piazza, durante il sonno, mi coricai a ridosso di un albero, abbracciato alla chitarra, con la valigia per cuscino. Al mattino ricominciavo il giro alla ricerca di un imbarco.

Nei pressi di piazza Cardinal Ferrari mi sentii chiamare:<<Guidoni!>> Era un marinaio genovese che avevo conosciuto a Taranto. Ci salutammo come vecchi amici persi di vista, anche se era passato solo un mese da quando avevo lasciato Taranto. 

 

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pag.38-

  <<Cosa fai a Genova?>> mi chiese <<Non mi dirai che sei venuto a fare il posteggiatore con la chitarra!>><<Se non trovo un imbarco prima di finire i soldi>> risposi <<Non escludo questa eventualità>><<Hai messo il tuo libretto di navigazione in lista alla Capitaneria di Genova?>><<No, mi sono iscritto all'Ufficio Collocamento della Gente di Mare di Civitavecchia. Sono anche basso di numero, ma non si sa quanto tempo può passare prima che arrivi una chiamata da fuochista. A Civitavecchia non c'è tanto traffico e io ho bisogno subito di un ingaggio>><<Allora ti ci vuole una nave a compartecipazione o una bandiera ombra. Ho sentito dire che Rizzuto cerca personale, andiamo a vedere.>> L'ufficio della Compagnia di navigazione Rizzuto era all'ultimo piano di un vecchio palazzo. Quando arrivammo noi, stava uscendo

un uomo sulla cinquantina, magro, dallo sguardo triste. Aveva con se il tipico bagaglio del marittimo: un sacco di tela che può contenere tutto il minimo necessario a un viaggiatore del mare. Soltanto io andavo in giro con una valigia di cartone pressato.

La signora olandese presentatasi come la madre dell'armatore Rizzuto, mi disse che per ora non le servivano fuochisti o macchinisti. Aveva appena assunto un meccanico spagnolo. <<Abbiamo bisogno di uno sguattero>> mi propose. Quello che lei chiamava "sguattero" non era altro che il "garzone di cucina", come veniva definito per contratto. Ma la signora, testa alta e occhi semichiusi, preferiva dire "sguattero", quasi con spregio. <<Poi, se si libera un posto da fuochista>> mi concesse <<Puoi andare alle caldaie.>> Accettai senza fare storie.                 

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pag.39-  

     Il Previdence

I Liberty erano navi costruite in fretta e furia per trasportare materiale bellico e viveri al seguito della flotta Alleata durante la seconda guerra mondiale. Nate per durare poco, a guerra finita erano destinate al disarmo, ma a poco prezzo trovarono acquirenti in tutto il mondo. Di legno all'interno, lo scafo era rivestito con una lamiera a saldatura veloce e non dava troppa affidabilità, anche se, con sorpresa degli stessi costruttori, vissero di più di quanto ci si poteva scommettere. Furono in massima parte destinate a battere bandiera ombra. Sono dette a "bandiera ombra" quelle navi che vengono registrate negli stati non vincolati alle leggi internazionali di navigazione, come Panama, Libano, Liberia, Honduras ecc. Di solito chi sceglie di domiciliare le proprie imbarcazioni in questi stati, lo fa per

avere mani libere sulla gestione delle merci e del personale e per pagare meno tasse. Il "Previdence" era una nave liberty e batteva bandiera libanese". L'equipaggio era composto da quindici italiani, quindici slavi, otto spagnoli, un egiziano e un cubano. Il mio compito era di pelare un sacco di patate ogni mattina alle cinque, di lavare le pentole e servire i pasti all'equipaggio.  All'ora di colazione pranzo e cena, dovevo fare tre giri della nave per avvisare che il pasto era pronto, al suono del campanaccio. Il campanaccio (che poi era una bella campanella di bronzo) andava suonato nel verso giusto, come m'insegnò il primo ufficiale di coperta: <<Non sei un chierichetto che serve la messa.>> Me lo tolse di mano e si mise a scrollarlo, con un movimento a braccio teso, avanti e indietro. <<Visto come si fa?>> mi disse riconsegnandomi il campanaccio.

