Una storia vera

 

Una storia vera  di Augusto Guidoni - cap.1 Successiva

Indice:

Capitolo 1:

-1970

-La Cartiera

-Giovannino

-I pericoli

-Il Babbo

-I tedeschi

-La guerra

-Marta

Capitolo 2:

-1948

-Lampi di luce

-Anche Ivana!

-La folla

-L'impronta del tappo

-Estasi controvoglia

-Clausura

-La suora affogata

-La signorina Carlomagno

-De Gasperi

-La fuga

-La chiusura della Grotta

Capitolo 3:

-1962 - Giulio

l'Isola Martana

 -Grazie Giulio!

Capitolo 4:

-In cerca d'Imbarco

-Il Previdence

-Cipro

-Mitragliati!  

-L'avaria  

-Sbarco in massa  

-Il compleanno di Felipe  

-La sbornia

Capitolo 5:

-Il pollo

-Casablanca

-Ghana

-Odessa

-Stolbovaja

Capitolo 6:

-Kwame Nkrumah

-Egoismo

-Mamma Mathelda

-Juliana

-Il Golpe

 Capitolo 7:

-Ex marittimo

-Alta tensione

-Tutto in un attimo

-Sete di sapere

-1987

-Transfert

-La Madonna del Monte

 

pag.1-

Introduzione

La mia storia ha inizio il giorno in cui raggiunsi la soglia dell'Al di là, riuscendo a sfuggire all'abbraccio finale della morte. Il più bel giorno della mia vita.

              

1970

Come un insetto caduto nella ragnatela, rimasi invischiato in quella trappola mortale, con la mano destra attaccata ai cavi dell'alta tensione e la sinistra appiccicata alla lunga scala metallica appoggiata al muro. All'inizio cercai rabbiosamente di staccarmi, ma non riuscivo a scollare nessuna delle due mani. La sinistra sembrava fosse saldata alla scala e la destra, piuttosto che ubbidire alla mia volontà, mi tirava verso l'alto, catturata da un campo magnetico che sembrava risucchiare tutto il mio corpo. La mia pelle, le mie ossa, le mie viscere vibravano  con la stessa frequenza della corrente che le attraversava, mentre

 

un ronzio alternato martellava le mie

tempie. Mi venne da pensare (si, riuscivo a pensare!) a due miei compaesani, due elettricisti, morti fulminati anni addietro. Uno si chiamava Augusto come me. Non volevo fare la stessa fine. Cercavo disperatamente di liberarmi, ma la lotta che stavo facendo era tutta interna ai miei pensieri. Non poteva essere lotta fisica, anche se credevo di reagire con tutte le mie forze. Quella potenza invisibile aveva neutralizzato ogni muscolo, scollato ogni nervo dalla  volontà. Ero ormai alla consapevolezza della fine, quando un lampo di luce bianchissima squarciò il buio che mi avvolgeva e contemporaneamente passarono davanti a me le immagini di tutta la mia vita.  Un film lungo 28 anni, nel breve attimo che separa la vita dalla morte.

 

 

A capo

pag.2-

            La Cartiera

Sulla strada che porta a Tuscania, ai confini della Maremma romana, a tre chilometri  dal lago di Bolsena, se si volge lo sguardo verso l'angusta valle del fiume Marta, si può vedere una vecchia fabbrica diroccata. E' ciò che resta della Cartiera, quella che fu l'unica industria di Marta. Quel luogo, oggi spettrale, è stato il primo ambiente che mi ha accolto alla vita. Quando scendo da Milano per vacanza o per altre ragioni e mi capita di passare da quelle parti ( sempre più raramente, purtroppo) sento una stretta al cuore. Lì ho mosso i miei primi passi, ho sentito i primi odori, i primi rumori. Lì ho rincorso le prime farfalle, che non si facevano mai prendere e le lucertole, immobili al sole, ma scattanti  appena mi avvicinavo. Le coccinelle invece si facevano prendere. Dalla mano salivano su, su, lungo il braccio.

Ivana, la maggiore delle mie sorelle, conosceva una formula magica che sussurrava dietro alla coccinella (nel dialetto martano la coccinella viene detta rondinella): "Rondinella, rondinella, insegnami la strada di Toscanella" e prima di raggiungere la spalla, la piccola amica spiccava il volo in direzione del fantastico paese di Toscanella.

Collocata fra il fiume, la macchia e le cave di pietra, la Cartiera, con il suo aspetto tenebroso, offriva sensazioni forti per un bambino che si affacciava a quel mondo con la purezza delle sue curiosità. Fra i primi odori che ho respirato ci sono quello intenso del finocchio selvatico e quello delicato dei papaveri. Il profumo di mentuccia, l'odore della paglia secca alla trebbiatrice e quello della paglia macerata per fare la carta.

 A capo

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 E l'odore acre dell'acido cloridrico, usato per la pulizia delle reti metalliche. Ancora oggi, se giunge al mio naso un'esalazione di acido cloridrico, provo una strana sensazione di familiarità. Forse perché alla Cartiera ci ho anche lavorato come operaio, dall'età di 16 anni fino all'arruolamento in Marina, a poco meno di 20 anni. In quel luogo ho ascoltato le prime melodie: il canto dell'usignolo  primeggiava su quello di tutti gli altri uccelli. Il verso della cicala, insistente e soporifero nelle ore di calura. Le serenate del trio notturno, composto dal grillo, il gufo e la civetta. Il babbo aveva un mandolino, ma ci faceva sempre la stessa canzone.

Giovannino

Abitavamo al piano terra della palazzina padronale, occupata al lato opposto dalla famiglia di Giovannino, un operaio che come mio padre non era nativo del luogo. Al piano superiore c'era la famiglia del 

signor Dante, unico dei quattro fratelli toscani proprietari della Cartiera, ad avere scelto quella dimora. Gli altri stavano in provincia di Lucca. Con Giovannino avevamo un rapporto di parentela, perché era suocero di zia Matilde, sorella del babbo e io lo chiamavo "nonno". Aveva un calesse e un asinello e quando si recava in paese faceva la spesa anche per noi. Più raramente per il signor Dante, che possedeva un sidecar ed era più autosufficiente del babbo che aveva solo la bicicletta. Viaggiare a fianco di nonno Giovannino per me era il massimo e quando lui non riusciva a liberarsi dalle mie insistenze, mi concedeva di prendere posto sul calesse. Era un viaggio di tre chilometri all'andata e tre al ritorno, che io ricordi, mai noioso. Per un po' si costeggiava il fiume, poi avevamo ai nostri lati vigne, frutteti e orti coltivati, senza seguire alcun ordine geometrico.

A capo

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pag.4-

Lungo la strada incontravamo qualche contadino che ci salutava a bordo del suo carretto o a dorso d'asino e mi ricordo di uno che si recava in campagna a cavallo di un toro. Doveva essere proprio bravo, perché ne ho visti tanti cavalcare asini e cavalli, ma sul toro c'era solo lui. Portava un cappello nero a tesa larga. Cavalcava in posizione eretta e aveva un aspetto fiero. Non ho mai capito perché lo chiamassero "Il Gobbo".

Giovannino conosceva molte storie, che amava raccontarmi stradafacendo. Quella che più amavo ascoltare era la storia (che poi non era una sola) di Bertoldo. Entrati in paese e attraversata la piazza, si apriva ai nostri occhi lo scenario azzurro del lago, che quasi lambiva le case e a volte raggiungeva la piazza stessa, allagando l'osteria di Gino dell'Adelaide, dove oggi c'è una rivendita di sali e tabacchi. Gli avventori, scalzi o con gli stivali,  continuavano comunque a giocare a

carte. Erano in massima parte pescatori e  c'era anche qualche operaio turnista della Cartiera. Quando la mia famiglia si trasferì a Marta, tornavo ancora ad aspettare Giovannino insieme a Livio, il figlio di zia Matilde, di due anni più giovane di me. Giovannino usava parcheggiare il calesse nella piazzetta del Crocefisso.

Dopo aver salutato e chiesto le solite cose al nipote, legava l'asino all'anello appeso al muro e ci lasciava lì a far la guardia,  mentre lui andava per negozi a far la spesa. Se quell'asino avesse avuto il dono della parola chissà come si sarebbe lamentato con nonno Giovannino! Io e Livio ci divertivamo a puntare l'impugnatura del frustino sotto la coda del malcapitato animale, provocando sonore flatulenze e ragli di protesta. Gli altri bambini, ai quali non era permesso toccare il somarello, ci invidiavano per questa facoltà concessa soltanto ai nipoti di Giovannino (che bontà sua era all'oscuro di tutto).

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 I pericoli

Quasi tutti i rumori alla Cartiera venivano associati al pericolo. Raggiungevano così i miei sensi, tradotti dalle apprensioni dei miei genitori. Quello che indicava maggior pericolo era il rumore delle grandi mole di pietra, che riducevano la paglia già macerata dalla calce viva a fine impasto, pronto per passare alle macchine e diventare carta. Successe che due giovani, il molazziere e una ragazza operaia,  si mettessero a scherzare seduti sul bordo della vasca di cemento dove avveniva l'impasto.

