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Una storia vera
di Augusto Guidoni
- cap.1

Indice:
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Introduzione
La mia storia ha inizio il giorno in cui raggiunsi la soglia dell'Al di
là, riuscendo a sfuggire all'abbraccio finale della morte. Il più bel
giorno della mia vita.
1970
Come un insetto caduto nella ragnatela, rimasi
invischiato in quella trappola mortale, con la mano destra attaccata ai
cavi dell'alta tensione e la sinistra appiccicata alla lunga scala
metallica appoggiata al muro. All'inizio cercai rabbiosamente di
staccarmi, ma non riuscivo a scollare nessuna delle due mani. La
sinistra sembrava fosse saldata alla scala e la destra, piuttosto che
ubbidire alla mia volontà, mi tirava verso l'alto, catturata da un campo
magnetico che sembrava risucchiare tutto il mio corpo. La mia pelle, le
mie ossa, le mie viscere vibravano con la stessa frequenza della
corrente che le attraversava, mentre
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un ronzio alternato martellava
le mie
tempie. Mi venne da pensare
(si, riuscivo a pensare!) a due miei compaesani, due elettricisti, morti
fulminati anni addietro.
Uno si chiamava Augusto
come me. Non volevo fare la stessa fine. Cercavo disperatamente di
liberarmi, ma la lotta che stavo facendo era tutta interna ai miei
pensieri. Non poteva essere lotta fisica, anche se credevo di reagire
con tutte le mie forze. Quella potenza invisibile aveva neutralizzato
ogni muscolo, scollato ogni nervo dalla volontà. Ero ormai alla
consapevolezza della fine, quando un lampo di luce bianchissima squarciò
il buio che mi avvolgeva e contemporaneamente passarono davanti a me le
immagini di tutta la mia vita. Un film lungo 28 anni, nel breve
attimo che separa la vita dalla morte.
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La Cartiera
Sulla strada che
porta a Tuscania, ai confini della Maremma romana, a tre chilometri dal
lago di Bolsena, se si volge lo sguardo verso l'angusta valle del fiume Marta,
si può vedere una vecchia fabbrica diroccata. E' ciò che resta della Cartiera,
quella che fu l'unica industria di Marta. Quel luogo, oggi spettrale, è stato il primo
ambiente che mi ha accolto alla vita. Quando scendo da Milano per vacanza o per
altre ragioni e mi capita di passare da quelle parti ( sempre più raramente,
purtroppo) sento una stretta al cuore. Lì ho mosso i miei primi passi, ho
sentito i primi odori, i primi rumori. Lì ho rincorso le prime farfalle, che non
si facevano mai prendere e le lucertole, immobili al sole, ma scattanti appena
mi avvicinavo. Le coccinelle invece si facevano prendere. Dalla mano
salivano su, su, lungo il braccio. |
Ivana, la maggiore delle mie
sorelle, conosceva una formula magica che sussurrava dietro alla coccinella (nel
dialetto martano la coccinella viene detta rondinella): "Rondinella,
rondinella, insegnami la strada di Toscanella" e prima di raggiungere la spalla, la
piccola amica spiccava il volo in direzione del fantastico paese di Toscanella.
Collocata fra il
fiume, la macchia e le cave di pietra, la Cartiera, con il suo aspetto tenebroso,
offriva sensazioni forti per un bambino che si affacciava a quel mondo con la
purezza delle sue curiosità. Fra i primi odori che ho respirato ci sono quello
intenso del finocchio selvatico e quello delicato dei papaveri. Il profumo di mentuccia, l'odore della paglia secca alla trebbiatrice e quello della paglia
macerata per fare la carta.
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E l'odore acre dell'acido cloridrico,
usato per la pulizia delle reti metalliche. Ancora oggi, se giunge al
mio naso un'esalazione di acido cloridrico, provo una strana sensazione
di familiarità. Forse perché alla Cartiera ci ho anche lavorato come
operaio, dall'età di 16 anni fino all'arruolamento in Marina, a poco
meno di 20 anni.
In quel luogo ho
ascoltato le prime melodie: il canto dell'usignolo primeggiava su quello
di tutti gli
altri uccelli. Il verso della cicala, insistente e soporifero nelle ore di
calura. Le serenate del trio notturno, composto dal grillo, il gufo e la
civetta. Il babbo aveva un mandolino, ma ci faceva sempre la stessa canzone.
Giovannino
Abitavamo al piano terra della palazzina padronale, occupata al lato
opposto dalla famiglia di Giovannino, un operaio che come mio padre non
era nativo del luogo. Al piano superiore c'era la famiglia del |
signor Dante, unico dei quattro fratelli toscani proprietari
della Cartiera, ad avere scelto quella dimora. Gli altri stavano in provincia di
Lucca. Con Giovannino
avevamo un rapporto di parentela, perché era suocero di zia Matilde, sorella del
babbo e io lo chiamavo "nonno". Aveva un calesse e un asinello e
quando si recava in paese faceva la spesa anche per noi. Più raramente per il
signor Dante, che possedeva un sidecar ed era più autosufficiente del babbo che
aveva solo la bicicletta.
Viaggiare a
fianco di nonno Giovannino per me era il massimo e quando lui non riusciva a
liberarsi dalle mie insistenze, mi concedeva di prendere posto sul calesse. Era
un viaggio di tre chilometri all'andata e tre al ritorno, che io ricordi, mai
noioso. Per un po' si costeggiava il fiume, poi avevamo ai nostri lati vigne,
frutteti e orti coltivati, senza seguire alcun ordine geometrico.
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Lungo la strada
incontravamo qualche contadino che ci salutava a bordo del suo carretto
o a dorso d'asino e mi ricordo di uno che si recava in campagna a
cavallo di un toro. Doveva essere proprio bravo, perché ne ho visti
tanti cavalcare asini e cavalli, ma sul toro c'era solo lui. Portava un cappello nero a tesa larga. Cavalcava in
posizione eretta e aveva un aspetto fiero. Non ho mai capito perché lo
chiamassero "Il Gobbo".
Giovannino
conosceva molte storie, che amava raccontarmi stradafacendo. Quella che più
amavo ascoltare era la storia (che poi non era una sola) di Bertoldo.
Entrati in paese
e attraversata la piazza, si apriva ai nostri occhi lo scenario azzurro del lago,
che quasi lambiva le case e a volte raggiungeva la piazza stessa, allagando l'osteria
di Gino dell'Adelaide, dove oggi c'è una rivendita di sali e tabacchi. Gli avventori, scalzi o con gli stivali,
continuavano comunque a giocare a |
carte.
Erano in massima parte pescatori
e
c'era
anche qualche operaio turnista della Cartiera. Quando la mia
famiglia si trasferì a
Marta, tornavo ancora ad aspettare Giovannino insieme a Livio,
il figlio di zia Matilde, di due anni più giovane di me.
Giovannino usava parcheggiare il calesse nella piazzetta del Crocefisso.
Dopo aver salutato e chiesto le solite cose al nipote,
legava l'asino all'anello appeso al muro e ci lasciava lì a far la guardia,
mentre lui andava per negozi a far la spesa. Se quell'asino avesse avuto il dono della parola chissà come si
sarebbe lamentato con nonno Giovannino! Io e Livio ci divertivamo a puntare
l'impugnatura del frustino sotto la coda del malcapitato animale, provocando
sonore flatulenze e ragli di protesta. Gli altri bambini, ai quali non era
permesso toccare il somarello, ci invidiavano per questa facoltà concessa
soltanto ai nipoti di Giovannino (che bontà sua era all'oscuro di tutto).
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I
pericoliQuasi tutti i rumori
alla Cartiera venivano associati al pericolo. Raggiungevano così i miei sensi,
tradotti dalle apprensioni dei miei genitori. Quello che indicava maggior
pericolo era il rumore delle grandi mole di pietra, che riducevano la paglia già
macerata dalla calce viva a fine impasto, pronto per passare alle macchine e
diventare carta. Successe che due giovani, il molazziere e una ragazza operaia,
si mettessero a scherzare seduti sul bordo della vasca di cemento dove avveniva
l'impasto.
Persero l'equilibrio e finirono stritolati dalle
implacabili mole. Mio padre, che come capo fabbrica era ritenuto
responsabile di quanto succedeva sul lavoro, per quel fatto dovette
scontare due mesi di reclusione nel carcere di Santa Maria in Gradi a Viterbo. C'era poi il rumore della
turbina, che traeva energia dal fiume e trasmetteva il moto a tutte le
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macchine attraverso un gioco di pulegge
e cinghie, che scorrevano minacciose in alto sulle teste e in basso ad altezza
di bambino. Altro pericolo veniva segnalato dal fragore della cascata, attraversata da un ponticello di legno, al
quale non dovevo assolutamente avvicinarmi. Per non ascoltare i genitori un
bambino, anni addietro, era finito nel fiume e il suo corpo fu ripescato a valle dopo lunghe
ricerche. Si chiamava Livio. Era il figlio di Giovannino. Lo zio Angelino chiamò Livio il suo
primo figlio maschio, come il fratellino scomparso.