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Cipro

Agosto 1964 - Porto di Limassol - Isola di Cipro. Mi ero appena congedato dalla Marina Militare e non pensavo di dovermi trovare in mezzo a una guerra vera su una nave mercantile. 

Attendevamo ormeggiati alla boa in rada l'autorizzazione per accostarci alla banchina e fare il carico, quando su tutto il porto scese il coprifuoco. Le navi che stavano facendo operazioni di carico e scarico salparono in fretta. Ogni anima viva si dileguò e le merci restarono abbandonate sulla banchina. Si fece buio pesto e al nostro comandante venne la bella idea di fare un prelievo di quelle merci. Fu calato un battellino con due marinai a bordo. Remarono fino alla boa e sbrogliarono il cavo d'ormeggio,  mentre l'argano issava l'ancora dal fondo del mare fino a pelo d'acqua. Avanti adagio, a luci spente, la nave si accostò alla banchina.

Il tempo di caricare a bordo quattro macchine scavatrici, pronte per essere 

 

imbarcate chissà su quale nave e il Previdence tornò di nuovo alla boa, l'ancora filata a mare, il battellino issato a bordo. Tutto come  prima, ma con quattro benne nella stiva. Il cuoco, un napoletano di madre spagnola, che quando imprecava metteva insieme una filza di bestemmie in ambedue gli idiomi, forse per non scontentare nessuno dei due genitori defunti, rimase in piedi tutta la notte, con i nervi a fior di pelle. Alle cinque del mattino lo trovai ancora in cucina, dove lo avevo lasciato la sera prima. <<Hai sentito questi gran figli di zoccola che hanno combinato stanotte?>> Disse con quell'aria sconvolta che lo faceva sembrare pazzo, quando ce l'aveva con qualcuno. <<Sono entrati in porto e si sono fregati quattro scavatrici. Delinquenti che non sono altro! Siamo bandiera ombra in zona di guerra. I Turchi non ci mettono niente a buttarci addosso quattro bombe e a

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  farci fuori. Tanto neanche la Virgen do Carmine si accorgerebbe dell'assenza al mondo di questa fetenzia.>> In effetti, a pensarci bene, era un equipaggio assortito, con pochi legami a terra. Gli slavi erano quasi tutti fuoriusciti dal regime di Tito, senza documenti addosso. L'arabo era stato raccolto ad Alessandria d'Egitto dove, diceva lui, la polizia di Nasser aveva distrutto la sua casa e ucciso i familiari. Il cubano era scappato da Fidel Castro. Fra gli spagnoli, Alvarez,  andaluso, diceva di essere reduce dalla Legione Straniera. Felipe, il meccanico, aveva una triste storia alle sue spalle, che mi aveva costretto a imparare a memoria. Essendo imbarcato con me a Genova, eravamo diventati amici e, tutte le volte che alzava troppo il gomito, me la ripeteva. Tenendomi forte il braccio con la mano, forse temendo che volessi scappare via nel bel mezzo del racconto, mi diceva che  a Donostia (San Sebastian detto in lingua basca) era padrone di un peschereccio.

Poi la figlia diciassettenne si ammalò di leucemia. Per poterla curare dovette vendere tutte le proprietà, compreso il peschereccio. Ma per la figlia non ci fu niente da fare. Morì ugualmente. Mi mostrava la foto: <<Guarda, Augusto>> diceva singhiozzando <<guarda come era bella.>> Dopo la morte della figlia, andò in rovina anche il suo matrimonio e ruppe i rapporti con la famiglia. Forse a San Sebastian non lo aspettava più nessuno.