Persero l'equilibrio e finirono stritolati dalle implacabili mole. Mio padre, che come capo fabbrica era ritenuto responsabile di quanto succedeva sul lavoro, per quel fatto dovette scontare due mesi di reclusione nel carcere di Santa Maria in Gradi a Viterbo. C'era poi il rumore della turbina, che traeva energia dal fiume e trasmetteva il moto a tutte le

macchine attraverso un gioco di pulegge e cinghie, che scorrevano minacciose in alto sulle teste e in basso ad altezza di bambino. Altro pericolo veniva segnalato dal fragore della cascata, attraversata da un ponticello di legno, al quale non dovevo assolutamente avvicinarmi. Per non ascoltare i genitori un bambino, anni addietro, era finito nel fiume e il suo corpo fu ripescato a valle dopo lunghe ricerche. Si chiamava Livio. Era il figlio di Giovannino. Lo zio Angelino chiamò Livio il suo primo figlio maschio, come il fratellino scomparso.

 

Padroni e operai

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Il babbo

Durante la guerra mio padre aveva preso in gestione le attività della Cartiera. Gli era stata data in affitto dai fratelli Ricci, che nell'incertezza dei tempi, avevano preferito dare in mano la fabbrica a una persona terza dal sodalizio di famiglia.

Era un esperto nel campo della cartapaglia, babbo Virgilio, che nell'ambiente delle cartiere ci era cresciuto, al seguito del padre. Nonno Augusto, chiamato a dirigere varie cartiere in Toscana e nel Lazio, aveva fatto fare alla famiglia una vita nomade. Mio padre ne seguì le orme e il destino. Come capo fabbrica peregrinò per varie cartiere. Durante la permanenza alla cartiera  di Conca (Cisterna di Latina) conobbe Augusto Imperiali, il buttero che vinse la sfida con il leggendario Buffalo Bill.  "Agustarello" amava raccontare (e mio padre lo ascoltava affascinato) di William Frederick Cody (Buffalo Bill), quando nel 1890 venne a Roma con il suo circo.

 

L'eroe del Far West sapeva fare tanti giochi con il lazo e riusciva a spegnere una candela con la pistola dalla cavalcatura in corsa. Mentre i suoi cow boys si esibivano nella doma dei cavalli bradi. Ma in una maniera tanto barbara (li legavano con quattro funi, tenute da quattro uomini, mentre il quinto vi montava sopra) da fare indignare  il pubblico: <<Così si tosano le pecore!!>> gli gridavano dietro i maremmani presenti allo spettacolo. Nacque allora una scommessa fra Buffalo Bill e alcuni nobili romani, che fecero venire in piazza i butteri del vicino Agro Pontino, i quali pretesero per la sfida i cavalli bradi maremmani.

I cow boys  non erano preparati alla furia di quella razza di cavalli autenticamente selvaggi e dovettero rinunciare alla gara.  Con la spavalderia di chi è sicuro di sé entrò in pista il venticinquenne Augusto Imperiali e saltò in groppa a un cavallo afferrandolo per la coda.

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Riuscì a domarlo dopo  una lotta spettacolare, che mandò in visibilio il pubblico.

Mio padre me ne parlava con tale ammirazione, che non ho mai capito se devo il mio nome al nonno Augusto o a quel buttero.

La nonna Maria era figlia extraconiugale del ricco Basilio Ferretti, parente di Pio IX, Mastai Ferretti. In virtù del vigente nepotismo, mio padre fu assunto come aiuto giardiniere al Vaticano, all'età di 17 anni, sotto il pontificato di Pio XI. Ma resistette soltanto qualche mese al clima ipocrita che lì si respirava, per tornare a seguire il lavoro del padre. Alla nonna era stato intestato un cascinale con abitazione a Grottaferrata, ai Castelli romani. Quel caseggiato, in assenza dei nonni,  impegnati per lavoro in altri luoghi, restò in uso ai parenti per più di trent'anni. I miei nonni fecero in tempo a morire, senza minimamente preoccuparsi della  proprietà ai Castelli. Ne venimmo a conoscenza negli anni

'50, quando il babbo, zia Matilde e gli altri due fratelli di Roma furono chiamati da un avvocato per definire le pratiche di cessione degli immobili per usucapione. Riscattare tutta la proprietà non era ormai più conveniente. Si concluse così una vicenda di pura noncuranza. Del resto alla famiglia Guidoni ha fatto sempre difetto  il senso degli affari.

Con la gestione della Cartiera mio padre aveva accumulato un discreto gruzzolo, che finì tutto in carta straccia. Chissà chi gli aveva passato la dritta secondo cui, una volta finita la guerra, la lira sarebbe aumentata di valore? Gli americani erano sbarcati ad Anzio, i tedeschi cominciavano a risalire la Penisola. La guerra volgeva al termine e noi saremmo diventati ricchi! Ma non sempre il mondo va come si desidera. Finì la guerra e gli americani inondarono il Paese di AM-lire, la moneta di occupazione, che  inflazionò a tal punto la lira, da rendere irrisoria la riserva monetaria del babbo apprendista speculatore.

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Quell'errore a mio padre è stato rinfacciato per tutta la vita dalla mamma, che gli aveva sempre consigliato di convertire i soldi in beni materiali. Uno dei rimproveri  più ricorrenti durante i litigi era quello di non aver voluto comprare la casa di Giulio d'Attilio, che gli veniva offerta a 700.000 lire. Il contante mio padre ce l'aveva, ma non lo mollava, perché all'arrivo degli americani sarebbe lievitato in maniera esponenziale. Avvenne tutto il contrario. Forse il suo vizio del gioco nacque in seguito a quella  sconfitta,  come tentativo di rivincita  sulla sorte. 

I tedeschi

Della guerra ricordo l'ultimo periodo, quando i tedeschi occuparono la Cartiera e il comando s'insediò al piano superiore della palazzina, stringendo gli spazi del signor Dante. A casa non si parlava più ad alta voce, per timore di dire qualcosa che i tedeschi avrebbero potuto interpretare a loro ostile. E neanche si parlava sussurando, per non dare l'impressione di complottare. Si

viveva in un'atmosfera tesa. La mamma,  incinta dell'ultima figlia, Mariella, si sfogava durante la notte singhiozzando sotto le lenzuola. Un giorno il capitano era spaparazzato sul prato, a dorso nudo. Stava godendosi il sole, come in una tranquilla vacanza. Federico, il figlio del signor Dante, inseguiva una gallina con la fionda. Fece un tiro e il sasso andò a colpire il capitano in pieno petto. Le urla riecheggiarono per tutta la valle. Il tedesco, raccolse il fucile e ruggendo come un leone ferito correva qua e là alla ricerca del ragazzino, che in un baleno si era dileguato.  <<Kapitalist kaputt!>> erano le parole che ricorrevano con maggior frequenza, mentre si avvicinava alla palazzina. Sarebbe finita in tragedia, se mio padre non avesse provveduto a nascondere Federico e non si fosse messo a implorare quell'ossesso, che il ragazzino non lo aveva fatto apposta e che il padre non c'entrava niente con i giochi del figlio. Prudentemente, Dante e Federico si resero invisibili per qualche giorno.

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La mattina di Pasqua i tedeschi bussarono alla nostra porta. La mamma, all'ultimo mese di gravidanza, reagì come avrebbe reagito una chioccia. Strinse i tre figli a sé, mentre il babbo andava ad aprire. Sulla soglia, un gruppo di soldati senza berretto, intonava un coro. Erano venuti a darci la Buona Pasqua. Vollero che tutta la famiglia venisse a ricevere gli auguri. In un piatto portavano delle uova di gallina sode, tutte decorate attorno con disegnini colorati. Uno di loro mi prese in braccio, porgendomi un uovo, che io esaminai incuriosito. Quindi si mise a volteggiare per la stanza cantando:<<Augustin, Augustin....>>

La guerra

Da Roma gli Alleati stavano avanzando verso nord. Se sapevano dell'insediamento tedesco alla Cartiera, avremmo dovuto aspettarci un bombardamento sulle nostre teste. Ci furono bombardamenti a Viterbo,  combattimenti a Tuscania, a Tarquinia e in altri luoghi del viterbese, ma sulle nostre teste non piovvero bombe. Anche se uno spavento ce lo prendemmo all'arrivo della flotta aerea americana. Un'immensa nube, accompagnata da  un brontolio cupo che si faceva  sempre più assordante, avanzava minacciosa

fino a oscurare il cielo sopra noi. Uomini, uccelli e ogni altro animale, andarono a nascondersi. Prima che qualcuno mi tirasse dentro, io, con un piede sulla soglia della porta, l'altro fuori e la manina sulla testa (per ripararmi dalle bombe!) feci in tempo a vedere quella sterminata nube nera rombante che oscurava il sole e tutto attorno divenne grigio e freddo.  Non ci furono preparativi per la fuga. In un baleno i tedeschi erano già pronti. A qualcuno si leggeva il panico negli occhi. Un'espressione che non prometteva nulla di buono, perché fra i timori che circolavano da tempo alla Cartiera c'era quello che la fabbrica venisse distrutta dai tedeschi in fuga, per lasciare terra bruciata dietro di sé. Una sola nota di calore stemperò le apprensioni. Venne a salutarci il tenente e aveva gli occhi lucidi mentre stringeva la mano al babbo. Soltanto al babbo, perché l'avversione degli occupanti nei confronti del "Kapitalist" Ricci restò pericolosamente immutata fino all'ultimo. Ma chi lo avrebbe detto che proprio quell'ufficiale tutto di un pezzo, inflessibile, inespressivo, avesse dei sentimenti umani? Lo stesso tenente che un giorno, mentre saliva le scale della palazzina, inciampò

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pag.10-

    nell'ultimo gradino. Con determinazione ridiscese tutte le scale, si fermò e le salì di nuovo. Si era autopunito per l'errore commesso.