Padroni e operai
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Il babbo Durante la
guerra mio padre aveva preso in gestione le attività della Cartiera. Gli era
stata data in affitto dai fratelli Ricci, che nell'incertezza dei tempi,
avevano preferito dare in mano la fabbrica a una persona terza dal sodalizio di
famiglia.
Era un esperto
nel campo della cartapaglia, babbo Virgilio, che nell'ambiente delle cartiere ci
era cresciuto, al seguito del padre. Nonno Augusto, chiamato a dirigere varie
cartiere in Toscana e nel Lazio, aveva fatto fare alla famiglia una vita nomade.
Mio padre ne seguì le orme e il destino. Come capo fabbrica peregrinò per varie
cartiere. Durante la permanenza alla cartiera di Conca
(Cisterna di Latina) conobbe Augusto
Imperiali, il buttero che vinse la sfida con il
leggendario Buffalo Bill. "Agustarello" amava raccontare (e mio padre
lo ascoltava affascinato) di William Frederick Cody (Buffalo Bill), quando nel 1890
venne a Roma con il suo circo.
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L'eroe del Far
West sapeva fare tanti giochi con il lazo e riusciva a
spegnere una candela con la pistola dalla cavalcatura in
corsa. Mentre i suoi cow boys si esibivano nella doma
dei cavalli bradi. Ma in una maniera tanto barbara (li legavano con quattro funi,
tenute da quattro uomini, mentre il quinto vi montava sopra) da fare indignare il pubblico: <<Così si
tosano le pecore!!>> gli gridavano dietro i
maremmani presenti allo spettacolo. Nacque
allora una scommessa fra Buffalo Bill e alcuni nobili
romani, che fecero venire in piazza i butteri del vicino
Agro Pontino, i quali pretesero per la sfida i cavalli
bradi maremmani.
I cow boys non erano preparati alla furia di quella
razza di cavalli autenticamente selvaggi e dovettero
rinunciare alla gara. Con la spavalderia di chi è
sicuro di sé entrò in pista il venticinquenne Augusto
Imperiali e saltò in groppa a un cavallo afferrandolo
per la coda.
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Riuscì a domarlo dopo una lotta
spettacolare, che mandò in visibilio il pubblico.
Mio padre me ne parlava con tale ammirazione, che non ho mai capito se devo il mio nome al nonno
Augusto o a quel buttero.
La nonna Maria era figlia extraconiugale del ricco Basilio Ferretti, parente di Pio IX,
Mastai Ferretti. In virtù del vigente nepotismo, mio padre fu
assunto come aiuto giardiniere al Vaticano, all'età di 17 anni, sotto il
pontificato di Pio XI. Ma resistette soltanto qualche mese al clima ipocrita che
lì si respirava, per tornare a seguire il lavoro del padre. Alla nonna era stato
intestato un cascinale con abitazione a Grottaferrata, ai Castelli romani. Quel caseggiato, in
assenza dei nonni, impegnati per
lavoro in altri luoghi, restò in uso ai parenti per più di trent'anni. I
miei nonni fecero in tempo a morire, senza minimamente preoccuparsi
della proprietà ai Castelli.
Ne venimmo a conoscenza negli anni
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'50, quando il babbo, zia Matilde e gli altri due fratelli
di Roma furono chiamati
da un avvocato per definire le
pratiche di cessione degli immobili per usucapione.
Riscattare tutta la proprietà non era ormai più conveniente.
Si concluse così una vicenda di pura noncuranza. Del resto alla
famiglia Guidoni ha fatto sempre difetto il senso degli affari.
Con la gestione
della Cartiera mio padre aveva accumulato un discreto gruzzolo, che finì tutto
in carta straccia. Chissà chi gli aveva passato la dritta secondo cui, una volta
finita la guerra, la lira sarebbe aumentata di valore? Gli americani erano
sbarcati ad Anzio, i tedeschi cominciavano a risalire la Penisola. La guerra
volgeva al termine e noi saremmo diventati ricchi! Ma non sempre il mondo va
come si desidera. Finì la guerra e gli americani inondarono il Paese di AM-lire,
la moneta di occupazione, che inflazionò a tal punto la lira, da rendere
irrisoria la riserva monetaria del babbo apprendista speculatore.
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Quell'errore a
mio padre è stato rinfacciato per tutta la vita dalla mamma, che gli aveva
sempre consigliato di convertire i soldi in beni materiali. Uno dei rimproveri più
ricorrenti durante i litigi era quello di non aver voluto comprare
la casa di Giulio d'Attilio, che gli veniva offerta a 700.000 lire. Il contante mio
padre ce l'aveva, ma non lo mollava, perché all'arrivo degli americani sarebbe
lievitato in maniera esponenziale. Avvenne tutto il contrario. Forse il suo
vizio del gioco nacque in
seguito a quella sconfitta, come tentativo di
rivincita sulla sorte.
I
tedeschi
Della guerra ricordo l'ultimo
periodo, quando i tedeschi occuparono la Cartiera e il comando s'insediò al
piano superiore della palazzina, stringendo gli spazi del signor Dante. A casa
non si parlava più ad alta voce, per timore di dire qualcosa che i tedeschi
avrebbero potuto interpretare a loro ostile. E neanche si parlava sussurando, per non dare l'impressione di complottare. Si
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viveva in un'atmosfera
tesa. La mamma, incinta dell'ultima
figlia, Mariella, si sfogava durante la notte singhiozzando sotto le lenzuola.
Un giorno il
capitano era spaparazzato sul prato, a dorso nudo. Stava godendosi il sole, come
in una tranquilla vacanza. Federico, il figlio del signor Dante, inseguiva una
gallina con la fionda. Fece un tiro e il sasso andò a colpire il capitano in
pieno petto. Le urla riecheggiarono per tutta la valle. Il tedesco, raccolse il
fucile e ruggendo come un leone ferito correva qua e là alla ricerca del
ragazzino, che in un baleno si era dileguato. <<Kapitalist kaputt!>> erano
le parole che ricorrevano con maggior frequenza, mentre si avvicinava alla
palazzina. Sarebbe finita in tragedia, se mio padre non avesse provveduto a
nascondere Federico e non si fosse messo a implorare quell'ossesso, che il
ragazzino non lo aveva fatto apposta e che il padre non c'entrava niente con i
giochi del figlio. Prudentemente, Dante e Federico si resero invisibili per
qualche giorno.
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La mattina di
Pasqua i tedeschi bussarono alla nostra porta. La mamma, all'ultimo mese di
gravidanza, reagì come avrebbe reagito una chioccia. Strinse i tre figli a sé,
mentre il babbo andava ad aprire. Sulla soglia, un gruppo di soldati senza
berretto, intonava un coro. Erano venuti a darci la Buona Pasqua. Vollero che
tutta la famiglia venisse a ricevere gli auguri. In un piatto portavano delle
uova di gallina sode, tutte decorate attorno con disegnini colorati. Uno di
loro mi prese in braccio, porgendomi un uovo, che io esaminai incuriosito.
Quindi si mise a volteggiare per la stanza cantando:<<Augustin, Augustin....>>
La guerra
Da Roma gli
Alleati stavano avanzando verso nord. Se sapevano dell'insediamento tedesco alla
Cartiera, avremmo dovuto aspettarci un bombardamento sulle nostre teste. Ci furono
bombardamenti a Viterbo, combattimenti a Tuscania, a Tarquinia e in altri
luoghi del viterbese, ma sulle nostre teste non piovvero bombe. Anche se uno
spavento ce lo prendemmo
all'arrivo della flotta aerea
americana.
Un'immensa nube,
accompagnata da
un brontolio cupo che si faceva sempre più assordante,
avanzava minacciosa
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fino a oscurare il cielo sopra
noi. Uomini, uccelli e ogni altro animale, andarono a nascondersi.
Prima che qualcuno mi tirasse dentro, io, con
un piede sulla soglia della porta, l'altro fuori e la manina sulla testa (per
ripararmi dalle bombe!) feci in tempo a vedere quella sterminata nube nera
rombante che oscurava il sole e tutto attorno divenne grigio e freddo. Non
ci furono preparativi per la fuga. In un baleno i tedeschi erano già pronti. A
qualcuno si leggeva il panico negli occhi. Un'espressione che non prometteva
nulla di buono, perché fra i timori che circolavano da tempo alla Cartiera c'era
quello che la fabbrica venisse distrutta dai tedeschi in fuga, per lasciare
terra bruciata dietro di sé. Una sola nota di calore stemperò le apprensioni.
Venne a salutarci il tenente e aveva gli occhi lucidi mentre stringeva la mano
al babbo. Soltanto al babbo, perché l'avversione
degli occupanti nei confronti del
"Kapitalist" Ricci restò pericolosamente immutata fino all'ultimo.