Fra gli italiani non so chi si potesse salvare. A partire dal Comandante, tutte facce da tagliagole. Indecifrabile era il gruppo dei siciliani: 8 marinai di coperta, tutti per uno, uno per tutti. Come il gruppo degli slavi. Chissà cosa sarebbe successo se i due gruppi fossero entrati in conflitto! Io ero una eccezione, in quella babele. Andavo d'accordo con tutti e mi sentivo rispettato. Forse perché ero quello che distribuiva il rancio. O forse perché avevo con me quel passaporto universale che era la mia chitarra.

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pag.42-

 

Previdence

Mitragliati!

Il crepitio seguito da scoppi fragorosi, non era una festa con fuochi d'artificio. Era una guerra, dove si sparava davvero. Verso le otto del mattino giunse l'avviso di sgombero anche per tutte la navi mercantili rimaste alla fonda in rada. Dal Previdence il Comandante rispondeva via radio che non ce ne saremmo andati prima di aver fatto il carico. Due aerei si levarono in volo dal vicino aeroporto e spararono un paio di mitragliate in mare, quasi a rasentare la nave. Le pallottole sollevarono una sequenza di colonne d'acqua. Era il segnale che stavano facendo sul serio.

<<Fateci fare il carico e poi ce ne andremo>> insistette il Comandante, mentre il marconista continuava a ricevere dalla costa messaggi che ordinavano lo sgombero. 

I due aerei tornarono minacciosi e questa volta ci passarono sopra, sparando due raffiche di confetti, che in parte si conficcarono nella tolda di legno e in parte rimbalzarono tra gli argani e i verricelli, con un sonoro strepitio metallico. Antonio, il cuoco, si ficcò al volo sotto il banco della cucina, farfugliando invocazioni  sconnesse:<<Madre de Dios... San Gennaro... Santa Barbara...>>A vederlo così rannicchiato sotto lo spesso tavolaccio, con le mani sulla calvizie per proteggersi da eventuali colpi di mitragliatrice, mi fece perdere quel poco di rispetto che gli dovevo per l'età e per essere il mio capo. Appariva decisamente ridicolo. Se non fosse stato per la drammatica situazione, mi sarei messo a ridere.

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 Il nostromo Stanko, uno slavo sui trent'anni, atletico, capelli biondi dalla lunga zazzera e una specie di machete sempre appeso alla cintura, corse verso la plancia e apostrofò il Comandante: <<Jeventi Capitano, ordini di salpare, altrimenti lo faccio io!>><<Qui non si salpa se prima non ci fanno caricare la nave>> fu la risposta gridata. Il nostromo allora estrasse con un gesto di rabbia il suo machete e tutti tememmo il peggio. "Qui ci scappa il morto" fu il pensiero che attraversò telepatico le nostre menti. Stanko ridiscese a balzi le scalette della plancia e si buttò sul cavo di ormeggio per tagliarlo a colpi di lama. Ma il lavoro sarebbe stato troppo lungo per la sua furia. Tornò sui suoi passi, sfilò l'ascia antincendio dalla paratia sotto la plancia e cominciò a menare fendenti come un pazzo. Tagliato il cavo, la nave si trovava in bando. Adesso qualcuno doveva dare l'ordine di salpare l'ancora. Se non lo avesse dato il Comandante, lo avrebbe

dato il nostromo. Gli slavi erano pronti all'azione, ma sarebbe stato un ammutinamento dalle conseguenze imprevedibili. Il Comandante si rese conto della situazione e diede il fatidico "Salpate l'ancora!" Tutte le navi alla fonda ci avevano preceduto. Noi fummo gli ultimi a partire. Una sola nave rimase caparbiamente alla sua boa, il Leopard, bandiera liberiana. Giunti ad Augusta, in Sicilia, venimmo a sapere che venne bombardata e affondata.