Marta

Marta il lago

Finite le incertezze della guerra i fratelli Ricci si accordarono per lasciare che fosse Dante  a occuparsi della Cartiera. Mio padre tornò a fare l'operaio. La nostra famiglia si trasferiva a Marta, nella casa dei nonni materni, che si erano stabiliti a Montefiascone, dove nonno Vincenzo aveva il molino del grano. Lo ricordo sempre tutto bianco di farina dalla testa ai piedi, nonno Vincenzo, che tuttavia alla festa sapeva essere elegante: un vestito di lana,

Nonno Vincenzo De Benedetti

catena dell'orologio fuori dal taschino del panciotto, un Borsalino per cappello e un bastone di ciliegio per compensare la gamba più corta, ferita nella Grande Guerra del '15-'18.

Avevo cinque anni quando vidi per la prima volta tanti bambini tutti insieme. Affollati sulle scale dell'asilo, mi osservavano con curiosità. Mia sorella Veris mi consegnò alle suore, poi mi lasciò per andare a scuola. Era di tre anni più grande di me e frequentava la terza elementare. Solo, di fronte a quella turba di bambini vocianti, ero impacciato, dentro il mio grembiulino a quadretti, tutto pulito, pettinato con il ricciolino in fronte  e il canestrino con la merendina. Molti ridevano, qualcuno mi prendeva in giro. Dietro di me si era richiuso il cancello e non avevo vie di fuga. La tonaca nera di suor Anna mi faceva paura, ma non quanto quella folla ostile. E poi suor Anna aveva uno sguardo buono. Come ultimo rifugio mi aggrappai ad essa.

Più di una volta sono tornato a casa con qualche livido e con la faccia graffiata. Rimpiangevo i miei giochi solitari alla Cartiera, le cicale, i grilli, le coccinelle e gli amici operai che mi volevano tanto bene.

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 Una storia vera di Augusto Guidoni  Capitolo 2

Indice del capitolo 2:

1948

Lampi di luce

Anche Ivana!

La folla

L'impronta del tappo

Estasi controvoglia

Clausura

La suora affogata

La signorina Carlomagno

De Gasperi

La fuga

La chiusura della Grotta

pag.11-                       1948

Un pomeriggio del mese di Maggio Veris si era allontanata da casa per andare a curiosare alla cantina della "Barbera", dove una sua compagna di scuola, Maria Antonietta, insieme alle amiche Brunilde e Ivana (un'altra Ivana, non mia sorella), dicevano di avere visto la Madonna. Era l'ora di fare i compiti e Veris non si vedeva. La mamma mandò Ivana a cercarla. Si faceva tardi, ma le due sorelle non facevano ritorno. Finché alcune donne vennero sotto la nostra finestra :<<Angelina!>> Chiamavano  mia madre  <<Corri alla cantina della Barbera, che la Veris è andata in estasi!>> La mamma accorse subito sul posto e trovò Veris inginocchiata sulla soglia della grotta, con le mani giunte, la testa reclinata all'indietro e gli occhi rivolti al cielo. Ivana era lì che la guardava attonita e non sapeva cosa fare, perché quando aveva cercato di scuotere la sorella, non aveva raggiunto alcun risultato. Veris era insensibile a ogni stimolo esterno e non rispondeva ad alcun richiamo.

Quando finalmente uscì dallo stato catalettico si guardò attorno come un agnellino spaventato. Si vide circondata da curiosi che le chiedevano:<<Cosa hai visto?>> e lei corse fra le braccia della mamma. A casa fornì qualche timida risposta alle domande che le venivano rivolte dalla mamma, dal babbo e da Ivana. Disse che le era apparsa una signora tutta vestita di bianco, con il mantello e una fascia attorno alla vita di colore celeste azzurro. Aveva dodici stelle che le facevano corona attorno alla testa e i piedi nudi. Le aveva detto:<<Io sono l'Immacolata Concezione>>. I miei genitori  erano fra gli scettici che non avevano preso sul serio le prime apparizioni, ma adesso non potevano dubitare della figlia. Veris non recitava. A volte veniva rapita dall'estasi in casa, giungeva le mani in segno di preghiera, alzava la testa e gli occhi verso il cielo e in quella scomoda posizione si avviava verso la grotta, scendendo le scale ripide di casa, senza guardare i gradini, come se ci fosse un custode invisibile a guidarle i passi.

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 pag.12-

  Nessuno poteva fermarla. Mio padre la seguiva preoccupato. Quando non poteva, per motivi di lavoro, il compito di seguire Veris veniva affidato a Ivana, che non accettava troppo volentieri quell'incarico. Aveva 15 anni, si sentiva osservata come tutte le ragazze di quella età e temeva i lazzi dei suoi coetanei, mentre accompagnava la sorella in estasi. Ma non immaginava quanto più drammatici fossero gli eventi che il destino le stava preparando.

Lampi di luce

Mia madre, non potendo lasciare soli i due figli più piccoli: me di 6 anni e Mariella di 4, evitava di avventurarsi in mezzo alla folla per seguire Veris, specialmente nei giorni festivi, quando affluivano a Marta  migliaia di forestieri, chiamati dalle notizie sulle apparizioni che avevano letto sui giornali.

Tenendomi per mano e con Mariella in braccio si recava alla grotta in quelle occasioni dove c’era meno confusione. Ma, piccola o grande che fosse, non mancava mai la calca di gente che

dovevamo penetrare, per avvicinarci a mia sorella in estasi, mentre qualcuno si premurava di gridare: << Fate passare l’Angelina, la mamma della Verise>>.

La cantina, che da quegli avvenimenti prese il nome di Grotta della Madonna, era stretta, per accogliere quelle ondate di fedeli e l’aria si faceva subito pesante. Ne ricordo ancora il tanfo umidiccio prodotto dalla muffa tipica delle cantine laziali, dal fiato umano, dall'acqua marcita dei fiori, dal fumo di candela, misto all’odore delle tasche dei grandi che arrivavano all’altezza del mio naso. Le tasche dei pescatori sapevano di pesce, quelle dei contadini avevano un odore più indecifrabile, ma ugualmente intenso. A volte la mia faccia finiva schiacciata fra le gonne di qualche anziana donna e sentivo odore di orina.

Ogni tanto qualcuno lanciava un’esclamazione:<<Lo vedo, lo vedo, c’è un cerchio di luce in fondo alla grotta!>> e si alzavano alte le avemaria del rosario dalla voce di Mario di Priamo, sempre presente, che conciliava il duro lavoro di pescatore con quello di custode volontario della grotta.

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  pag.13-

 

Una sera ho visto anch'io uno strano bagliore squarciare il buio su Marta. Ero affacciato alla finestra di casa insieme alla mamma, per assistere al passaggio di Veris, che veniva dalla grotta a mani giunte e occhi al cielo, diretta verso la chiesa parrocchiale. La seguiva una marea di gente, arginata a fatica da robuste corde, che i carabinieri, aiutati da  alcuni giovanotti volenterosi, tendevano per transennare il percorso. Salite le scale della chiesa, Veris  si girò verso la folla e impartì la benedizione. In quell’istante  una luce bianca  illuminò a giorno tutto il paese. Non fu il lampo di un fulmine, perché il cielo era stellato e non fu seguito dal tuono che annuncia il temporale. Era una luce inspiegabile che fece gridare al miracolo la folla sterminata e piangere i più emotivi, mentre s’innalzava un coro di inni alla Madonna.

Anche Ivana!