Ma chi lo avrebbe detto che proprio quell'ufficiale tutto di un
pezzo, inflessibile, inespressivo, avesse dei sentimenti umani? Lo stesso
tenente che un giorno, mentre saliva le scale della palazzina, inciampò
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nell'ultimo gradino. Con determinazione ridiscese tutte le
scale, si fermò e le salì di nuovo. Si era autopunito per l'errore commesso.
Marta

Finite le incertezze della guerra i
fratelli Ricci si accordarono per lasciare che fosse Dante a occuparsi
della Cartiera. Mio padre tornò a fare l'operaio. La nostra famiglia si
trasferiva a Marta, nella casa dei nonni materni, che si erano stabiliti a Montefiascone,
dove nonno Vincenzo aveva il molino del grano.
Lo ricordo sempre tutto bianco di farina dalla testa ai piedi, nonno Vincenzo,
che tuttavia alla festa sapeva essere elegante: un vestito di lana,

Nonno Vincenzo De Benedetti
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catena dell'orologio fuori dal taschino del panciotto, un Borsalino per
cappello e un bastone di ciliegio per compensare la gamba più corta, ferita
nella Grande Guerra del '15-'18.
Avevo cinque
anni quando vidi per la prima volta tanti bambini tutti insieme. Affollati sulle
scale dell'asilo, mi osservavano con curiosità. Mia sorella Veris mi consegnò
alle suore, poi mi lasciò per andare a scuola. Era di tre anni più grande di me e
frequentava la terza elementare. Solo, di fronte a quella turba di bambini
vocianti, ero impacciato, dentro il mio grembiulino a quadretti, tutto pulito,
pettinato con il ricciolino in fronte e il canestrino con la merendina. Molti
ridevano, qualcuno mi prendeva in giro. Dietro di me si era richiuso il cancello
e non avevo vie di fuga. La tonaca nera di suor Anna mi faceva paura, ma non
quanto quella folla ostile. E poi suor Anna aveva uno sguardo buono. Come ultimo
rifugio mi aggrappai ad essa.
Più di una volta
sono tornato a casa con qualche livido e con la faccia graffiata. Rimpiangevo i
miei giochi solitari alla Cartiera, le cicale, i grilli, le coccinelle e gli
amici operai che mi volevano tanto bene. |
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Una storia vera di
Augusto Guidoni
Capitolo 2
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1948 Un
pomeriggio del mese di Maggio Veris si era allontanata da casa per andare a
curiosare alla cantina della "Barbera", dove una sua compagna di scuola, Maria
Antonietta, insieme alle amiche Brunilde e Ivana (un'altra Ivana, non mia sorella), dicevano di
avere visto la Madonna. Era l'ora di fare i compiti e Veris non si vedeva. La
mamma mandò Ivana a cercarla. Si faceva tardi, ma le due sorelle non facevano
ritorno. Finché alcune donne vennero sotto la nostra finestra :<<Angelina!>>
Chiamavano mia madre <<Corri alla cantina della Barbera, che la
Veris è andata in estasi!>> La mamma accorse subito sul posto e trovò Veris
inginocchiata sulla soglia della grotta, con le mani giunte, la testa reclinata
all'indietro e gli occhi rivolti al cielo. Ivana era lì che la guardava attonita
e non sapeva cosa fare, perché quando aveva cercato di scuotere la sorella, non
aveva raggiunto alcun risultato. Veris era insensibile a ogni stimolo esterno e
non rispondeva ad alcun richiamo.
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Quando finalmente uscì dallo stato catalettico si
guardò attorno come un agnellino spaventato. Si
vide circondata da curiosi che le chiedevano:<<Cosa hai visto?>> e lei corse fra
le braccia della mamma. A casa fornì qualche timida risposta alle domande che le
venivano rivolte dalla mamma, dal babbo e da Ivana. Disse che le era apparsa una
signora tutta vestita di bianco, con il mantello e una fascia attorno alla vita
di colore celeste azzurro. Aveva dodici stelle che le facevano corona attorno
alla testa e i piedi nudi. Le aveva detto:<<Io sono l'Immacolata Concezione>>. I miei genitori
erano fra gli scettici che non avevano preso sul serio le prime apparizioni, ma
adesso non potevano dubitare della figlia. Veris non recitava. A volte veniva
rapita dall'estasi in casa, giungeva le mani in segno di preghiera, alzava la testa e gli
occhi verso il cielo e in quella scomoda posizione si avviava verso la grotta,
scendendo le scale ripide di casa, senza guardare i gradini, come se ci fosse un
custode invisibile a guidarle i passi.
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Nessuno poteva fermarla. Mio padre la seguiva preoccupato. Quando non
poteva, per motivi di lavoro, il compito di seguire Veris veniva affidato a Ivana, che non accettava troppo volentieri quell'incarico. Aveva 15 anni, si sentiva osservata come tutte le ragazze di quella età
e temeva i lazzi dei suoi coetanei, mentre accompagnava la sorella in estasi. Ma
non immaginava quanto più drammatici fossero gli eventi che il destino le stava
preparando.
Lampi di luce
Mia madre, non potendo lasciare soli i due figli più piccoli: me di 6 anni e
Mariella di 4, evitava di avventurarsi in mezzo alla folla per seguire Veris,
specialmente nei giorni festivi, quando affluivano a Marta migliaia di
forestieri, chiamati dalle notizie sulle apparizioni che avevano letto sui
giornali.
Tenendomi per mano e con Mariella in braccio si
recava alla grotta in quelle occasioni dove c’era meno confusione. Ma,
piccola o grande che fosse, non mancava mai la calca di gente che
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dovevamo penetrare, per avvicinarci a mia sorella in
estasi, mentre qualcuno si premurava di gridare: << Fate passare l’Angelina, la mamma della Verise>>.
La cantina, che da quegli avvenimenti prese il nome
di Grotta della Madonna, era stretta, per accogliere quelle ondate di fedeli e
l’aria si faceva subito pesante. Ne ricordo ancora il tanfo umidiccio prodotto
dalla muffa tipica delle cantine laziali, dal fiato umano, dall'acqua marcita
dei fiori, dal fumo
di candela, misto all’odore delle tasche dei grandi che arrivavano all’altezza
del mio naso. Le tasche dei pescatori sapevano di pesce, quelle dei contadini
avevano un odore più indecifrabile, ma ugualmente intenso. A volte la mia faccia
finiva schiacciata fra le gonne di qualche anziana donna e sentivo odore di
orina.
Ogni tanto qualcuno lanciava
un’esclamazione:<<Lo vedo, lo vedo, c’è un cerchio di luce in fondo alla
grotta!>> e si alzavano alte le avemaria del rosario dalla voce di Mario di
Priamo, sempre presente, che conciliava il duro lavoro di pescatore con quello
di custode volontario della grotta.
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Una sera ho visto anch'io uno strano bagliore squarciare il buio su Marta.
Ero affacciato alla finestra di casa insieme alla mamma, per assistere al
passaggio di Veris, che veniva dalla grotta a mani giunte e occhi al cielo,
diretta verso la chiesa parrocchiale. La seguiva una marea di gente, arginata a
fatica da robuste corde, che i carabinieri, aiutati da alcuni giovanotti
volenterosi, tendevano per transennare il percorso. Salite le scale della
chiesa, Veris si girò verso la folla e impartì la benedizione. In
quell’istante una luce bianca illuminò a giorno tutto il paese. Non
fu il lampo di un fulmine, perché il cielo era stellato e non fu seguito dal
tuono che annuncia il temporale. Era una luce inspiegabile che fece gridare al
miracolo la folla sterminata e piangere i più emotivi, mentre s’innalzava un
coro di inni alla Madonna.
Anche Ivana!
Il 13 giugno,
tra le sette e le otto e
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mezza di
sera, eravamo tutti raccolti attorno al tavolo. Avevamo l'abitudine di cenare a quell'ora
perchè i turni degli operai alla Cartiera, dove lavorava mio padre, si
avvicendavano dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle venti
e dalle venti alle quattro del mattino. Non ricordo se avevamo già

Veris e Ivana bambine
cenato o se ci apprestavamo a farlo, ma
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ricordo perfettamente, come se fosse oggi, quello che successe.
All'improvviso Ivana si alzò in piedi, volse gli occhi e la testa in
alto, come avevamo visto fare più volte a Veris, e a mani giunte si diresse verso la porta. <<No!>>
esclamò sgomento mio padre <<anche Ivana, adesso!>> e corse a pararsi tra lei e
la porta, per impedirle di uscire. Ma Ivana con un semplice gesto della
mano, quello che si fa scostando una tenda, lo scaraventò a terra. La porta era
chiusa da un catenaccio di ferro (a Marta era detto "catarcione") e
sbarrata in diagonale da una robusta stanga di legno, precauzioni
del tempo di guerra che non erano state ancora abbandonate. Ivana sfilò
via il catenaccio, buttò giù la stanga e si avviò per le scale. A mio
padre non restò che seguirla fino alla Grotta. Intanto altri
giovani e adulti (anche Peppino, il figlio di Barbara, proprietaria
della cantina) si aggiunsero al gruppo dei veggenti. |
Soltanto le prime tre ragazzine non videro più la
Madonna.