L'avaria

Per lo spavento, al cuoco erano fiorite delle ampie chiazze bluastre sulla fronte. Ce l'aveva a morte con l'armatore che, secondo lui, sperava nell'affondamento del Previdence, per riscuotere l'assicurazione. E da Palermo venne l'armatore in persona, per verificare i danni provocati dal mitragliamento aereo. La nave, veramente, era stata appena scalfita, ma Rizzuto riuscì a individuare i danni

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 per i quali chiedere risarcimenti alla Turchia (non so se gli aeri che ci spararono fossero turchi o greci. So che l'armatore prese contatti con il Consolato turco) L'alternatore per la produzione di corrente elettrica che alimentava anche i frigoriferi, si guastava spesso e molta carne surgelata, scongelata e ricongelata più volte, si era marcita. Quella dell'alternatore in avaria era una vecchia storia per la quale il cuoco andava in bestia e stramalediva l'armatore, che non intendeva spendere soldi in riparazioni. Ma fu fatta passare come danno di guerra. Rizzuto mandò quattro marinai slavi a prelevare dalle celle frigorifere due quarti di manzo argentino  marciti. Li mostrò a tutto l'equipaggio convocato in coperta <<Vedete>> disse <<io ai miei equipaggi ci tengo. Non voglio che mangino carne avariata.>> Il tempo che Giusy, la donna del marconista, scattasse qualche foto e poi ordinò ai fedeli slavi di buttare a mare quella carne maleodorante.

Dalla cucina osservavamo la scena, mentre il cuoco biascicava con la schiuma alla bocca: <<Eh, cornuto, butta la carne che non è sua. Perché non si butta lui a mare! Sperava che ci facessero colare a picco come il Leopard. Chissà quanto ci avrebbe ricavato sulla nostra pelle.>> Bisogna sapere che in quella nave, come del resto anche in altre che ho navigato, il cuoco era pure cambusiere. Non era quindi alle dipendenze dell'armatore, ma della ditta fornitrice di generi alimentari (in quel caso la ditta Parodi di Genova) che si fa pagare la merce dall'armatore. Il cambusiere ha un credito aperto in tutti i porti del mondo per acquistare viveri ed è il diretto responsabile delle merci da lui acquistate e caricate a bordo.  Che Rizzuto facesse il bello davanti all'equipaggio, buttando a mare quel po' di carne avariata, mentre le celle della cambusa ne erano piene, faceva giustamente andare in collera il già irascibile cuoco Antonio.

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Ma una parziale vendetta se la concesse all'ora di cena. Gli uomini dell'equipaggio venivano a prendersi i pasti in cucina, mentre gli ufficiali avevano la tavola apparecchiata in Quadrato e il cameriere faceva avanti e indietro per servirli ad uno ad uno, partendo dal più alto in carica (il Comandante). Essendo ospite, quella volta veniva servito per primo l'armatore. C'erano le bistecche ai ferri, per seconda portata. Il cuoco prese la più bella delle bistecche, la lasciò cadere sul pavimento e si mise a pestarla sadicamente con i piedi, poi la prese, bene allargata fra le mani, ci sputò sopra e la mise sulla piastra. Prima di girarla ci sputò ancora e la fece cuocere dall'altro lato. Guarnita con foglie d'insalata la porse al cameriere: <<Tieni, questa è per Rizzuto.>> Lì ho capito quanto sia importante non inimicarsi i cuochi. Non saprai mai come e quando te la faranno pagare.

Sbarco in massa

Lo spavento di Cipro e le voci sulla probabilità che la nave venisse fatta naufragare in Atlantico, al prossimo viaggio con destinazione Norfolk, spinsero allo sbarco metà dell'equipaggio. Sbarcarono gli otto siciliani e il personale di macchina italiano. Degli slavi sbarcarono il nostromo Stanko,  il secondo di coperta Pete e il fuochista Boris, che mi diede il suo indirizzo di Zara, nel caso viaggiassi da quelle parti. Dei quattro spagnoli che lasciarono la nave, il fuochista Alonzo se ne andò in barella all'ospedale Moscarelli di Augusta, dove fu ricoverato con ustioni di 3° grado.  Un ritorno di fiamma lo aveva investito, stampandogli una profonda bruciatura circolare sulla schiena. Si erano così liberati due posti da fuochista. Io e Felipe fummo chiamati dal Comandante per coprire quei posti. Felipe accettò, io rifiutai seccamente.