Il 13 giugno, tra le sette e le otto e

mezza di sera, eravamo tutti raccolti attorno al tavolo.  Avevamo l'abitudine di cenare a quell'ora  perchè i turni degli operai alla Cartiera, dove lavorava mio padre, si avvicendavano dalle quattro del mattino a mezzogiorno, da mezzogiorno alle venti e dalle venti alle quattro del mattino. Non ricordo se avevamo già

Veris e Ivana bambine

cenato o se ci apprestavamo a farlo, ma

A capo

 pag.14-

   ricordo perfettamente, come se fosse oggi, quello che successe. All'improvviso Ivana si alzò in piedi, volse gli occhi e la testa in alto, come avevamo visto fare più volte a Veris, e a mani giunte si diresse verso la porta. <<No!>> esclamò sgomento mio padre <<anche Ivana, adesso!>> e corse a pararsi tra lei e la porta, per impedirle di uscire.  Ma Ivana con un semplice gesto della mano, quello che si fa scostando una tenda, lo scaraventò a terra. La porta era chiusa da un  catenaccio di ferro (a Marta era detto "catarcione") e sbarrata  in diagonale da una robusta stanga di legno, precauzioni del tempo di guerra che non erano state ancora abbandonate. Ivana sfilò via il catenaccio, buttò giù la stanga e si avviò per le scale. A mio padre non restò che seguirla fino alla Grotta. Intanto altri  giovani e adulti (anche Peppino, il figlio di Barbara, proprietaria della cantina) si aggiunsero al gruppo dei veggenti. 

Soltanto le prime tre ragazzine non videro più la Madonna.

La folla

La notizia delle apparizioni si diffuse rapidamente. Se ne occupò anche il Cinegiornale dell'Istituto Luce, che riprese in primo piano Ivana, in un tentativo d'intervistarla. La "Settimana Incom" era il notiziario che veniva proiettato a ogni inizio di spettacolo cinematografico. Quel documentario aggiunse le immagini filmate (le più efficaci, come ci dimostra oggi la televisione) alle notizie già diffuse sul territorio nazionale dai giornali e dalla radio.

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pag.15- 

 

Da ogni parte  cominciarono ad affluire a Marta folle di fedeli e di curiosi. Il paese non aveva le strutture per accogliere quel fiume di gente che ogni giorno lo sommergeva. Tra la folla che si assiepava spintonandosi attorno ai veggenti, ogni tanto qualcuno veniva travolto o perdeva i sensi e per queste emergenze fu improvvisato un pronto soccorso sotto la pergola della vicina casa dell'Italia del "Ragnetto" (a Marta ci si conosce più per soprannome che per cognome), nei pressi della grotta: qualche benda per le fasciature, alcool e aceto da mettere sotto il naso delle persone svenute (un omino usava anche l'ammoniaca, ne portava sempre con se una bottiglietta). La nostra abitazione si trasformò in una vera e propria meta per giornalisti,  preti, e fedeli che invocavano grazie. Fra quest'ultimi era diventato ormai di casa Don Gennaro, un sacerdote napoletano paraplegico, 

che aveva fatto allestire da un ragazzo torinese,  suo accompagnatore e chierichetto, un altare di fortuna  nella nicchia sotto il lavandino della cucina, per poter officiare la messa ad altezza di carrozzella. Pregava Ivana di farsi mediatrice con la Santa Vergine, per riottenere l'uso delle gambe. Messe, rosari e cantici alla Madonna riempivano i nostri giorni. Assidua

frequentatrice della nostra casa era pure una certa signorina Bertuetti, bergamasca, che non ho mai capito con quale autorità riuscisse a indurre mia madre a gestire la casa secondo le proprie direttive. Eppure la mamma aveva un carattere forte, incline al comando. Ma questo personaggio si comportava come fosse lì per mandato divino, come fosse il braccio casalingo della Madonna. Con il suo modo svelto di fare e di parlare riusciva a imporsi a mamma Angelina, forse già provata dal fatto di avere due figlie veggenti.

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  E che dire di mio padre, che fino a qualche settimana prima era non credente, scettico, anticlericale e ora si trovava con le figlie in estasi, con la gente che veniva a dire il rosario  nella sua casa,  un prete a dire la messa e quella Bertuetti venuta dall'Alta Italia a impartire i suoi punti di vista? Gli fece  persino comprare una cucina economica a legna, roba da rigattiere, recuperata chissà dove. Anche lui era rimasto scioccato da quanto ci era successo in famiglia e non sembrava più lo stesso. Certi fatti prodigiosi, inaspettati, che ti capitano fra capo e collo, possono farti andare in crisi,  fiaccare le tue convinzioni e consegnarti in balia di altre volontà. Finché succede agli altri, puoi dire che sono "tutte montature", "suggestioni", "isterismi", che "qualcuno ci marcia".  Ma dopo aver visto la figlia Veris, ragazzina timida e certamente non esibizionista,  impartire la benedizione alla folla, accompagnata da una luce strana. Dopo essere stato scaraventato a terra dalla figlia quindicenne, che non avrebbe mai potuto avere quella forza.

Dopo averla vista alla grotta, cadere a faccia avanti, da posizione eretta senza piegare le ginocchia e rialzarsi incolume, soltanto con un po' di polvere sulla punta del naso. Dopo questi e altri fatti misteriosi, mio padre non era più lo stesso di prima.

L'impronta del tappo

Vennero a trovarci parenti mai visti, come quelli del ramo di mio nonno materno Vincenzo De Benedetti, dalla Ciociaria, dove si diceva che anche da quelle parti fosse apparsa la Madonna.  Veniva a Marta anche il "Saponaro", con il suo camion, a vendere il sapone. Passando davanti alla grotta, andò in estasi, lasciò camion e mercanzia per aggiungersi al gruppo dei veggenti. Di lui abbiamo conservato per anni il ricordo: l'impronta di un tappo di latta dell'aranciata San Pellegrino sulla tovaglia di tela cerata che copriva il tavolo della cucina. Il senso dell'ospitalità non è mai venuto meno  in casa nostra e, pure se non mancavano mai gli ospiti, c'era sempre sul tavolo qualcosa da bere.

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Il "Saponaro", del quale non ho mai saputo il nome, alto, con un paio di baffi alla Amedeo Nazzari e una voce che ricordo profonda e suadente. seduto a capotavola, parlava giocherellando con il tappo dell'aranciata fra le dita e nella tovaglia rimase quel cerchio dentellato, marrone scuro come una bruciatura, come se il tappo fosse stato rovente.

Estasi controvoglia

Ad alcuni giornalisti sarebbe piaciuto poter pubblicare lo scoop sulla Madonna della Grotta come una spettacolare mistificazione e mettevano alla prova i veggenti avvicinando ai loro occhi la fiamma di una candela o pungendoli con uno spillo. C'ero anch'io dentro la grotta, quando mio padre sferrò una sberla al giornalista che si era messo a pungere le mani di Ivana. Nessuno meglio di noi poteva sapere quanto Ivana avrebbe preferito restare una ragazza normale e non

cadere in quello stato d'incoscienza, che la prendeva suo malgrado. Al suo risveglio restava sempre taciturna e scontrosa. Non amava parlare delle sue visioni, al contrario di Veris, che cercava timidamente di descriverle, con gli occhi assorti, come quando si vuol ricordare un sogno lontano. La Madonna le parlava del  Male che minacciava l'umanità e una volta  le mostrò l'Inferno, con i dannati tra le fiamme  e, cosa che le rimase impressa, fra i dannati  anche alcuni sacerdoti.

Nei giorni successivi alle apparizioni, i veggenti erano chiamati all' adunanza da don Tommaso, un gesuita, cognato della signora Barbara. Ivana ci andava malvolentieri a quelle adunanze e soltanto perché spinta al "dovere" dalla mamma, ormai convinta che a chiamare le figlie fosse la Madonna stessa. L'ho sentita più di una volta protestare : <<Io all'adunanza non ci voglio andare. Don Tommaso mi fa paura>>, per obbedire poi piagnucolando. 

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 Clausura

Da Roma veniva a trovarci anche un certo don Vidoni, dalla parlantina molto accattivante, che vantava una sua parentela con noi perché (diceva lui) secondo l'araldica, il suo cognome sarebbe derivato da Guidoni. Convinse i miei genitori a mandare Ivana in convento. <<E' una santa>> diceva <<deve seguire la strada che le ha indicata la Madonna>>. E Ivana fu chiusa nel convento delle suore Benedettine di Montefiascone, un ordine monastico di clausura. Eppure, fra tutte le veggenti, Ivana era quella più recalcitrante. Quando l'effetto dell'estasi cessava, lei non voleva più sentirne di preti e di madonne. Non sapeva cosa le accadesse, ma rifiutava tutto ciò con fastidio. Fu suo malgrado votata alla beatificazione. Noi famigliari potevamo vederla attraverso il vetro del parlatorio, una volta alla settimana, alla domenica, senza poterla toccare. Ci passava i santini dalla ruota girevole. Una volta mi passò un caleidoscopio che aveva  costruito lei

per me. Quanto ho fantasticato osservando le mutevoli fioriture colorate in quel cilindro magico! Suor Marcellina era l'unica persona con la quale Ivana poteva avere contatti nel convento. La precedeva sempre nelle nostre visite. Durante il colloquio le stava alle spalle come un angelo custode. Al termine la riaccompagnava nella sua cella. Poi usciva in parlatorio per aggiornarci sulla vita di Ivana. Aveva un alito che l'avrebbe fatta riconoscere anche a distanza e al buio. Era una divoratrice di aglio, che portava sempre in tasca e sbucciava persino durante le orazioni in chiesa (così mi raccontò quattro anni più tardi mia sorella).  Un giorno, la mamma volle sapere da suor Marcellina come mai mia sorella fosse tanto pallida:<<Forse non mangia?>> domandò con la naturale preoccupazione di ogni mamma. <<Vostra figlia è una santa>> rispose con tono grave suor Marcellina. <<Dovete sapere che ogni venerdì rivive la passione di Gesù Cristo. Al giovedì sera comincia a sentirsi male e al venerdì peggiora fino a delirare.