La folla
La notizia delle
apparizioni si diffuse rapidamente. Se ne occupò anche il Cinegiornale
dell'Istituto Luce, che riprese in primo piano Ivana, in un tentativo
d'intervistarla. La "Settimana Incom" era il notiziario che veniva
proiettato a ogni inizio di spettacolo cinematografico. Quel documentario
aggiunse le immagini filmate (le più efficaci, come ci dimostra oggi la
televisione) alle notizie già diffuse sul territorio nazionale dai giornali e
dalla radio.
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Da ogni parte cominciarono
ad affluire a Marta folle di fedeli e di curiosi. Il paese non aveva le
strutture per accogliere quel fiume di gente che ogni giorno lo
sommergeva. Tra la folla che si assiepava spintonandosi attorno ai
veggenti, ogni tanto qualcuno veniva travolto o perdeva i sensi e per
queste emergenze fu improvvisato un pronto soccorso sotto la pergola
della vicina casa dell'Italia del "Ragnetto" (a Marta ci si conosce più
per soprannome che per cognome), nei pressi della grotta: qualche
benda per le fasciature, alcool e aceto da mettere sotto il naso delle
persone svenute (un omino usava anche l'ammoniaca, ne portava sempre con
se una bottiglietta). La nostra abitazione si trasformò in una vera e
propria meta per giornalisti, preti, e fedeli che invocavano
grazie. Fra quest'ultimi era diventato ormai di casa Don Gennaro, un
sacerdote napoletano paraplegico, |
che aveva fatto allestire da un ragazzo torinese, suo
accompagnatore e chierichetto, un altare di fortuna nella nicchia sotto il
lavandino della cucina, per poter officiare la messa ad altezza di carrozzella.
Pregava Ivana di farsi mediatrice con la
Santa Vergine, per riottenere l'uso delle gambe. Messe, rosari e cantici alla
Madonna riempivano i nostri giorni. Assidua
frequentatrice della nostra casa era pure una certa signorina Bertuetti,
bergamasca, che non ho mai capito con quale autorità riuscisse a indurre mia
madre a gestire la casa secondo le proprie direttive. Eppure la mamma aveva un
carattere forte, incline al comando. Ma questo personaggio si comportava come
fosse lì per mandato divino, come fosse il braccio casalingo della Madonna. Con
il suo modo svelto di fare e di parlare riusciva a imporsi a mamma Angelina,
forse già provata dal fatto di avere due figlie veggenti.
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E
che dire di mio padre, che fino a qualche settimana prima era non
credente, scettico, anticlericale e ora si trovava con le figlie in
estasi, con la gente che veniva a dire il rosario nella sua casa,
un prete a dire la messa e quella Bertuetti venuta dall'Alta Italia a
impartire i suoi punti di vista? Gli fece persino comprare una
cucina economica a legna, roba da rigattiere, recuperata chissà dove.
Anche lui era rimasto scioccato da quanto ci era successo in famiglia e
non sembrava più lo stesso. Certi fatti prodigiosi, inaspettati, che ti
capitano fra capo e collo, possono farti andare in crisi, fiaccare
le tue convinzioni e consegnarti in balia di altre volontà. Finché
succede agli altri, puoi dire che sono "tutte montature", "suggestioni",
"isterismi", che "qualcuno ci marcia". Ma dopo aver visto la figlia Veris,
ragazzina timida e certamente non esibizionista, impartire la
benedizione alla folla, accompagnata da una luce strana. Dopo essere
stato scaraventato a terra dalla figlia quindicenne, che non avrebbe mai
potuto avere quella forza. |
Dopo averla vista alla grotta, cadere a faccia avanti, da posizione
eretta senza piegare le ginocchia e rialzarsi incolume, soltanto con un po' di
polvere sulla punta del naso.
Dopo questi e altri fatti misteriosi, mio padre non
era più lo stesso di prima.
L'impronta del tappo
Vennero a trovarci parenti mai visti, come quelli
del ramo di mio nonno materno Vincenzo De Benedetti, dalla Ciociaria,
dove si diceva che anche da quelle parti fosse apparsa la Madonna.
Veniva a Marta anche il "Saponaro", con il suo camion, a vendere il
sapone. Passando davanti alla grotta, andò in estasi, lasciò camion e
mercanzia per aggiungersi al gruppo dei veggenti. Di lui abbiamo
conservato per anni il ricordo: l'impronta di un tappo di latta
dell'aranciata San Pellegrino sulla tovaglia di tela cerata che copriva
il tavolo della cucina. Il senso dell'ospitalità non è mai venuto meno
in casa nostra e, pure se non mancavano mai gli ospiti, c'era sempre sul
tavolo qualcosa da bere.
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capo▲
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pag.17
Il "Saponaro", del quale non ho mai saputo il
nome, alto, con un paio di baffi alla Amedeo Nazzari e una voce che
ricordo profonda e suadente. seduto a capotavola, parlava giocherellando
con il tappo dell'aranciata fra le dita e nella tovaglia rimase quel
cerchio dentellato, marrone scuro come una bruciatura, come se il tappo
fosse stato rovente.
Estasi
controvoglia
Ad alcuni giornalisti sarebbe piaciuto poter
pubblicare lo scoop sulla Madonna della Grotta come una spettacolare
mistificazione e mettevano alla prova i veggenti avvicinando ai loro occhi la
fiamma di una candela o pungendoli con uno spillo. C'ero anch'io dentro la
grotta, quando mio padre sferrò una sberla al giornalista che si era messo a
pungere le mani di Ivana. Nessuno meglio di noi poteva sapere quanto Ivana
avrebbe preferito restare una ragazza normale e non
|
cadere in quello stato d'incoscienza, che la prendeva suo malgrado.
Al suo risveglio restava sempre taciturna e
scontrosa. Non amava parlare delle sue visioni, al contrario di Veris,
che cercava timidamente di descriverle, con gli occhi assorti, come quando si
vuol ricordare un sogno lontano. La Madonna le parlava del Male che minacciava
l'umanità e una volta le mostrò l'Inferno, con i dannati tra le
fiamme e, cosa che le rimase impressa, fra i dannati anche alcuni sacerdoti.
Nei giorni successivi alle apparizioni, i
veggenti erano chiamati all' adunanza da don Tommaso, un gesuita,
cognato della signora Barbara. Ivana ci andava malvolentieri a quelle
adunanze e soltanto perché spinta al "dovere" dalla mamma, ormai
convinta che a chiamare le figlie fosse la Madonna stessa. L'ho sentita più di una
volta protestare : <<Io all'adunanza non ci voglio andare. Don Tommaso
mi fa paura>>, per obbedire poi piagnucolando.
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pag.18 -
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Clausura
Da Roma veniva a trovarci anche un certo don
Vidoni, dalla parlantina molto accattivante, che vantava una sua
parentela con noi perché (diceva lui) secondo l'araldica, il suo cognome
sarebbe derivato da Guidoni. Convinse i miei genitori a mandare Ivana in
convento. <<E' una santa>> diceva <<deve seguire la strada che le ha
indicata la Madonna>>. E Ivana fu chiusa nel convento delle suore
Benedettine di Montefiascone, un ordine monastico di clausura. Eppure,
fra tutte le veggenti, Ivana era quella più recalcitrante. Quando
l'effetto dell'estasi cessava, lei non voleva più sentirne di preti e di
madonne. Non sapeva cosa le accadesse, ma rifiutava tutto ciò con
fastidio. Fu suo malgrado votata alla beatificazione. Noi famigliari
potevamo vederla attraverso il vetro del parlatorio, una volta alla
settimana, alla domenica, senza poterla toccare. Ci passava i santini
dalla ruota girevole. Una volta mi passò un caleidoscopio che aveva costruito lei
|
per me. Quanto ho fantasticato osservando le mutevoli
fioriture colorate in quel cilindro magico! Suor Marcellina
era l'unica persona con la quale Ivana poteva avere contatti nel
convento. La precedeva sempre nelle nostre visite. Durante il colloquio
le stava alle spalle come un angelo custode. Al termine la
riaccompagnava nella sua cella. Poi usciva in parlatorio per aggiornarci
sulla vita di Ivana. Aveva un alito che l'avrebbe fatta riconoscere
anche a distanza e al buio. Era una divoratrice di aglio, che portava
sempre in tasca e sbucciava persino durante le orazioni in chiesa (così
mi raccontò quattro anni più tardi mia sorella). Un giorno, la
mamma volle sapere da suor Marcellina come mai mia sorella fosse tanto
pallida:<<Forse non mangia?>> domandò con la naturale preoccupazione di
ogni mamma. <<Vostra figlia è una santa>> rispose con tono grave suor
Marcellina. <<Dovete sapere che ogni venerdì rivive la passione di Gesù
Cristo. Al giovedì sera comincia a
sentirsi male e al venerdì peggiora fino a delirare.