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 Sapevo che ad Alessandria d'Egitto avevamo fatto il bunkeraggio (il rifornimento di combustibile) con una nafta quasi regalata. Scarto di raffineria, sporca e densa come catrame. Le lance dei bruciatori s'intasavano facilmente e spesso la combustione andava a singhiozzo. I ritorni di fiamma erano frequenti. Bastava fare in tempo a spostarsi di lato, per non essere colpiti. Ma io che avevo a che fare con le caldaie dall'età di sedici anni, sapevo quanto fosse pericoloso fidarsi troppo del fuoco. Preferii, quindi, restare a pelare le mie patate e a lavare le mie pentole. Il cuoco Antonio sbarcò appena giunse il sostituto cuoco-cambusiere da Genova e da Genova arrivarono anche un gruppo di ragazzi pugliesi reclutati in piazza Banchi, tutti con la qualifica di mozzo, ma destinati a sostituire marinai e gente di macchina. Da Palermo 

vennero altri marinai, uno dei quali assunse la carica di nostromo, con conseguenze disastrose. Nottetempo una bettolina venne sottobordo a caricare le quattro macchine scavatrici prelevate a Cipro.  Bisognava imbracarle e calarle nella stiva della bettolina. L'operazione comandata dal nostromo per poco non provocò l'affondamento della bettolina stessa. Sicuramente il presunto nostromo non aveva mai manovrato un verricello. I cavi d'acciaio della gru venivano tirati a strattoni verso l'alto, fra una sbuffata e l'altra di vapore, facendo oscillare paurosamente  la benna  avanti e indietro. Più di una volta il carico tornava sulla tolda della nave  sganciandosi dall'imbracatura. Quasi tutte le benne raggiunsero la bettolina fra schianti e scricchiolii, accompagnate dalle grida e dalle bestemmie dei sottostanti marinai. 

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pag.47-

Del vecchio equipaggio, sul Previdence restarono alcuni ufficiali di coperta, quasi tutti gli slavi, l'arabo egiziano, il cubano e il marconista con la sua donna, che a bordo ricopriva il ruolo d'infermiera, anche se non era capace di mettere un cerotto. L'Antonio non la poteva vedere. Diceva che le donne portano jella sulla nave e non le permetteva di entrare in cucina, dove teneva appeso alla porta un enorme corno rosso, che toccava quando la vedeva avvicinare. Il nuovo cuoco, Santoro di Genova, era giovane e non aveva fisime. Ruffiana come una gatta, la Giusy fece presto a conquistarne la fiducia e Santoro la lasciava entrare in cucina e pure nella cambusa, accompagnata da me. Non era una vera e propria bellezza, Giusy, ma tutto quello che aveva lo metteva bene in vista. Il seno, ad esempio, le usciva

quasi dalla camicetta, sbottonata quel tanto che basta. E un paio di pantaloncini cortissimi coprivano a malapena le natiche, lasciando alla cupidigia degli sguardi la perfezione delle gambe affusolate. L'accompagnavo in cambusa a prendere lo zucchero cubano, che tenevamo in frigo perché non fermentasse. Era zucchero di canna grezza allo stato puro, appiccicoso come il miele appena estratto dal favo.  Per raggiungere la cambusa si scendeva una breve scala senza luce e lei si attaccava alle mie spalle, come se avesse paura del buio, ma sapevo che non si sarebbe spaventata davanti a Satana in persona. Ci teneva a servirsi da sola e io la lasciavo fare. Le aprivo soltanto il portellone alto e pesante del frigorifero. Giusy portava con se una tazza da riempire.