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Io le sto sempre vicina. A notte vuole essere accompagnata alla cappella, va a pregare sotto all'altare, accusando forti dolori ai polsi, poi cade svenuta e nei polsi appaiono due fori sanguinanti. Al sabato resta sempre coricata al letto, perché è troppo debole. Le stimmate scompaiono a poco a poco. Avete fatto caso come Ivana tenga le maniche della tonaca tirate giù fin sopra le mani? Per nascondere i polsi. Perché i segni delle stimmate potrebbero non essere scomparsi del tutto alla domenica mattina. Ma non dovete assolutamente parlare di queste cose con lei, ne potrebbe morire>>.

Rivelazione scioccante, della quale mai più se ne parlò in famiglia da quel giorno. Cose troppo grandi per noi. Per me ha costituito l'immane segreto che mi sono portato dentro per una vita.

La suora affogata

Poi mia sorella fu trasferita a Roma, nel collegio delle suore Benedettine  in via Maffeo Vegio a Montemario,  da dove

scappò nel 1952. Quella fuga non fu presa bene in casa e in paese. Ormai mancava poco a Ivana per prendere i voti. A Montemario era già novizia e aveva assunto il nome di suor Elena. La condusse a Marta un certo Gastone e la fuga dal collegio passò per fuga d'amore, ma, come poi vedremo, non fu così. Non avendo con chi confidarsi (i miei genitori non l'avrebbero capita, Veris aveva rimosso la sua storia e non l'avrebbe rivangata con la sorella, Mariella era ancora chiusa in collegio a Montemario), Ivana si sfogava raccontando a me la sua vita monastica, durante le lunghe passeggiate che facevamo sulla riva del lago. Quello trascorso al convento di Montefiascone, raccontava, fu il periodo più terribile per lei, ragazza sedicenne, costretta all'isolamento. Unico contatto era suor Marcellina. A Ivana era negato persino di incontrarsi e di giocare in giardino con le sue coetanee. Le era consentito di recarsi in giardino solo  quando non c'era nessuno.

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Una sera,  seduta sul bordo della fontana in mezzo al giardino, stava dialogando con il firmamento. Quando è sereno, il cielo da quelle parti è un immenso schermo fra i più belli d'Italia.  Per chi lo sa leggere, ha le costellazioni lì, a portata di mano, limpide. Chi ama fantasticare, può penetrarlo fino a  oltrepassare le stelle più fioche e lontane, per immaginare mondi  diversi, più evoluti e più giusti. Amava trascorrere così la sua ora all'aperto, mia sorella Ivana, costretta a promettersi sposa di Gesù. Sotto lo stesso cielo, dieci chilometri più a valle, dove l'acqua del lago lambisce quasi le case, le sue coetanee a Marta  forse  si rincorrevano con i ragazzi in quei giochi non più da bambini, ma comunque innocenti. Di solito si divertivano a prendersi in giro e poi ridevano insieme. Ridevano insieme. Lei aveva come sole amiche le stelle  e quella sera anche la luna.  Con loro fantasticava, desiderando di volare fino a raggiungerle.  Lei e Veris mi avevano

insegnato una filastrocca che si recitava scrutando il faccione della luna piena: <<Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle, vedo la tavola apparecchiata, vedo Caino che fa la frittata>>. Io ero convinto che lassù ci fosse veramente Caino con le sue frittelle e la tavola apparecchiata. Non riuscivo a intravedere la scena, nonostante aguzzassi lo sguardo fra gli occhi, il naso e la bocca della luna. Ma se i grandi la vedevano vuol dire che loro sapevano guardare meglio di me.  E forse anche Ivana ci credeva ancora.

Il silenzio del giardino era rotto dallo scroscio vellutato dell'acqua che scendeva nella vasca come un sommesso chiacchiericcio fra comari. Ivana si divertiva a schiaffeggiare l'acqua per entrare in quel  chiacchiericcio.  Poco al disotto del pelo dell'acqua toccò qualcosa di metallico. Era un crocefisso, lo afferrò e dietro al crocefisso venne la corona e dietro alla corona una tonaca nera. Bocca aperta e due occhi sbarrati. Il corpo di una monaca affogata.

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Terrorizzata, corse da suor Marcellina, che la riaccompagnò subito nella sua cella. Della suora affogata non se ne seppe più nulla. Non si fecero funerali. Non se ne parlò mai in convento.

Una notte le venne in sogno un uomo. Era un contadino di Marta che lei conosceva vagamente per averlo visto nelle processioni trasportare sulle spalle la statua della madonna. Nel sogno le apparve sull'uscio del convento, in fondo alle scale, mentre la chiamava con insistenza:<<Scappa da questo convento, Ivana, corri, vieni via con me!>>.

Raccontò il sogno a suor Marcellina e, chissà perché, le sembrò che le sue parole avessero scatenato un terremoto. Stranamente, contro ogni regola di clausura, la domenica successiva dettero il permesso ai miei genitori di condurla a Marta, dove apprese che quel contadino era morto proprio la stessa notte in cui era venuto a trovarla in sogno. Accompagnata dalla mamma 

e dal babbo, fu condotta in visita alla vedova,  che le mostrò una foto del marito ritratto durante una processione, con la madonna sulle spalle. Le chiesero se fosse l'uomo venutole in sogno. <<Sì, è proprio lui!>>. Ivana lo riconobbe e svenne.

Non si sa per quale ragione dopo poco tempo fu trasferita nel collegio di Montemario. Era un collegio gestito dalle suore Benedettine per figlie di famiglie benestanti. La retta era di 30.000 lire al mese, l'equivalente dello stipendio di mio padre. Eppure, su richiesta dei miei genitori, nel 1950 il collegio accolse gratuitamente Mariella, la minore delle mie sorelle, che lì iniziò la scuola elementare. Ivana, che ora si chiamava "suor Elena", non era segregata come a Montefiascone. Al collegio lavorava come tutte le altre, anche a servire i blocchetti di tufo ai muratori che stavano ristrutturando le stalle. Mi raccontò che in fondo alle stalle fu eretto un muro per nascondere cosa c'era al di là: un magazzino pieno

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di ogni ben di dio. Un giorno fu chiamata a sostituire una delle suore incaricate per la spesa, costretta al letto dalla febbre. A bordo di una Lancia Ardea, guidata da una spericolata sorella benedettina, andò a fare provviste per Roma insieme ad altre due suore. Ci rimase male, quando si trovò a fare il giro degli ospedali romani per la raccolta del pane avanzato ai malati. Le suore dicevano alle infermiere che quel pane serviva per fare il pastone ai maiali. Ivana sapeva invece che finiva nel  pentolone del brodo, servito poi alla mensa delle studentesse.  

La signorina Carlomagno

A Montefiascone aveva avuto suor Marcellina, come unica confidente, a Roma una certa signorina Carlomagno. Una spilungona segaligna, sui 30 anni, che diceva di trovarsi nel convento di quel collegio perché aveva perduto il fidanzato, del quale conservava la foto in un medaglione, che le era permesso di tenere appeso al collo. Amava esercitarsi nell'equitazione. Il collegio infatti era dotato di un maneggio, con cavalli di

razza e di un parco per galoppare. Lei diceva di appartenere a una nobile famiglia, discendente diretta del re Carlo Magno. Andava in mensa portandosi dietro le sue posate d'argento, dove era incisa l'effige del grande antenato. A Ivana diceva di voler scrivere un libro sulla sua vita di veggente e prendeva appunti su tutte ciò che riusciva a scucirle dalla bocca, solitamente avara di risposte sull'argomento. Ciononostante riuscì a conquistarne la fiducia e a farsi trattare come un'amica. Una volta la chiamò per dirle:<<Suor Elena, tu oggi sei entrata nella mia stanza.>> <<Sì, è vero>> rispose mia sorella <<sono entrata per prendere un libro, ma tu come fai a saperlo?>><<Guarda qui>> le disse, avvicinando una grossa lente alla maniglia della porta <<Queste sono le impronte delle tue dita. Nessuna persona ha le righe dei polpastrelli uguali a un'altra>>. Allo stupore  della ingenua novizia, la Carlomagno spiegò che quella era una tecnica della polizia americana e che gli americani avevano inventato tante altre cose.