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Io le sto sempre vicina. A notte
vuole essere accompagnata alla cappella, va a pregare sotto all'altare,
accusando forti dolori ai polsi, poi cade svenuta e nei polsi appaiono
due fori sanguinanti. Al sabato resta sempre coricata al letto, perché è
troppo debole. Le stimmate scompaiono a poco a poco. Avete fatto caso
come Ivana tenga le maniche della tonaca tirate giù fin sopra le mani?
Per nascondere i polsi. Perché i segni delle stimmate potrebbero non
essere scomparsi del tutto alla domenica mattina. Ma non dovete
assolutamente parlare di queste cose con lei, ne potrebbe morire>>.
Rivelazione
scioccante, della quale mai più se ne parlò in famiglia da quel giorno. Cose
troppo grandi per noi. Per me ha costituito l'immane segreto che mi sono portato
dentro per una vita.
La suora affogata
Poi mia sorella
fu trasferita a Roma, nel collegio delle suore Benedettine in via Maffeo
Vegio a Montemario, da dove
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scappò nel 1952. Quella fuga non fu presa bene in casa e in paese.
Ormai mancava poco a Ivana per prendere i voti. A Montemario
era già novizia e aveva assunto il nome di suor Elena. La condusse a Marta un
certo Gastone e la fuga dal collegio passò per fuga d'amore, ma, come poi
vedremo, non fu così. Non avendo con
chi confidarsi (i miei genitori non l'avrebbero capita, Veris aveva rimosso la
sua storia e non l'avrebbe rivangata con la sorella, Mariella era ancora chiusa in
collegio a Montemario), Ivana si sfogava raccontando
a me la sua vita monastica, durante le lunghe passeggiate che facevamo sulla
riva del lago. Quello trascorso
al convento di Montefiascone, raccontava, fu il periodo più terribile per lei,
ragazza sedicenne, costretta all'isolamento. Unico contatto era suor Marcellina.
A Ivana era negato persino di incontrarsi e di giocare in giardino con le sue
coetanee. Le era consentito di recarsi in giardino solo quando non c'era
nessuno.
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Una sera, seduta sul bordo della fontana in mezzo al giardino,
stava dialogando con il firmamento. Quando è sereno, il cielo da quelle
parti è un immenso schermo fra i più belli d'Italia. Per chi lo sa
leggere, ha le costellazioni lì, a portata di mano, limpide. Chi ama
fantasticare, può penetrarlo fino a oltrepassare le stelle più
fioche e lontane, per immaginare mondi diversi, più evoluti e più
giusti. Amava trascorrere così la sua ora all'aperto, mia sorella Ivana,
costretta a promettersi sposa di Gesù. Sotto lo stesso cielo, dieci
chilometri più a valle, dove l'acqua del lago lambisce quasi le case, le
sue coetanee a Marta forse si rincorrevano con i ragazzi in quei
giochi non più da bambini, ma comunque innocenti. Di solito si
divertivano a prendersi in giro e poi ridevano insieme. Ridevano
insieme. Lei aveva come sole amiche le stelle e quella sera anche
la luna. Con loro fantasticava, desiderando di volare fino a
raggiungerle. Lei e Veris mi avevano
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insegnato una filastrocca che si recitava scrutando il faccione della
luna piena: <<Vedo la luna, vedo le stelle, vedo
Caino che fa le frittelle, vedo la tavola apparecchiata, vedo Caino che
fa la frittata>>.
Io ero convinto che lassù ci fosse
veramente Caino con le sue frittelle e la tavola apparecchiata. Non
riuscivo a intravedere la scena, nonostante aguzzassi lo sguardo fra gli
occhi, il naso e la bocca della luna. Ma se i grandi la vedevano vuol
dire che loro sapevano guardare meglio di me. E forse anche Ivana
ci credeva ancora.
Il silenzio del
giardino era rotto dallo scroscio vellutato dell'acqua che scendeva nella vasca
come un sommesso chiacchiericcio fra comari. Ivana si divertiva a schiaffeggiare
l'acqua per entrare in quel chiacchiericcio. Poco al disotto del
pelo dell'acqua toccò qualcosa di metallico. Era un crocefisso, lo afferrò e
dietro al crocefisso venne la corona e dietro alla corona una tonaca nera. Bocca
aperta e due occhi sbarrati. Il corpo di una monaca affogata.
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Terrorizzata,
corse da suor Marcellina, che la riaccompagnò subito nella sua cella. Della
suora affogata non se ne seppe più nulla. Non si fecero funerali. Non se ne
parlò mai in convento. Una notte le
venne in sogno un uomo. Era un contadino di Marta che lei conosceva vagamente
per averlo visto nelle processioni trasportare sulle spalle la statua della
madonna. Nel sogno le apparve sull'uscio del convento, in fondo alle scale,
mentre la chiamava con insistenza:<<Scappa da questo convento, Ivana, corri,
vieni via con me!>>.
Raccontò il sogno a suor Marcellina e, chissà perché, le sembrò che le sue
parole avessero scatenato un terremoto. Stranamente, contro ogni regola di
clausura, la domenica successiva dettero il permesso ai miei genitori di
condurla a Marta, dove apprese che quel contadino era morto proprio la stessa
notte in cui era venuto a trovarla in sogno. Accompagnata dalla mamma
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e dal babbo, fu condotta in visita alla
vedova, che le mostrò una foto
del marito ritratto durante una processione, con la
madonna sulle spalle. Le chiesero se fosse l'uomo venutole in sogno. <<Sì, è
proprio lui!>>. Ivana lo riconobbe e svenne.
Non si sa per quale
ragione dopo poco tempo fu trasferita nel collegio di Montemario. Era un collegio gestito dalle suore Benedettine per figlie di
famiglie benestanti. La retta era di 30.000 lire al mese, l'equivalente dello
stipendio di mio padre. Eppure, su richiesta dei miei genitori, nel 1950 il
collegio accolse gratuitamente Mariella, la minore delle mie sorelle, che lì
iniziò la scuola elementare. Ivana, che ora si chiamava "suor Elena", non era
segregata come a Montefiascone. Al collegio lavorava come tutte le altre, anche
a servire i blocchetti di tufo ai muratori che stavano ristrutturando le stalle.
Mi raccontò che in fondo alle stalle fu eretto un muro per nascondere cosa c'era
al di là: un magazzino pieno
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di ogni ben di dio.
Un giorno fu chiamata a sostituire una
delle suore incaricate per la spesa, costretta al letto dalla febbre. A
bordo di una Lancia Ardea, guidata da una spericolata sorella
benedettina, andò a fare provviste per Roma insieme ad altre due suore.
Ci rimase male, quando si trovò a fare il giro degli ospedali romani per
la raccolta del pane avanzato ai malati. Le suore dicevano alle
infermiere che quel pane serviva per fare il pastone ai maiali. Ivana
sapeva invece che finiva nel pentolone del brodo, servito poi alla
mensa delle studentesse.
La signorina Carlomagno
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Montefiascone aveva avuto suor Marcellina, come unica confidente, a Roma
una certa signorina Carlomagno. Una spilungona segaligna, sui 30 anni, che
diceva di trovarsi nel convento di quel collegio perché aveva perduto il
fidanzato, del quale conservava la foto in un medaglione, che le era permesso di
tenere appeso al collo. Amava esercitarsi nell'equitazione. Il collegio infatti
era dotato di un maneggio, con cavalli di
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razza e
di un parco per galoppare.
Lei diceva di appartenere a una nobile famiglia, discendente diretta del re
Carlo Magno. Andava in mensa portandosi dietro le sue posate d'argento, dove era
incisa l'effige del grande antenato. A Ivana diceva di voler scrivere un libro
sulla sua vita di veggente e prendeva appunti su tutte ciò che riusciva a
scucirle dalla bocca, solitamente avara di risposte sull'argomento.
Ciononostante riuscì a conquistarne la fiducia e a farsi trattare come un'amica.
Una volta la chiamò per dirle:<<Suor Elena, tu oggi sei entrata nella mia
stanza.>> <<Sì, è vero>> rispose mia sorella <<sono entrata per prendere un
libro, ma tu come fai a saperlo?>><<Guarda qui>> le disse, avvicinando una
grossa lente alla maniglia della porta <<Queste sono le impronte delle tue dita.
Nessuna persona ha le righe dei polpastrelli uguali a un'altra>>. Allo stupore
della ingenua novizia, la Carlomagno spiegò che quella era una tecnica della
polizia americana e che gli americani avevano inventato tante altre cose.
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<<Per esempio>> disse <<ti soffiano una
minuscola freccetta del diametro di un capello dietro all'orecchio e poi
da lontano sono in grado di farti fare ciò che vogliono loro.>>
De Gasperi
Alla festa annuale
del collegio veniva allestito uno spettacolo, nel quale recitavano insieme
studentesse e novizie. Le famiglie delle ragazze erano invitate e i miei
genitori, che di figlie in quel collegio ne avevano due, partecipavano con il
resto della famiglia.