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pag.48

Mentre si sollevava in punta di piedi, curvata in avanti per raggiungere meglio il sacco aperto dello zucchero, io non potevo fare a meno di osservare le due mezzelune delle natiche che i pantaloncini lasciavano fuoriuscire, e quelle gambe tese, dritte come fusi. Ma non osavo toccarla. Tutti fanno la doccia con acqua di rubinetto. Io penso che Giusy la facesse invece con Chanel n° 5. Emanava tanto profumo, da far pensare che ne fosse impregnato ogni centimetro del suo corpo. Lo lasciava addosso anche al marconista e se avessi raccolto le sue provocazioni, prendendola come gli ormoni in fibrillazione mi suggerivano, anche il mio corpo sarebbe stato marchiato da quell'odore inconfondibile. Capivo adesso perché l'Antonio diceva che una

donna a bordo porta jella.

Il compleanno di Felipe

Il 10 settembre Felipe volle festeggiare il suo cinquantesimo compleanno alla grande. Offrì da bere a tutto

l'equipaggio. Vino e birra scendevano a fiumi in quelle gole assetate, mentre io, chiamato a intervenire con la mia chitarra, cantavo felice, perché per la prima volta non vedevo sul volto del mio amico la maschera triste con la quale lo avevo conosciuto. Ma durò poco, proprio per colpa mia. <<Augusto, cantame una cancion española>> chiese Felipe, sbattendo il suo boccale di vino sul mio. Cantai il "Pide", un'antica serenata che avevo imparato accompagnando Josè Albaladejo Sanchez, il catalano. Poi mi venne da cantare "Cu-cu-rru-cu-cu paloma":

 

"Dicen que por las noches

Nomas se le iba en puro llorar
Dicen que no comía,

Nomás se le iba en puro tomar
Juran que el mismo cielo

Se estremecía al oir su llanto
Como sufrió por ella

Que hasta en su muerte la fue llamando.."

traduzione letterale in italiano:

"Dicono che durante la notte

Non faceva altro che piangere

Dicono che non mangiava,

Non gli andava altro da prendere

Giurano che il cielo stesso tremava Ascoltando il suo pianto

Come soffrì per lei,

Che chiamò fino alla sua morte ..."

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pag.49-

 Non pensai a quanto questa canzone sembrava parlasse del suo dramma famigliare. Improvvisamente Felipe si all'ontanò dal tavolo e restò in piedi con il suo boccale in mano, muto.  Aveva le spalle girate e non potevamo vedere il suo viso. Ma sapevamo che piangeva. Chi me lo aveva fatto fare di tirare fuori proprio quella canzone?! Per un po' restammo tutti in silenzio. Poi si alzò Alvarez "Hombre, aqì necesita una botella de whisky" Gli armadi della cambusa che contenevano superalcolici erano stati sigillati dalla Finanza,  al nostro arrivo ad Augusta. E' una prassi che viene seguita soltanto con le navi battenti bandiera ombra, per prevenire l'eventuale contrabbando di liquori. Santoro guardò Alvarez e poi a me: <<Io non ho visto niente>> disse. Con quel consenso Santoro rischiava poco, perché avrebbe potuto sempre dire di avere ereditato così la cambusa dal suo predecessore, presente al momento del sigillo. Presi le chiavi e

scesi in cambusa con Alvarez. Tornammo con le mani cariche di bottiglie di whisky. Una la offrimmo a Felipe, invitandolo a sedere. <<Hoy piensa a tigo. Mañana los recuerdos!>> gli disse, dopo averlo abbracciato come un fratello. Aria spavalda, capelli e baffi neri, spirito assolutamente libero, maschilista, sprezzante del pericolo e delle leggi, Alvarez incarnava tutti gli stereotipi dell'andaluso, anche se non sapeva suonare la chitarra e era stonato. Me lo ritrovai sulla motobarca delle 20,00, che portava a terra i marittimi delle navi in rada.