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<<Per esempio>> disse <<ti soffiano una minuscola freccetta del diametro di un capello dietro all'orecchio e poi da lontano sono in grado di farti fare ciò che vogliono loro.>>

De Gasperi

Alla festa annuale del collegio veniva allestito uno spettacolo, nel quale recitavano insieme studentesse e novizie. Le famiglie delle ragazze erano invitate e i miei genitori, che di figlie in quel collegio ne avevano due, partecipavano con il resto della famiglia.

Era una domenica di carnevale, ricordo e per le strade di Roma si vedevano passare damine, principesse, piccoli cow boys in maschera e ragazzi che strombazzavano lanciandosi coriandoli. Mi sembrava di essere nel paese di Bengodi, quello del libro di Pinocchio, che la maestra ci leggeva a puntate nell'ultima mezz'ora di scuola.  Io avevo soltanto una scimitarra. Me l'aveva regalata Dario, il figlio dello zio Umberto Guidoni, che passammo a salutare. Dario aveva  una libreria-cartoleria, con tanti giocattoli. Io ero orgoglioso di avere un cugino così importante a Roma.

Quando entrammo nel collegio a Montemario, ci venne incontro una billa (tacchino detto alla martana) maestosa, mai vista prima. Più tardi Mariella mi disse che si trattava di un pavone. Si avvicinava a noi per mostrarci meglio la ruota della coda sfolgorante di colori. A Roma era tutto più grande e più bello. Le case, le strade, i giocattoli e persino le "bille" non erano come quelle di Marta.

Anche gli invitati che stavano affluendo per la festa non erano come la gente di Marta. Non sembravano operai, contadini o pescatori. Avevano tutti una carnagione bianca levigata, come quella dei preti. Fra gli ospiti c'era anche il capo del governo, Alcide De Gasperi.

Suor Elena (Ivana) si esibì fra le collegiali, cantando alcuni brani di opere liriche. Aveva una bella voce mia sorella, forse da soprano o mezzosoprano. Nella Mimì  della Boheme e nella Violetta della Traviata, sembrava che cantasse sé stessa. Il palcoscenico le dava l'occasione per tirare fuori tutta l'angoscia che aveva dentro.

 

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E era bella, con i suoi capelli sciolti, senza la cuffietta monacale, con i suoi occhi castani dallo sguardo dolce, vero, profondo. E l'ovale del volto mediterraneo.

Finita la recita fu subissata di applausi e le sue gote pallide si colorarono improvvisamente di rosso. Non si aspettava tanto calore di pubblico.

Fu avvicinata da De Gasperi, che si complimentò con lei e si mostrò interessato alla sua storia di veggente (chissà chi lo aveva informato?). Quella storia era diventata per Ivana un vero e proprio incubo, che le stava rubando i migliori anni della gioventù e voleva soltanto dimenticarla.

Un signore che stava sempre a fianco a De Gasperi, insisteva nel farle domande, perché asseriva di volere scrivere un libro sulla sua vita. Il fatto che più persone fossero interessate a scrivere un libro sulla sua vita, la infastidiva. Da quando fu portata via da Marta non aveva avuto più apparizioni e questa era

l'unica consolazione. Ma le persone che la circondavano non le davano il tempo di rimuovere i ricordi. L'uomo, che si era presentato come il segretario di De Gasperi, notando l'imbarazzo della giovane, forse pensò non fosse quello il momento adatto per fare interviste e le promise di ritornare un altro giorno. Infatti tornò alla carica ancora una volta, quando De Gasperi venne a inaugurare il nuovo padiglione del collegio, con il giardino e le stalle. Anche quella volta Ivana riuscì a sfuggire alle domande di quel segretario troppo curioso. Non evitò però quelle della signorina Carlomagno, che una volta ottenuto quanto voleva sapere, si diede da fare per aiutarla ad evadere dal collegio.

La fuga

Gastone, il capomastro della squadra di muratori padovani addetti alle ristrutturazioni, aveva le chiavi della porta carraia e poteva entrare e uscire dal collegio a qualsiasi ora. Fu scelto come complice.

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Un sabato sera della primavera 1952 Gastone prese con sé l'emozionatissima suor Elena, già pronta ad aspettarlo, con le poche cose sue in un sacco, vestita con un giacchetto di lana su una lunga gonna. Abiti troppo grandi, procurati per lei dalla Carlomagno. Giunse così a Marta. Ai miei genitori Gastone raccontò la verità che sapeva: che Ivana non voleva farsi monaca, che si era ammalata e che una sua amica molto influente lo aveva pregato di ricondurla a casa. Quella notte dormì nella mia stanza. Il giorno dopo pranzò con noi poi se ne andò e non lo abbiamo più rivisto.

L'avvenimento suscitò la curiosità morbosa dei paesani. Come mai Ivana, quasi monaca, quasi santa, era tornata a casa con un uomo? E si dettero subito la risposta: "E' stata una fuga d'amore". Mia madre, che ci teneva a non sfigurare più di tanto all'occhio della gente, assecondò suo malgrado quella motivazione. Parlava di questo Gastone, geometra, persona a modo e benestante, che era andato a Padova per dare la notizia del fidanzamento ai genitori. Ma

in casa non faceva altro che rimproverare Ivana per aver tradito le suore e la famiglia. Dopo un po' che i paesani non vedevano tornare Gastone, la mamma  fece correre la voce della sua morte in un incidente vicino a Padova. Certo, Ivana non si aspettava di essere accolta in casa con entusiasmo, perché aveva maturato la convinzione di essere stata sacrificata alle ambizioni di chi la voleva santa a tutti i costi. Per ignoranza, non per fede, i genitori avevano accolto di buon grado l'opportunità di farle prendere i voti. Forzando la sua volontà, l'avevano inoltrata nel convento di clausura, dove si entra per rinunciare al mondo. A Montemario, dove avrebbe potuto stare meglio che a Montefiascone, veniva invece sfruttata nei lavori più faticosi. Quando andammo a trovarla a Roma aveva provato a mostrarci le vesciche alle mani, provocate dal duro lavoro di manovalanza. Ma i miei genitori non captarono il suo grido di dolore e tantomeno  presero in considerazione  l'ipotesi di riportarla a casa. Adesso però era lì. Avrebbero dovuto ascoltarla.

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Lei aveva tante tristezze da raccontare. Aveva bisogno di piangere fra le braccia della mamma. Niente, neanche una carezza. Fu un ritorno del "figliol prodigo" alla rovescia. Ma doveva ancora arrivare il peggio.

La chiusura della Grotta

Nella seconda metà di giugno venne a Marta la signorina Carlomagno. Era alta e asciutta, forse anche troppo asciutta. Aveva il seno piatto e, se non fosse stato per la voce e i capelli biondi arricciati con la messa in piega alla Kim Novak, avrei potuto scambiarla per uomo. Ero ancora alle colonie a Montefiascone, quando venne a trovarmi insieme a Ivana. Mi portò in regalo un giornalino a fumetti con i fotogrammi di un film di Tarzan. Protagonista John Weissmuller, il mio eroe preferito. Mostrò così di sapere  quali fossero i miei gusti.

Dove fossero andate e di cosa avessero parlato quel giorno le due ex novizie io non lo so. So invece quello che la Carlomagno disse a Ivana la settimana

successiva,  quando ritornò da Roma. Anche quella volta aveva un regalo per me. Avendo saputo della mia passione per il disegno, mi regalò un pantografo di legno. Io lo accettai con curiosità, ma non l'ho mai usato, perché ero abituato a copiare gli oggetti da disegnare a mano libera. Copiare i disegni con il pantografo veniva da me considerato come un sotterfugio meschino.

Ci trovammo alla Passeggiata, sul lungolago. Io accompagnavo Ivana, mentre la Carlomagno parlava a bassa voce di cose che ritenei fossero di estrema importanza, viste le espressioni dei loro volti. Mia sorella, più pallida del solito, sembrava avesse la pelle disidratata, tanto era tesa. La sua amica le consegnò una grande busta bianca con la stessa cura che si usa per le cose preziose. Le disse di portarla ai Carabinieri senza fermarsi a parlare con nessuno. Assolutamente nessuno. 

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Appena cominciò a leggere il primo dei fogli contenuti nella busta, il Maresciallo divenne scuro in volto, fece sedere Ivana e chiamò l'Appuntato alla macchina da scrivere. Io fui accompagnato fuori dalla porta e non udii di cosa si parlasse in quella stanza. Ma il contenuto del discorso deve essere stato molto importante, se alla fine il Maresciallo, uscendo dall'ufficio con mia sorella, le mise una mano sulla spalla e disse con tono grave: <<Mi raccomando, chiunque dovesse trattarti male, fosse pure tuo padre, vieni subito da me.>> Aveva tanto bisogno, Ivana, di un gesto paterno, in quei giorni. Quello del Maresciallo fu l'unico che ricevette.