Era una domenica di
carnevale, ricordo e per le strade di Roma si vedevano passare damine,
principesse, piccoli cow boys in maschera e ragazzi che strombazzavano
lanciandosi coriandoli. Mi sembrava di essere nel paese di Bengodi, quello del
libro di Pinocchio, che la maestra ci leggeva a puntate nell'ultima mezz'ora di
scuola. Io avevo soltanto una scimitarra. Me l'aveva regalata Dario, il
figlio dello zio Umberto Guidoni, che passammo a salutare. Dario aveva una
libreria-cartoleria, con tanti giocattoli. Io ero
orgoglioso di avere un cugino così importante a
Roma.
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Quando entrammo nel
collegio a Montemario, ci venne incontro una billa (tacchino detto alla
martana) maestosa, mai vista prima. Più tardi Mariella mi disse che si
trattava di un pavone. Si avvicinava a noi per
mostrarci meglio la ruota della coda sfolgorante di colori. A Roma era tutto
più grande e più bello. Le case, le strade, i giocattoli e persino le "bille"
non erano come quelle di Marta.
Anche gli invitati che stavano affluendo per la
festa non erano come la gente di Marta. Non sembravano operai, contadini o
pescatori. Avevano tutti una carnagione bianca levigata, come quella dei preti. Fra gli ospiti
c'era anche il capo del governo, Alcide De Gasperi.
Suor
Elena (Ivana) si esibì fra le collegiali, cantando alcuni brani di opere
liriche. Aveva una bella voce mia sorella, forse da soprano o mezzosoprano.
Nella Mimì della Boheme e nella Violetta della Traviata, sembrava che
cantasse sé stessa. Il palcoscenico le dava l'occasione per tirare fuori tutta
l'angoscia che aveva dentro.
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E era bella, con i suoi capelli sciolti,
senza la cuffietta monacale, con i suoi occhi castani dallo sguardo
dolce, vero, profondo. E l'ovale del volto mediterraneo.
Finita la recita fu
subissata di applausi e le sue gote pallide si colorarono improvvisamente di
rosso. Non si aspettava tanto calore di pubblico.
Fu avvicinata da De
Gasperi, che si complimentò con lei e si mostrò interessato alla sua storia di
veggente (chissà chi lo aveva informato?). Quella storia era diventata per Ivana
un vero e proprio incubo, che le stava rubando i migliori anni della gioventù e
voleva soltanto dimenticarla.
Un signore che
stava sempre a fianco a De Gasperi, insisteva nel farle domande, perché
asseriva di volere scrivere un libro sulla sua vita. Il fatto che più persone
fossero interessate a scrivere un libro sulla sua vita, la infastidiva. Da quando fu portata via da Marta non aveva avuto più apparizioni e
questa era
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l'unica consolazione. Ma le persone che la
circondavano non le davano il tempo di rimuovere
i ricordi. L'uomo, che si era
presentato come il segretario di De Gasperi, notando l'imbarazzo della giovane,
forse pensò non fosse quello il momento adatto per fare interviste e le promise
di ritornare un altro giorno. Infatti tornò alla carica ancora una volta, quando
De Gasperi venne a inaugurare il nuovo padiglione del collegio, con il giardino
e le stalle. Anche quella volta
Ivana riuscì a sfuggire alle domande di quel segretario troppo curioso. Non
evitò però quelle della signorina Carlomagno, che una volta ottenuto quanto
voleva sapere, si diede da fare per aiutarla ad evadere dal collegio.
La fuga
Gastone, il capomastro della squadra di muratori padovani addetti alle
ristrutturazioni, aveva le chiavi della porta carraia e poteva entrare e uscire
dal collegio a qualsiasi ora. Fu scelto come complice.
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Un sabato
sera della primavera 1952 Gastone prese con sé l'emozionatissima suor Elena, già
pronta ad aspettarlo, con le poche cose sue in un sacco, vestita con un
giacchetto di lana su una lunga gonna. Abiti troppo grandi, procurati per lei
dalla Carlomagno. Giunse così a Marta. Ai miei genitori Gastone raccontò la
verità che sapeva: che Ivana non voleva farsi monaca, che si era ammalata e che
una sua amica molto influente lo aveva pregato di ricondurla a casa. Quella
notte dormì nella mia stanza. Il giorno dopo pranzò con noi poi se ne andò e non
lo abbiamo più rivisto.
L'avvenimento suscitò la curiosità morbosa dei paesani. Come mai Ivana, quasi
monaca, quasi santa, era tornata a casa con un uomo? E si dettero subito la
risposta: "E' stata una fuga d'amore". Mia madre, che ci teneva a non sfigurare
più di tanto all'occhio della gente, assecondò suo malgrado quella motivazione.
Parlava di questo Gastone, geometra, persona a modo e benestante, che era andato
a Padova per dare la notizia del fidanzamento ai genitori. Ma
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in casa non faceva altro che rimproverare Ivana per aver tradito le suore e la famiglia. Dopo un po' che i
paesani non vedevano tornare Gastone, la mamma fece correre la voce della
sua morte in un incidente vicino a Padova.
Certo, Ivana non si aspettava di
essere accolta in casa con entusiasmo, perché aveva maturato la convinzione di
essere stata sacrificata alle ambizioni di chi la voleva santa a tutti i costi.
Per ignoranza, non per fede, i genitori avevano accolto di buon grado
l'opportunità di farle prendere i voti. Forzando la sua volontà, l'avevano
inoltrata nel convento di clausura, dove si entra per rinunciare al mondo. A
Montemario, dove avrebbe potuto stare meglio che a Montefiascone, veniva invece
sfruttata nei lavori più faticosi. Quando andammo a trovarla a Roma aveva
provato a mostrarci le vesciche alle mani, provocate dal duro lavoro di
manovalanza. Ma i miei genitori non captarono il suo grido di dolore e tantomeno
presero in considerazione l'ipotesi di riportarla a casa. Adesso però era
lì. Avrebbero dovuto ascoltarla.
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pag.26-
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Lei aveva tante tristezze da
raccontare. Aveva bisogno di piangere fra le braccia della mamma.
Niente, neanche una carezza. Fu un ritorno del "figliol prodigo" alla
rovescia. Ma doveva ancora
arrivare il peggio.
La chiusura della Grotta
Nella seconda metà
di giugno venne a Marta la signorina Carlomagno. Era alta e asciutta, forse
anche troppo asciutta. Aveva il seno piatto e, se non fosse stato per la voce e
i capelli biondi arricciati con la messa in piega alla Kim Novak, avrei potuto
scambiarla per uomo. Ero ancora alle colonie a Montefiascone, quando venne a
trovarmi insieme a Ivana. Mi portò in regalo un giornalino a fumetti con i
fotogrammi di un film di Tarzan. Protagonista John Weissmuller, il mio eroe
preferito. Mostrò così di sapere quali fossero i miei gusti.
Dove
fossero andate e di cosa avessero parlato quel giorno le due ex novizie io non lo
so. So invece quello che la Carlomagno disse a Ivana la settimana
|
successiva, quando ritornò da Roma.
Anche
quella volta aveva un regalo per me. Avendo saputo della mia passione per il
disegno, mi regalò un pantografo di legno. Io lo accettai con curiosità, ma non
l'ho mai usato, perché ero abituato a copiare gli oggetti da disegnare a mano
libera. Copiare i disegni con il pantografo veniva da me considerato come un
sotterfugio meschino.
Ci trovammo alla
Passeggiata, sul lungolago. Io accompagnavo Ivana, mentre la Carlomagno parlava
a bassa voce di cose che ritenei fossero di estrema importanza, viste le
espressioni dei loro volti. Mia sorella, più pallida del solito, sembrava avesse
la pelle disidratata, tanto era tesa. La sua amica le consegnò una grande busta
bianca con la stessa cura che si usa per le cose preziose. Le disse di portarla
ai Carabinieri senza fermarsi a parlare con nessuno. Assolutamente nessuno.
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pag.27-
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Appena cominciò a
leggere il primo dei fogli contenuti nella busta, il Maresciallo divenne scuro
in volto, fece sedere Ivana e chiamò l'Appuntato alla macchina da scrivere. Io
fui accompagnato fuori dalla porta e non udii di cosa si parlasse in quella stanza. Ma
il contenuto del discorso deve essere stato molto importante, se alla fine il
Maresciallo, uscendo dall'ufficio con mia sorella, le mise una mano sulla spalla
e disse con tono grave: <<Mi raccomando, chiunque dovesse trattarti male, fosse
pure tuo padre, vieni subito da me.>> Aveva tanto bisogno, Ivana, di un gesto
paterno, in quei giorni. Quello del Maresciallo fu l'unico che ricevette.Arrivarono a Marta
camionette e autoblindo, cariche di militari in assetto di guerra. La Grotta fu
chiusa e sigillata. Contemporaneamente il Vescovo
|
ordinava il divieto di culto alla Madonna della
Grotta.