La sbornia

Il cuoco mi aveva incaricato di comprare venti chili di pane al forno di via Roma. In navigazione il pane si fa a bordo, ma in porto è più conveniente comprarlo bello e fatto. I fornai nei porti lo sanno e per questo tengono aperto notte e giorno. E poi quella sera Santoro non se la sentiva di andare in cucina a preparare la pasta da lievitare.

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pag.50-

Alvarez m'invitò a sedere vicino a lui e, con l'aria complice di un ladro, tirò fuori dal giubbotto in pelle una bottiglia di Black and White, sottratta dalla cambusa. <<Toma>> mi disse porgendomela. Io l'aprii e mandai giù un sorso, glie la restituii e lui fece altrettanto. Insomma, in due miglia di mare, dalla nave alla banchina, ci scolammo una bottiglia di whisky, che andava ad aggiungersi alla birra e al vino tracannati a bordo.  Dalla Capitaneria a via Roma il tragitto è breve. Lasciai Alvarez al bar che si trova all'inizio della via, dal lato del mercato del pesce. Il forno era poco più avanti. Entrai ancora consapevole dei miei movimenti. L'aria calda del locale mi manteneva in incubazione. Ma appena uscito con il sacco del pane sulle spalle, vidi le case rotearmi attorno. L'aria fresca settembrina mi era venuta addosso come un camion.

 Improvvisamente tutto l'alcool che avevo in corpo si fece sentire, prendendosi gioco dei miei sensi. Dovevo raggiungere la "Putia" dove avrei atteso le undici di notte, quando la lancia del Gruppo Barcaioli sarebbe partita per riportare i marittimi alle rispettive navi. La Putia era una taverna dove potevi trovare sempre un piatto di fave cotte, il polpo bollito e sorseggiare i migliori vini di Sicilia. Ci ero venuto la prima volta che scesi ad Augusta, in compagnia di quattro slavi. Dietro il banco della mescita c'era una biondina con gli occhi verdi, dalle guanciotte rotonde, che veniva voglia di baciare. Il più giovane degli slavi le fece un complimento: <<Qui Augusta vino buono e belle ragazze.>> Quella bambolina, che sembrava messa lì come un soprammobile, gli si girò contro con un profluvio di parole che non seppi decifrare.

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pag.51

 Mi riusciva meglio tradurre i lamenti di Felipe ubriaco, piuttosto che gli improperi di quella piccola furia siciliana. Provai a intervenire: <<Ma signorina, cos'ha detto di male il mio amico? Perché, non è una bella ragazza?>> La viperetta cambiò bersaglio e si scagliò contro di me. Capii soltanto "cosa credete che siamo?" e dissi all'amico: <<Lasciala perdere, questa morde.>> Di lì a poco entrò un vecchietto con una chitarra in mano. Aveva un figlio che lavorava da Abramo un liutaio catanese. Gli strumenti con qualche imperfezione li portava al padre, il quale trovava sempre qualche marittimo per rifilargliele. Lo chiamai al mio tavolo. Gli offrii da bere, poi accordai la chitarra e intonai "Chitarra romana". Quindi cantai "Quando vedrai la mia ragazza" di Little Tony. Poi, visto che

la biondina mi stava ascoltando quasi sorpresa, cantai "L'Eco der core", di Romolo Barzani, una serenata romana sentimentale. Come incantata dal pifferaio magico, la ragazza uscì da dietro il banco e venne a sedersi di fronte a me. Con i gomiti appoggiati al tavolo e le mani sotto il mento, mi fissava con gli occhi velati di fantasia. Alla fine mi disse:<<Ma lo sa che è bravo?>> Lo stantuffo del mio cuore prese il via. Mi buttai sulla chitarra con pezzi di flamenco, canzoni di Morandi, di Celentano e canzoni mie. Prima di uscire comprai quella chitarra e la lasciai alla Putia.<<Voglio trovarla qui, quando ritorno>> dissi a Nunzia, che mi sembrava fosse la padrona del locale. Ed ero tornato tutte le sere per cantare e parlare con Franca, la biondina sedicenne che stava facendomi innamorare.