Arrivarono a Marta camionette e autoblindo, cariche di militari in assetto di guerra. La Grotta fu chiusa e sigillata. Contemporaneamente il Vescovo

ordinava il divieto di culto alla Madonna della Grotta.

Ivana entrò in un girone d'inferno. Fu additata dalle beghine del paese come una donnaccia. La incolpavano di aver fatto chiudere la grotta.

Venivano sotto le nostre finestre a gridare: <<Puttana! Troia!>> E mia madre, anziché cacciare via la canea, si strappava i capelli: <<Disgraziata!>> diceva strozzando la voce per non farsi sentire fuori, con le vene del collo che le si gonfiavano e gli occhi fuori dalle orbite <<Lo vedi cosa hai combinato! Come facciamo adesso a guardare in faccia la gente?>> Mio padre, che quando non era di turno alla Cartiera, era al bar a giocare a carte, non voleva sentir parlare di queste cose in casa. Ma non aveva mai provato a capire il dramma della figlia.

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Ivana non aveva con chi sfogarsi e neanche la mia fedeltà poteva esserle di sollievo, perché in fondo ero un ragazzino di dieci anni, che non capiva bene cosa stesse succedendo.  Il vulcano che la dilaniava dentro alla fine esplose in lei e la condusse vicina alla morte. Diventava sempre più pallida e taciturna. Le crebbero due grossi ascessi bluastri sotto le ascelle, che curava in casa con impacchi di semi di lino, secondo le prescrizioni di un guaritore del paese. Quando i miei genitori si decisero a farla ricoverare, dall'incisione di quegli ascessi fuoriuscì una gran quantità di liquido maleodorante. I medici dissero di averla salvata in tempo. Ma i reni ne soffrirono al punto che le si ammalarono. Più avanti, sposata e stabilitasi in Germania, le si prosciugarono.

Dovette ricorrere alla dialisi, finché ottenne il trapianto, in età avanzata, in una clinica di Francoforte.

Gli anni che vanno dal 1948 al 1952 furono cancellati dalla memoria della nostra famiglia. Sulle vicende delle apparizioni fu posta una pietra tombale. Non se ne parlò più. Abbiamo rimosso 5 anni della nostra vita. Ivana e Veris  nel 1961 emigrarono in Germania. Un anno più tardi io mi arruolai in Marina e poi imbarcai sulle navi mercantili. Nel 1963 i miei genitori lasciavano la casa di Marta per trasferirsi a Viterbo, dove Mariella aveva trovato lavoro alla Upim.

Siamo tutti fuggiti da qualche cosa, ma da che cosa non ce lo siamo mai chiesto.

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Una storia vera  di Augusto Guidoni - Capitolo 3


Indice del capitolo 3: 1962 - Giulio - l'Isola Martana - Grazie Giulio!


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1962

Il cielo era già buio, quando riemersi in coperta dalla sala macchine. Pioveva che non si vedeva un accidenti, ammesso che fuori ci fosse un accidenti da vedere. Acqua sopra, acqua sotto e un mare forza 7, che faceva danzare il Robusto, rimorchiatore d'alto mare, costruito per far fronte a tutte le intemperie. Ma non c'è nave che tenga, quando il mare è grosso. Feci la doccia, cenai e andai a coricarmi. Il prossimo turno cominciava alle quattro del mattino. Il mio posto era al terzo piano del castello di brande sulla paratia a dritta. Il punto migliore per danzare con la nave. Verso mezzanotte sognai di essere fra i vicoli di Marta antica. Uno stormo di avvoltoi stava volteggiando attorno alla casa di Giulio, l'amico filosofo. <<Dove ci sono gli avvoltoi, c'è qualcuno che muore>>

pensai e un'angoscia improvvisa mi fece svegliare. Strano come a volte si combinano le vicende oniriche con quanto avviene nella realtà.

Forse fu lo schianto di un beccheggio più forte degli altri a destarmi, ma contemporaneamente il sogno mi aveva fornito in anticipo la giustificazione del risveglio: un improvviso presagio di morte. Chi non ha mai provato esperienze simili? Non so, stai sognando di guidare la macchina, ti viene incontro un veicolo contromano, lampeggi, suoni il clacson, cerchi di evitarlo, ma quello ti viene addosso con un botto tremendo e ti svegli di soprassalto. Scopri poi che lo schianto non era dovuto allo scontro fra due macchine, ma alla finestra della camera sbattuta dal vento.

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Altri esempi si possono fare, ognuno ne avrà da raccontare. Il tempo di riaddormentarmi e ripresi lo stesso sogno. Gli avvoltoi  stavano stringendo il loro cerchio sopra il tetto della casa. Uno più nero e più grande degli altri si era già posato sulla finestra e sbatteva le ali nel tentativo di entrare dentro. No, questa volta non c'entrava il beccheggio della nave. Mi svegliai tutto sudato e l'angoscia mi rimase dentro a lungo.

La sera del secondo giorno successivo al sogno, scese in macchina il direttore.

Mi chiese se andava tutto bene <<Con questo tempo sono tutti in branda>> mi disse. Poi mi propose: <<Ti piacerebbe andare in licenza?>> "E' ubriaco", pensai. Infatti il Capo macchina ci andava giù forte con il Fundador. Aveva la bottiglia sempre a portata di mano.

 

<<Eh, sì>> fu la risposta che riuscii a dargli, mentre gongolavo dentro di me, come chi trova per terra il biglietto vincente della lotteria. <<Domattina, quando arriviamo alla Spezia, preparati,  che avrai la licenza già firmata. Vanno bene quindici giorni?>> A una domanda così non c'è bisogno di rispondere.

Fu soltanto mentre stavo sbarcando con lo zaino e la chitarra a spalla, che seppi la motivazione di quell'improvvisa licenza. <<Vai a posare la chitarra,>> disse il direttore <<Non è una vacanza>> e mi porse il foglio del telegramma che teneva in mano: "Concedere licenza per disgrazia in famiglia al marinaio Guidoni Augusto" c'era scritto "Il Ministro della Difesa Giulio Andreotti".

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Giulio

Dalla Spezia a Tarquinia in treno, da Tarquinia a Tuscania e da Tuscania a Marta in autobus, feci un viaggio con il cuore in gola. Non esistevano cellulari a quell'epoca e poche case, le più agiate, avevano un telefono. Pensavo al babbo, che per la sua bronchite cronica doveva ricoverarsi periodicamente all'ospedale di Viterbo. "Forse questa volta non ce l'ha fatta" mi dicevo "o forse si tratta della mamma, con il suo mal di fegato". (Mia madre si era convinta e ci aveva convinti di essere malata di fegato, per un'estrazione di calcoli alla cistifellea che aveva subito a trent'anni).

Giunto a casa trovai tutti in buona salute e stavo per esultare di gioia, quando mi dissero della morte di

 Giulio, l'amico filosofo al quale ero affezionatissimo. Paraplegico dall'età di dodici anni si trascinava per la casa su una sedia di legno dalle gambe  segate a metà, che manovrava oscillando con il corpo a destra e a sinistra, mentre dirigeva il movimento con l'aiuto delle mani, diventate robuste in quel gioco di sollevare e spingere il piatto della sedia.

Lo conoscemmo così con i miei amici, quando andammo a trovarlo per la prima volta. Frequentavamo il Centro di Lettura, che il maestro Fulvio  aveva trasformato in ritrovo serale per giovani e meno giovani, dove, fra una lettura e una discussione culturale, c'erano spazi anche per la recita di poesie e per qualche concertino a base di chitarra, mandolino e armonica. Contadini, operai e pescatori, piuttosto che al bar o all'osteria, amavano trascorrere così le serate. Si potevano avere libri in prestito e ad ogni libro era allegata una scheda dove il lettore poteva scrivere le sue impressioni sul contenuto e sull'autore del testo.

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Molte di quelle schede tornavano indietro compilate da un lettore che non  frequentava il Centro. Ma erano di una tale bellezza, che spesso il maestro Fulvio ce le leggeva ad alta voce. I commenti contenevano una vena filosofica e ci sentimmo spinti a conoscere meglio questo interessante personaggio. Insieme a 4 amici, andai a trovarlo.