Ivana entrò in un girone d'inferno. Fu additata dalle
beghine del paese come una donnaccia. La incolpavano di aver fatto chiudere la grotta.
Venivano sotto le nostre
finestre a gridare: <<Puttana! Troia!>> E mia madre, anziché cacciare via la
canea, si strappava i capelli: <<Disgraziata!>> diceva
strozzando la voce per non farsi sentire fuori, con le vene del collo che le si
gonfiavano e gli occhi fuori dalle orbite <<Lo vedi cosa hai combinato! Come
facciamo adesso a guardare in faccia la gente?>> Mio padre, che quando non era
di turno alla Cartiera, era al bar a giocare a carte, non voleva sentir parlare
di queste cose in casa. Ma non aveva mai provato a capire il dramma della
figlia.
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pag.28-
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Ivana
non aveva con chi sfogarsi e neanche la mia fedeltà poteva esserle di sollievo,
perché in fondo ero un ragazzino di dieci anni, che non capiva bene cosa stesse
succedendo. Il vulcano che la dilaniava dentro alla fine esplose in lei e
la condusse vicina alla morte. Diventava sempre più pallida e taciturna. Le
crebbero due grossi ascessi bluastri sotto le ascelle, che curava in casa con
impacchi di semi di lino, secondo le prescrizioni di un guaritore del paese.
Quando i miei genitori si decisero a farla ricoverare, dall'incisione di quegli
ascessi fuoriuscì una gran quantità di liquido maleodorante. I medici dissero di
averla salvata in tempo. Ma i reni ne soffrirono al punto che le si ammalarono.
Più avanti, sposata e stabilitasi in Germania, le si prosciugarono.
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Dovette ricorrere alla dialisi, finché
ottenne il trapianto, in età avanzata, in una clinica di Francoforte.
Gli anni che vanno
dal 1948 al 1952 furono cancellati dalla memoria della nostra famiglia. Sulle
vicende delle apparizioni fu posta una pietra tombale. Non se ne parlò più.
Abbiamo rimosso 5 anni della nostra vita. Ivana e Veris nel 1961 emigrarono in Germania.
Un anno più tardi io mi arruolai in Marina e poi imbarcai sulle navi mercantili.
Nel 1963 i miei genitori lasciavano la casa di Marta per trasferirsi a Viterbo, dove
Mariella aveva trovato lavoro alla Upim.
Siamo tutti fuggiti
da qualche cosa, ma da che cosa non ce lo siamo mai chiesto.
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Una storia vera
di Augusto Guidoni
- Capitolo 3
Indice del capitolo 3:
1962 -
Giulio -
l'Isola Martana -
Grazie Giulio!
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Pag. 29
1962
Il cielo era già
buio, quando riemersi in coperta dalla sala macchine. Pioveva che non si vedeva
un accidenti, ammesso che fuori ci fosse un accidenti da vedere. Acqua sopra,
acqua sotto e un mare forza 7, che faceva danzare il Robusto, rimorchiatore
d'alto mare, costruito per far fronte a tutte le intemperie. Ma non c'è nave che
tenga, quando il mare è grosso. Feci la doccia, cenai e andai a coricarmi. Il
prossimo turno cominciava alle quattro del mattino. Il mio posto era al terzo
piano del castello di brande sulla paratia a dritta. Il punto migliore per danzare
con la nave. Verso mezzanotte sognai di essere fra i vicoli di Marta antica. Uno
stormo di avvoltoi stava volteggiando attorno alla casa di Giulio, l'amico
filosofo.
<<Dove ci sono gli avvoltoi, c'è
qualcuno che muore>> |
pensai e un'angoscia improvvisa mi fece
svegliare. Strano come a volte si combinano le vicende oniriche con quanto avviene nella
realtà.
Forse fu lo schianto di un
beccheggio più forte degli altri a destarmi, ma contemporaneamente il sogno mi
aveva fornito in anticipo la giustificazione del risveglio: un improvviso
presagio di morte. Chi non ha mai provato esperienze simili? Non so, stai
sognando di guidare la macchina, ti viene incontro un veicolo contromano,
lampeggi, suoni il clacson, cerchi di evitarlo, ma quello ti viene addosso con
un botto tremendo e ti svegli di soprassalto. Scopri poi che lo schianto non era
dovuto allo
scontro fra due macchine, ma alla finestra della camera sbattuta dal vento.
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pag. 30
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Altri
esempi si possono fare, ognuno ne avrà da raccontare. Il tempo di
riaddormentarmi e ripresi lo stesso sogno. Gli avvoltoi stavano stringendo
il loro cerchio sopra il tetto della casa. Uno più nero e più grande degli altri
si era già posato sulla finestra e sbatteva le ali nel tentativo di entrare
dentro. No, questa volta non c'entrava il beccheggio della nave. Mi svegliai tutto
sudato e l'angoscia mi rimase dentro a lungo.
La sera del secondo
giorno successivo al sogno, scese in macchina il direttore.
Mi chiese se andava tutto bene <<Con questo tempo sono tutti in branda>> mi
disse.
Poi mi propose:
<<Ti piacerebbe andare in licenza?>> "E' ubriaco", pensai. Infatti il
Capo
macchina ci andava giù forte con il Fundador. Aveva la bottiglia sempre a
portata di mano. |
<<Eh, sì>> fu la
risposta che riuscii a dargli, mentre gongolavo dentro di me, come chi trova per
terra il biglietto vincente della lotteria. <<Domattina, quando arriviamo alla
Spezia, preparati, che avrai la licenza già firmata. Vanno bene quindici
giorni?>> A una domanda così
non c'è bisogno di rispondere.
Fu soltanto mentre
stavo sbarcando con lo zaino e la chitarra a spalla, che seppi la motivazione di
quell'improvvisa licenza. <<Vai a posare la chitarra,>> disse il direttore <<Non
è una vacanza>> e mi porse il foglio del telegramma che teneva in mano: "Concedere licenza
per disgrazia in famiglia al marinaio Guidoni Augusto" c'era scritto "Il
Ministro della Difesa Giulio Andreotti".
A
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pag.31
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Giulio
Dalla Spezia a
Tarquinia in treno, da Tarquinia a Tuscania e da Tuscania a Marta in autobus,
feci un viaggio con il cuore in gola. Non esistevano cellulari a quell'epoca e
poche case, le più agiate, avevano un telefono. Pensavo al babbo, che per la sua
bronchite cronica doveva ricoverarsi periodicamente all'ospedale di Viterbo.
"Forse questa volta non ce l'ha fatta" mi dicevo "o forse si tratta della mamma,
con il suo mal di fegato". (Mia madre si era convinta e ci aveva convinti di
essere malata di fegato, per un'estrazione di calcoli alla cistifellea che aveva
subito a trent'anni).
Giunto a casa trovai
tutti in buona salute e stavo per esultare di gioia, quando mi dissero della
morte di
|
Giulio,
l'amico filosofo al quale ero affezionatissimo. Paraplegico dall'età di dodici
anni si trascinava per la casa su una sedia di legno dalle gambe segate a metà, che
manovrava oscillando con il corpo a destra e a sinistra, mentre dirigeva il
movimento con l'aiuto delle mani, diventate robuste in quel gioco di sollevare e
spingere il piatto della sedia.
Lo conoscemmo così con
i miei amici, quando andammo a trovarlo per la prima volta. Frequentavamo il Centro
di Lettura, che il maestro Fulvio aveva trasformato in ritrovo serale per
giovani e meno giovani, dove, fra una lettura e una discussione culturale,
c'erano spazi anche per la recita di poesie e per qualche concertino a base di
chitarra, mandolino e armonica. Contadini, operai e pescatori, piuttosto che al
bar o all'osteria, amavano trascorrere così le serate. Si potevano avere libri
in prestito e ad ogni libro era allegata una scheda dove il lettore poteva
scrivere le sue impressioni sul contenuto e sull'autore del testo.
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Molte di quelle schede
tornavano indietro compilate da un lettore che non frequentava il Centro.
Ma erano di una tale bellezza, che spesso il maestro Fulvio ce le leggeva ad
alta voce. I commenti contenevano una vena filosofica e ci sentimmo spinti a
conoscere meglio questo interessante personaggio. Insieme a 4 amici, andai a
trovarlo.
La casa di Giulio
sovrastava la piazzetta dove si giunge salendo l'antico vicolo a larghi
scalini che dalla chiesa parrocchiale va in direzione del "Castello". L'uscio
di casa si apriva sulla scala esterna in pietra, tipica architettura dei borghi medioevali.
Per 28 anni era stato l'unico suo osservatorio sul mondo reale.
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l'Isola Martana
Ci autotassammo
in quattro, per comprargli una carrozzella usata, poi glie ne arrivò una tutta
nuova dal Ministero dell'Istruzione, tramite il Centro di Lettura. Così poté
uscire verso spazi più aperti. Il paese, la campagna, il lago. Rivide
l'uliveto dove all'età di dodici anni rimase paraplegico per una brutta caduta.