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pag.52-

   Quella sera ero lì che percorrevo via Roma a zig-zag, nell'impresa di raggiungere  la Putia, a non più di trenta metri di distanza, ma lontana come il miraggio di un'oasi. Giunto alla meta, feci cadere il sacco per terra, mi abbandonai con la faccia su un tavolo, dove mi addormentai per risvegliarmi alle quattro del mattino sul divano, nel retrobottega. Avevo su di me Tanino e Nunzia, il cognato e la sorella di Franca, gestori della Putia, con i quali la ragazza viveva dalla morte della mamma. Stavano tamponandomi la fronte con un panno bagnato <<Augusto, noi dobbiamo chiudere>> dissero <<non possiamo lasciarti qua dentro>> Presi il mio sacco di pane e scesi verso il porto. Trovai una barca di pescatori dove continuare il sonno. Non ricordo a che ora mi svegliai. Il sole era alto. Vagabondai per

Augusta e tornai sulla nave con la motobarca delle otto di sera. C'era ad aspettarmi Rizzuto in persona. <<Vai dal Capitano a farti dare il libretto di navigazione. Sei sbarcato!>> Mi disse fissandomi con gli occhi di fuoco. La ragione di quel provvedimento stava nelle proteste scalmanate dell'equipaggio rimasto senza pane a colazione. C'era stata una specie di rivolta, da come me ne parlò poi Santoro, che fece da parafulmine nella tempesta, ma comprese la mia disavventura e mi rimase amico.

La situazione era comunque da considerare assurda. In un vascello fantasma come il Previdence, candidato al naufragio (che avvenne qualche anno più tardi), rifugio di disperati e tagliagole, gente senza futuro, io potevo permettermi il lusso di farmi licenziare!

 

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pag.53

Quella notte dormii all'albergo del porto, dove mi fecero entrare di nascosto gli ultimi sei marittimi sbarcati dal Previdence, fra i quali il cubano, che mi dette il suo materasso e si coricò sulla rete spoglia. Eravamo in sette in una stanza. All'indomani ci salutammo. Ognuno prese la sua strada e io rimasi ad Augusta fino a esaurimento del portafoglio. Mi scrissi all'Ufficio di Collocamento della Gente di Mare, alloggiai nell'albergo più economico che potei trovare e andavo a mangiare alla Putia, dove ebbi tutto il tempo per conoscere meglio Franca.  Poi venne il momento di andare. Stavo recandomi a prendere i bagagli in albergo, quando incontrai Alvarez, il mio compagno di sbornia. Non lo vedevo dalla sera del fatidico compleanno di Felipe<<Ehi, Alvarez, da dove spunti? Non ti ho più visto in giro. Pensavo che fossi scappato come gli altri dal Previdence.>><<Hola! amigo, allora non sai niente?>> mi disse abbracciandomi

<<Quella sera al bar ho fatto a botte con due maldidos che avevano voglia di sfottere. Ci hanno buttati fuori dal locale e quando ho tirato fuori la mia navaja, i due sono scappati via. Stavo andando a cercarmi una mujera giù alla Marina, quando mi hanno assalito in quattro nel buio e mi hanno quasi accoppato, lasciandomi a terra senza giubbotto e senza portafoglio. I Carabinieri mi hanno tenuto dentro perché non avevo documenti. Ci sono volute due settimane per avere informazioni  da Torremolinos e dal consolato spagnolo. Adesso ho il visto per poter tornare a bordo.>> Io gli raccontai la mia storia e, sghignazzando come due mattacchioni, ci dirigemmo verso lo stesso bar di via Roma a prenderci un caffè. Aveva la testa dura Alvarez e io abbastanza incoscienza, per tornare dove c'era un'altissima probabilità di riattaccare briga. Ci lasciammo con quel caffé e non ci siamo più rivisti.

Augusto Guidoni  Continua - cap. 5.

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