La casa di Giulio sovrastava la piazzetta dove si giunge salendo l'antico vicolo a larghi scalini che dalla chiesa parrocchiale va in direzione del "Castello". L'uscio di casa si apriva sulla scala esterna in pietra, tipica architettura dei borghi medioevali. Per 28 anni era stato l'unico suo osservatorio sul mondo reale.

l'Isola Martana

Ci autotassammo  in quattro, per comprargli una carrozzella usata, poi glie ne arrivò una tutta nuova dal Ministero dell'Istruzione, tramite il Centro di Lettura. Così poté uscire verso  spazi più aperti. Il paese, la campagna, il lago. Rivide l'uliveto dove all'età di dodici anni rimase paraplegico per una brutta caduta. Ce lo portammo dietro nelle nostre scampagnate e persino all'isola Martana, che aveva sempre desiderato vedere da vicino.  Noi ragazzi eravamo abituati a penetrare l'isola dal lato nord, dove la caldera emerge ripida sull'acqua per più di settanta metri d'altezza. Lì i feroci cani del Professor Vitaliano, l'ex gerarca fascista padrone dell'isola, non potevano arrivare, perché  vi si  accedeva soltanto in barca oppure a nuoto.

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Raggiungevamo le rovine del castello che si staglia a picco sulla sommità della caldera, tramite un passaggio segreto. Era il traforo della regina Amalasunta, che partiva da un angusto pertugio nascosto fra la vegetazione rupestre, per allargarsi in una ripidissima scalinata, scavata quasi in verticale in una fenditura della roccia.

Amalasunta, vedova di Eutarico, era figlia di Teodorico il Grande. Alla morte del padre, avvenuta nell'anno 526, il regno  dei Goti fu ereditato dal giovane Atalarico, che regnò sotto la reggenza della madre Amalasunta, fino alla  prematura scomparsa, nel 534. Amalasunta, poco amata dai nobili goti, teneva invece buoni rapporti con l'Imperatore Giustiniano di Costantinopoli. Per avere un uomo accanto a sé,  scelse come compagno Teodato,  duca di Tuscia, l'ambizione del quale però le fu fatale.

 
 

Fu relegata nell'isola Martana, dove visse per un certo tempo prima del suo assassinio, nel 535 d.c., commissionato da Teodato stesso.  Una leggenda popolare vuole che la regina avesse con sé un tesoro,  nascosto da qualche parte dell'isola.  Nessuno lo ha mai trovato, ma in tanti ci siamo cimentati alla ricerca, esplorando ogni anfratto.  Le scalate all'isola Martana sono state le avventure nostre preferite. Le raccontavamo a Giulio, nelle  gioiose serate trascorse insieme. Lui partecipava con i suoi consigli, perché di quel tesoro ne aveva sentito parlare anche lui fin da bambino. Pure Piero glie ne parlava, il pescatore che abitava dirimpetto. Era di una agilità felina e non trascurò di esplorare i punti più  difficili da raggiungere, ma alla fine Piero la smise di rischiare l'osso del collo per quel tesoro che, secondo i suoi sospetti, forse se lo erano "fregato i preti".

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L'isola è un'oasi naturale, difesa dall'asprezza del suo territorio vulcanico, tutto scogli e dirupi, nascosti a malapena da chiazze di vegetazione spontanea. La zona abitabile è quella centrale, rivolta verso Marta. C'era la villa del professore e il giardino, con la sua fontana di acqua ferruginosa, che dicevano facesse bene alle ossa.  Costeggiando con la barca verso nord ovest, ci sono dei faraglioni che nulla hanno da invidiare a quelli di Capri, se non che quelli dell'isola Martana sono dominati dai gabbiani, invece che dai turisti. Dal lato opposto, a sud est, fra le piante di aloe abbarbicate alle rocce e un rado canneto bagnato dal lago, c'era quello che io chiamavo il regno delle  farfalle. Era il mio eremo, dove amavo trascorrere qualche ora di relax  dopo le  lunghe nuotate dalla spiaggia di Marta all'isola.  Coricato sulla pietra calda, ascoltavo il sommesso sciabordio dell'acqua che s'insinuava fra le canne,

schiaffeggiava quasi affettuosamente gli scogli, per ritirarsi appena un attimo e tornare a giocare con la riva. Eleganti farfalle dalle ampie ali multicolori svolazzavano qua e là, posandosi ogni tanto su qualche fiore giallo e poi salivano su su, lungo la roccia a picco, sfioravano le grasse pale degli aloe e planavano in giù per mostrarsi più vicine in tutta la loro bellezza. Non ero un esperto di lepidotteri, ma credo che fra di esse ci fossero delle vanesse e ce n'erano anche di più belle. Mi auguro soltanto che a nessun collezionista di farfalle sia stato mai permesso lo sbarco su quel fazzoletto di paradiso. Peccato che Giulio non potesse accedere fisicamente nei nostri angoli preferiti, ma sbarcò comunque con noi nella parte abitabile dell'isola, dove fu accolto volentieri dal Professore, avvisato da Santino, il pescatore guardiano dell'isola, che si era anche premurato di allontanare i cani.

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Il Professore era un amante della pittura classica e detestava l'arte moderna. Intavolò con Giulio un discorso sull'argomento che li appassionò entrambe. Certo, Giulio avrebbe desiderato vedere i dipinti di Raffaello, che si diceva fossero nella villa, ma la confidenza del Professore non giunse fino al punto di farci entrare in casa.

Grazie Giulio!

Erano sempre belle le ore trascorse in compagnia di Giulio, che sapeva ascoltare e anche darci lezioni di vita.

Una sua massima, che ricordo meglio di ogni altro insegnamento, è questa:<<L'importanza sta più nell'andare, che nell'arrivare. Nell'angoscia di raggiungere una mèta, trascuriamo spesso quello che ci passa davanti agli occhi.>> Detta da uno come lui, che con le sue gambe non poteva andare da nessuna parte, questa frase faceva veramente riflettere sul senso della vita.

In poco tempo ci legò un affetto profondo a questo uomo intelligente,

buono, altruista. La sua religiosità non era bigotta, ma semplicemente naturale. La esternava come se lui fosse un vecchio amico di Cristo, del quale condivideva vita e pensiero. Spesso nei portatori di handicap subentra un meccanismo di autodifesa che li rende o quantomeno li fa apparire piuttosto egoisti. Per Giulio non valeva lo stesso discorso. La sua superiorità intellettuale compensava la minorazione fisica. Gli occhi dallo sguardo arguto e calmo sotto la spaziosa fronte, dicevano  all'interlocutore chi fosse il padrone della situazione. Lo capimmo subito, nelle argomentazioni teologiche, filosofiche o sulla vita di tutti i giorni. Ma soprattutto (e questo ci faceva rabbia) nelle partite a dama. Se non stavi attento andava a dama in tre mosse e se stavi attento potevi perdere dignitosamente. Quante serate abbiamo passato, ragazzi e ragazze in quella casa antica e povera, ma ricca di cose che non puoi trovare facilmente altrove, prima di tutte l'amicizia vera.

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Parlavamo, discutevamo dei nostri problemi e lui, che problemi sembrava non avesse, aveva soluzioni per ogni nostro assillo. Qualche volta allestivamo una cenetta e sempre c'era una chitarra a portata di mano. Davanti alla sua tomba al cimitero chiesi ai miei amici come fosse morto. Aveva avuto un blocco renale, perché gli si era pietrificata la vescica. Il dolore doveva essere atroce, ma quella notte, prima di morire mi aveva pensato. Disse scherzando a Mario:<<Chissà cosa starà facendo adesso l'Ombrellaio? (mi chiamava così a volte, dopo l'ultima canzone che avevo composto, intitolata appunto "L'ombrellaio").>> Furono le sue ultime parole. Sul Robusto, con il mare in tempesta, negli stessi istanti io sognavo gli avvoltoi che volteggiavano attorno alla sua casa.

Tornato a bordo ebbi la sgradita sorpresa. Il ministero della Marina aveva raccolto informazioni sulla motivazione della licenza concessami dal Ministro della Difesa e scoprì la verità. Il maestro Fulvio, per farmi partecipare ai funerali dell'amico Giulio, aveva fatto una telefonata ad Andreottti, personaggio politico di

 

casa da quelle parti, che fece  spedire il  radiogramma sul Robusto.

Eravamo in navigazione per la consegna delle bombole di acetilene ai fari delle isole Termiti, la notte in cui Giulio stava morendo. Il Direttore di macchina, che all'indomani mattina lesse "disgrazia in famiglia" sul radiogramma, mi tenne nascosta la notizia per tre giorni, fino al ritorno della nave all'Arsenale della Spezia. Non voleva sapermi preoccupato durante i turni di navigazione. Nessuno poteva ora convincerlo di non essere stato preso per i fondelli.

"Il massimo di rigore (un mese di prigione) con sospensione di ogni permesso per sei mesi", fu la richiesta del ministero della Marina al Comando della Spezia, perché la morte di un amico non veniva considerata disgrazia in famiglia. Soltanto la concomitanza con l'amnistia di Santa Barbara, mi salvò dall'esecuzione della punizione. Ma sui miei fogli matricolari restò impresso il timbro "C. E." (Cattivo Elemento). Tutti i conduttori macchina andarono in congedo con il grado di sergente, io con quello di marinaio in seconda.

 

Augusto Guidoni        

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