Ce lo portammo dietro nelle nostre scampagnate e persino all'isola Martana, che
aveva sempre desiderato vedere da vicino. Noi ragazzi eravamo abituati a
penetrare l'isola dal lato nord, dove la caldera emerge ripida sull'acqua per
più di settanta metri d'altezza. Lì i feroci cani del Professor Vitaliano, l'ex
gerarca fascista padrone dell'isola, non potevano arrivare, perché vi si
accedeva soltanto in barca oppure a nuoto.
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Raggiungevamo le rovine del castello che si staglia a picco sulla
sommità della caldera, tramite un passaggio segreto. Era il traforo
della regina Amalasunta, che partiva da un angusto
pertugio nascosto fra la vegetazione rupestre, per allargarsi in una ripidissima
scalinata, scavata quasi in verticale in una fenditura della roccia.
Amalasunta, vedova
di Eutarico, era figlia di Teodorico il Grande. Alla morte del padre, avvenuta
nell'anno 526, il regno dei Goti fu ereditato dal giovane Atalarico, che
regnò sotto la reggenza della madre Amalasunta, fino alla prematura
scomparsa, nel 534. Amalasunta, poco amata dai nobili goti, teneva invece buoni
rapporti con l'Imperatore Giustiniano di Costantinopoli. Per avere un uomo
accanto a sé, scelse come compagno Teodato, duca di Tuscia,
l'ambizione del quale però le fu fatale.
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Fu relegata
nell'isola Martana, dove visse per un
certo tempo prima del suo assassinio, nel 535 d.c., commissionato da Teodato
stesso. Una leggenda popolare vuole
che la regina avesse con sé un tesoro, nascosto da qualche parte
dell'isola. Nessuno lo ha mai trovato, ma in tanti ci siamo cimentati alla
ricerca, esplorando ogni anfratto. Le scalate all'isola Martana sono state
le avventure nostre preferite. Le raccontavamo a Giulio, nelle gioiose
serate trascorse insieme. Lui partecipava con i suoi consigli, perché di quel
tesoro ne aveva sentito parlare anche lui fin da bambino. Pure Piero glie ne
parlava, il pescatore che abitava dirimpetto. Era di una agilità felina e non
trascurò di esplorare i punti più difficili da raggiungere, ma alla fine
Piero la smise di rischiare l'osso del collo per quel tesoro che, secondo i suoi
sospetti, forse se lo erano "fregato i preti".
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L'isola è un'oasi
naturale, difesa dall'asprezza del suo territorio vulcanico, tutto scogli e
dirupi, nascosti a malapena da chiazze di vegetazione spontanea. La zona
abitabile è quella centrale, rivolta verso Marta. C'era la villa del
professore e il giardino, con la sua fontana di acqua ferruginosa, che dicevano
facesse bene alle ossa. Costeggiando con la barca verso nord ovest, ci sono dei
faraglioni che nulla hanno da invidiare a quelli di Capri, se non che quelli
dell'isola Martana sono dominati dai gabbiani, invece che dai turisti. Dal lato
opposto, a sud est, fra le piante di aloe abbarbicate alle rocce e un
rado canneto bagnato dal lago, c'era quello che io chiamavo il regno
delle farfalle.
Era il mio eremo, dove amavo trascorrere
qualche ora di relax dopo le lunghe nuotate dalla spiaggia
di Marta all'isola. Coricato sulla pietra calda, ascoltavo il
sommesso sciabordio dell'acqua che s'insinuava fra le canne, |
schiaffeggiava quasi affettuosamente
gli scogli, per ritirarsi appena un attimo e tornare a giocare con la riva. Eleganti farfalle dalle ampie ali multicolori
svolazzavano qua e là, posandosi ogni tanto su qualche fiore giallo e poi
salivano su su, lungo la roccia a picco, sfioravano le grasse pale degli aloe e
planavano in giù per mostrarsi più vicine in tutta la loro bellezza. Non ero un
esperto di lepidotteri, ma credo che fra di esse ci fossero delle vanesse e ce
n'erano anche di più belle. Mi auguro soltanto che a nessun collezionista di
farfalle sia stato mai permesso lo sbarco su quel fazzoletto di paradiso.
Peccato che Giulio
non potesse accedere fisicamente nei nostri angoli preferiti, ma sbarcò comunque con noi nella
parte abitabile dell'isola, dove fu accolto volentieri dal Professore, avvisato
da Santino, il
pescatore guardiano dell'isola, che si era anche premurato di allontanare i
cani.
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Il Professore era
un amante della pittura classica e detestava l'arte moderna. Intavolò con
Giulio un discorso sull'argomento che li appassionò entrambe. Certo, Giulio
avrebbe desiderato vedere i dipinti di Raffaello, che si diceva fossero nella
villa, ma la confidenza del Professore non giunse fino al punto di farci entrare
in casa.
Grazie Giulio!
Erano sempre belle
le ore trascorse in compagnia di Giulio, che sapeva ascoltare e anche darci
lezioni di vita.
Una sua massima, che ricordo meglio di ogni altro
insegnamento, è questa:<<L'importanza sta più nell'andare, che nell'arrivare.
Nell'angoscia di raggiungere una mèta, trascuriamo spesso quello che ci passa
davanti agli occhi.>> Detta da uno
come lui, che con le sue gambe non poteva andare da nessuna parte, questa frase
faceva veramente riflettere sul senso della vita.
In poco tempo ci
legò un affetto profondo a questo uomo intelligente,
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buono, altruista. La sua religiosità non era bigotta, ma semplicemente naturale. La esternava come se lui fosse un vecchio amico di
Cristo, del quale condivideva vita e pensiero. Spesso nei portatori di handicap
subentra un meccanismo di autodifesa che li rende o quantomeno li fa apparire
piuttosto egoisti. Per Giulio non valeva lo stesso discorso. La sua superiorità
intellettuale compensava la minorazione fisica.
Gli occhi dallo sguardo arguto e calmo sotto la spaziosa fronte, dicevano
all'interlocutore chi fosse il padrone della situazione. Lo capimmo subito,
nelle argomentazioni teologiche, filosofiche o sulla vita di tutti i giorni. Ma
soprattutto (e questo ci
faceva rabbia) nelle partite a dama. Se non stavi attento andava a dama in tre
mosse e se stavi attento potevi perdere dignitosamente. Quante serate abbiamo
passato, ragazzi e ragazze in quella casa antica e povera, ma ricca di cose che
non puoi trovare facilmente altrove, prima di tutte l'amicizia vera.
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Parlavamo,
discutevamo dei nostri problemi e lui, che problemi sembrava non avesse,
aveva soluzioni per ogni nostro assillo. Qualche volta allestivamo una
cenetta e sempre c'era una chitarra a portata di mano.
Davanti alla sua tomba al cimitero
chiesi ai miei amici come fosse morto.
Aveva avuto un blocco renale, perché gli si era pietrificata la vescica.
Il dolore doveva essere atroce, ma quella notte, prima di morire mi
aveva pensato. Disse scherzando a Mario:<<Chissà cosa starà facendo
adesso l'Ombrellaio? (mi chiamava così a volte, dopo l'ultima canzone
che avevo composto, intitolata appunto "L'ombrellaio").>> Furono le sue
ultime parole. Sul Robusto, con il mare in tempesta, negli stessi
istanti io sognavo gli avvoltoi che volteggiavano attorno alla sua casa.
Tornato a bordo ebbi la sgradita sorpresa. Il
ministero della Marina aveva raccolto informazioni sulla motivazione
della licenza concessami dal Ministro della Difesa e scoprì la verità.
Il maestro Fulvio, per farmi partecipare ai funerali dell'amico Giulio,
aveva fatto una telefonata ad Andreottti, personaggio politico di |
casa da quelle parti, che
fece spedire il radiogramma sul Robusto.
Eravamo in
navigazione per la consegna delle bombole di acetilene ai fari delle isole
Termiti, la notte in cui Giulio stava morendo. Il Direttore di macchina, che
all'indomani mattina lesse
"disgrazia in famiglia"
sul radiogramma, mi tenne nascosta la notizia per tre giorni, fino al ritorno
della nave all'Arsenale della Spezia. Non voleva sapermi preoccupato durante i
turni di navigazione. Nessuno poteva ora convincerlo di non essere stato preso
per i fondelli.
"Il massimo di rigore (un mese di prigione) con sospensione
di ogni permesso per sei mesi", fu la richiesta del ministero della Marina al
Comando della Spezia, perché la morte di un amico non veniva considerata
disgrazia in famiglia. Soltanto la concomitanza con l'amnistia di Santa Barbara,
mi salvò dall'esecuzione della punizione. Ma sui miei fogli matricolari restò
impresso il timbro "C. E." (Cattivo Elemento). Tutti i conduttori macchina
andarono in congedo con il grado di sergente, io con quello di marinaio in
seconda.
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Augusto Guidoni

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